Malombra
Benedetto Croce ha stroncato questo romanzo, il primo di Fogazzaro, osservando come manchi «lʼintuizione centrale che domini tutte le altre» e prevalga invece una irritante confusione. Si è tentati di dargli ragione se ci si lascia condurre dalla storia, con i suoi innumerevoli episodi secondari. Se si legge invece il libro assumendo il punto di vista di uno dei protagonisti, Corrado Silla, appare evidente come ci si trovi dinanzi alla narrazione di un travagliato percorso spirituale, che si sviluppa tra irrequietudini esistenziali e ricerca della fede, lʼunica che può dare equilibrio e serenità. Silla, dietro il quale si nasconde lo scrittore, è un > ingegno non lucido, mistico di tendenze, potente per certe intuizioni fugaci piuttosto che per nerbo suo proprio e costante.. aveva idee poco definite, poco pratiche, ardente spiritualista.... amava, anche in tenue materie, appoggiarsi a qualche grande principio generale . Ha scritto un breve racconto, ignorato dal pubblico e dalla critica, ma che ha trovato notevole interesse in Marina di Malombra, giovane aristocratica, orfana e povera, accolta per questo da un ricco zio. Lo scrittore la descrive dinanzi allo specchio: > dallʼampio accappatoio usciva, come da una nuvola bianca, il collo sottile, elegante, e fra due fiumi di capelli biondi-scuri, ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti per lʼimpero e per la voluttà... si gittò alle spalle con una scrollata di testa i due fiumi di capelli e chi sa quanti pensieri torbidi . Silla e Marina hanno molte affinità comuni, soprattutto una irrequietezza che si esprime in comportamenti impulsivi e in meditazioni disordinate e allucinanti, ma il povero Corrado, debole e insicuro, è travolto dalla donna, la quale lo caccia, lo ricerca, lo chiama disperatamente, gli dichiara il suo amore ed infine lo uccide. Dʼaltra parte Marina è dominata dai fantasmi del passato, ossia dalla folle determinazione di vendicare lʼassassinio di una sua antenata, la prima moglie del padre dello zio. Ella vede in Corrado la reincarnazione dellʼomicida e, pur amandolo, deve comunque punirlo con la morte. La storia della coppia Silla e Marina non ha una matrice razionale, per esempio psicologica, ma appartiene al mondo del magico, del fantastico, del sogno. La colpa di Silla è di lasciarsi prendere dal fascino oscuro di uno spiritualismo non ancorato alla fede, alla razionalità e allʼordine della religione cattolica. Al contrario lʼaltro filone narrativo, la coppia Silla ed Edith, si sviluppa intorno alla ricerca della fede. Edith è una ragazza tedesca, giunta in Italia per ricongiungersi al padre, vecchio esiliato che aveva trovato ospitalità presso lo zio di Marina. > Era graziosa nel suo abito nero, semplicissimo, corto ma non troppo, con un mazzolino di viole alla cintura.... nel viso delicato, leggermente roseo, la bocca e gli occhi avevano una espressione più spiccata di fermezza. È strano come quegli occhi esprimessero intelligenza della vita reale, contemperata di bontà..... quale se un altro spirito infuso al suo, uno spirito malinconico si ravvivasse qualche poco nella gaiezza di lei . La fede domina la personalità di Edith e ne guida i sentimenti e i comportamenti. «Lʼelegante forma bruna di Edith, che egli vestiva di poesia», conquista Silla, che vagheggia di trovare in lei quellʼequilibrio a lui così necessario. > E sentiva in se stesso una luce serena, un calore così lontano, gli pareva, dallʼindifferenza come dalla passione, un sorgere di non so quale indefinibile fede . Ma il richiamo del fascino oscuro di Marina è troppo forte per Silla, così come Edith è troppo rinchiusa in una religione fatta di sacrifici e di doveri da combattere con la necessaria passione per lʼamore, che eppure sente per Corrado. E «il demonio della voluttà tetra» conduce Silla alla morte. Ad Edith non resta solo che il ricordo di ciò che poteva essere la sua vita, il cui destino accetta con cristiana rassegnazione. Magra consolazione e ben ipocrita giustificazione per un amore esangue, incapace di lottare per il proprio amato! E che religione è quella che conduce ad una pavida attesa, ad essere spettatori della propria vita e di quella degli altri? Al di là della dispersione sottolineata da Croce, il difetto fondamentale del libro risiede nella trattazione meramente letteraria dei personaggi, che assumono raramente vita reale. Dʼaltra parte lʼintero romanzo è intriso, ed appesantito, da lunghe divagazioni filosofiche e religiose, altrettanto astratte quanto la rappresentazione dei protagonisti. La caratteristica più interessante del libro è costituita dai paesaggi. La natura viene descritta a tinte forti, talvolta tetre e tempestose, in altre occasioni luminose e quiete. E soprattutto la natura ha «unʼanima», lei sì viva e reale: unʼanima che riflette ed amplifica i sentimenti dei personaggi, dando loro in tal modo un minimo di vitalità. Come gli uomini la natura è piena di contraddizioni, che vengono sintetizzate mirabilmente nella descrizione del paesaggio, come la seguente: > piccolo lago di misura e di fama, appassionato, mutabile; ora violetto, ora verde, ora plumbeo; talvolta, verso la pianura anche azzurro . La contemplazione del paesaggio racchiude lʼeterna aspirazione dellʼanimo umano: > oh furia amorosa di fiori protesi al sole onnipotente, erbe tripudianti, ubbriache di vento, qual ristoro esser voi, viver la vostra vita dʼun giorno, sentirsi tacere la memoria, il cuore, quel tumulto faticoso di pensieri assidui a lottar insieme, a fare e disfare lʼavvenire . Perché non leggerlo? È un libro noioso, prolisso, inconcludente.
La manutenzione dei sensi
> Bisbigliano tra le luci al neon/sotto la pensilina. Vogliono/che tenda l'orecchio/e li riconosca uno alla volta/mentre arrivano i treni notturni/alla stazione della memoria. Chi siete? /Da dove venite? vorrei chiedere,/ ma sbanda la mia ombra/sul marciapiede di tante partenze/improvvise, il cuore si rattrappisce, /manca l'aria...: Mia moglie è con voi? /Fatemi ascoltare ancora la sua voce/ supplico spalancando le braccia/nel sogno ormai spento (Stefano Simoncelli da Terza copia del gelo 2014). Il protagonista/narratore è un reporter, sempre all'estero; e lo era quando sua moglie Chiara è morta all'improvviso. > Non c'ero. Ero lontano, per un lavoro. Le foto di Chiara sono dappertutto, quasi che la volesse ancora presente, ma non ne parla mai, > il dolore si è autofecondato, si è espanso. Gravato dalla perdita e dalla colpa perché era assente al momento della morte della moglie, si lascia andare, trascura il lavoro, abbandona le amicizie, si sente > un usuraio dei sentimenti. E' in questo stato di crisi esistenziale che irrompe Martino: un bambino di otto anni, con la sindrome di Asperger, una delle tante forme di autismo. Glielo porta la figlia Nina, che lascia il padre ad affrontare da solo la gestione del bambino. E' un incontro insolito: un uomo che si faceva trascinare dal fluire dell'esistenza, è un bambino cui bastava sedersi accanto, accendere un computer, senza dover necessariamente interloquire o farsi coinvolgere, > sempre senza scambiarci troppe confidenze, ma anche senza patemi. Da qui nasce un'esile storia, in cui un adulto e un bambino si aiutano a vicenda nella scoperta di un legame che superi la dimensione della responsabilità, della solidarietà e dei sentimenti. Non c'è un finale eclatante e salvifico, qualcosa che ci dia una morale, un insegnamento: la storia si conclude con un abbraccio. > Avrei voluto abbracciarlo, alzare la mano e poi il braccio e infine afferrargli piano la spalla e stringerlo. (...) «A cosa stai pensando?», mi aveva chiesto, proprio quando il mio pensiero stava per essere archiviato nel cassetto della rassegnazione. «Al fatto che mi piacerebbe abbracciarti». (...) Lui non aveva risposto, rimanendo con le labbra serrate per un po'. Poi mi si era premuto contro, puntando la testa sotto la mia ascella e cominciando a dare piccoli colpi. E allora i morti possono tornare, > lasciandosi dietro solo frammenti senza più un posto nella memoria. Ciò che ci dà la forza per andare avanti non è il ricordo, ma la cura verso gli altri: chiamasi Amore. Il titolo del romanzo non rispecchia il significato del racconto: più che «manutenzione dei sensi», si dovrebbe intitolare «scoperta dei sensi»: non di quelli cui pensiamo ormai normalmente: il sesso o la relazione sentimentale (in realtà il protagonista s'imbatte in alcune fugaci storie); mi riferisco a quel legame fisico che usa l'intero spettro dei nostri sensi, senza aspettarsi nulla, che sia gioco o soddisfazione. Peccato che Faggiani abbia affrontato un argomento così importante, quello della scoperta dei sensi, collocandolo in una fuga dalla città, in un ambiente eccezionale quale è la montagna. Chi di noi può permettersi di andare a vivere in uno chalet tra i boschi? E chi si può permettere di vivere > come volevamo vivere , liberi, guardando > la Terra girare senza sentirne i rumori?. Non è chiaro se sia una vicenda autobiografica; di certo, è troppo fragile il contesto per dare spessore alla storia, al di là di spunti interessanti, ma frammentari e occasionali. La scrittura è il pregio fondamentale del romanzo, anche se talvolta lo stile è giornalistico, con l'uso sovrabbondante del «punto» , del gerundio e della frase senza il verbo. Si prenda questo esempio: > Ma non mi aveva risposto (già il correttore di Word avrebbe messo come errore il "ma > dopo il punto), probabilmente stava trattando, rincuorando, sostenendo qualcuno. Qualcun altro, invece del sottoscritto. Non era sufficiente una virgola prima di qualcun altro"? E poi tre gerundi di seguito non sono troppi? La narrazione si sviluppa lentamente, senza colpi di scena, i personaggi restano sospesi, senza che si capisca veramente il loro travaglio interiore: tanti sentimenti si affollano, sempre in superficie. Perché non leggerlo? Troppo fragile.
Mi piaci da morire
Monica vive a New York e vorrebbe fare la scrittrice, invece lavora in un negozio di abbigliamento. Dopo una serie di disavventure sentimentali, conosce un editore inglese (un vero e proprio «principe azzurro»), che non solo si innamora della ragazza ma le permette di pubblicare un libro. Si tratta di un romanzo pieno di luoghi comuni (Monica vive con una svampita portoricana, che rimane incinta, e con un gay), di sdolcinature e di ovvietà. La storia potrebbe essere ambientata a New York come a Roma e manca totalmente di qualsiasi approfondimento dei sentimenti e delle vicende. Ma questi libri hanno successo?
I miei giorni alla libreria Morisaki
La spinta a leggere questo breve romanzo nasce dal desiderio di capire perché si leggono i libri, e di conseguenza per quale motivo si è avvinti dalla libreria, questo singolare negozio dove negli scaffali sono riposti volumi di carta, grandi e piccoli, ma sempre affascinanti e accoglienti. Chi di noi amanti dei libri non vorrebbe lavorare in una libreria! In questo caso parliamo di una rivendita di libri usati, alcuni di valore altri commerciali, in un quartiere di Tokyo, dove su entrambi i lati della strada si vedono solo librerie. «Un parco giochi per gli amanti dei libri», mormora Takako, la protagonista narratrice, dopo che è uscita dalla stazione della metropolitana. Ha lasciato un lavoro sicuro dopo una fallimentare storia d'amore e vive da tempo rinchiusa in casa, a dormire tutto il giorno. Le ha telefonato uno zio, uno strambo individuo che ha ereditato la libreria del bisnonno e le ha proposto di dargli una mano nella conduzione del negozio, offrendole pure un piccolo alloggio, zeppo di libri, polveroso, con un fortissimo odore di muffa, una tana perfetta per una depressa come Takako. C'è il rischio che la vita quotidiana non cambi veramente; dopo alcune ore in libreria può infilarsi sotto le coperte a dormire. Ma ci sono i libri. > Quei vecchi libri nascondevano storie per me inimmaginabili. E non mi riferisco solo a ciò che raccontavano. In ognuno ritrovai tracce del passato . In particolare la ragazza rimase colpita da una frase di Kajii Motojiro (scrittore giapponese vissuto nella prima parte del Novecento): > che significa guardare? Significa trasferire su un oggetto parte della nostra anima, se non la sua totalità . E' un evidente approccio scintoista, tipico della cultura giapponese, che rivela il nostro rapporto con il libro: nella lettura si sente un'affinità con lo scrittore e nel contempo si capisce meglio sé stessi, in un coinvolgimento misterioso che si alimenta delle parole ed anche dell'odore e del tatto dell'inchiostro e della carta. Il libro è come un albero, dei fiori e i loro insetti, degli animali, un paesaggio, un' opera d'arte,: è qualcosa che parla tramite segni fisici. Presto però Takako percepisce i limiti del libro. > In libreria avevo trovato calore e serenità, ma non potevo accontentarmi, o non sarei mai cresciuta. Sarei rimasta fragile. Dovevo andarmene, riprendere in mano la mia esistenza . Siamo a pagina 59, fin qui il racconto è intrigante: da qui in poi scivola in una storia banale e dolciastra di una ragazza in cerca di sé stessa. Di certo sarebbe stato esagerato aspettarsi un libro sulla letteratura come quello di Nafisi Azar («Reading Lolita in Tehran» vedi la recensione in questo sito); ci saremmo accontentati del «Il gatto che voleva salvare il libro» di Natsukawa Sosuke (si veda la recensione in questo sito), racconto prolisso e talvolta banale, eppure accattivante nella sua atmosfera vaporosa e misteriosa. Trattare il nostro indecifrabile legame con il libro e la libreria come ha fatto l'autore agita in noi delusione e indignazione ad un tempo. Perché non leggerlo? E' superficiale.
Les Misérables
Il romanzo racconta le vicende di Jean Valjean, un forzato, che dopo l’incontro con un vescovo (un santo), si converte in un uomo buono e giusto: diviene prima un ricco imprenditore, ritornato poi in galera, fugge per salvare ed educare una bambina, Cosette, che, una volta grande, si innamora di un giovane rivoluzionario. Jean Valjean salva il giovane da morte sicura (durante le rivolte del 1832), e poi decide di scomparire per non compromettere il futuro dei due giovani con la sua natura di carcerato fuggiasco. Ma la bontà trionfa e, come dice l’autore, «la notte era senza stelle e profondamente oscura». Senza dubbio, nell’ombra, qualche angelo immenso era uscito, con le ali spiegate, ad attendere l’anima dalla suprema ombra alla suprema aurora«. Come ha scritto Victor Hugo:»il libro che il lettore ha sotto i suoi occhi in questo momento, è, da un capo all’altro, nel suo insieme e nei suoi dettagli, quelle che siano le intermittenze, le eccezioni e le lacune, la marcia del male al bene. Dell’ingiusto verso il giusto, del falso al vero, della notte al giorno, dell’appetito alla coscienza, dalla putrefazione alla vita; dalla bestialità al dovere, dall’inferno al cielo, dal nulla a Dio. Punto di partenza: la materia, punto di arrivo: l’anima. L’idra (il male) all’inizio, l’angelo alla fine > Questa concezione è basata sulla fiducia nel progresso (che si identifica in Hugo in Dio e quindi in un socialismo umanistico e cristiano) e sulla sollevazione del mondo dei miserabili > dovuto a forze sociali inarrestabili. Da questo punto di vista gli innumerevoli personaggi del romanzo diventano degli archetipi > , rappresentativi di un ruolo da assolvere nella grande trasformazione del mondo e privi quindi di una loro profondità: i sentimenti e le motivazioni vengono solo apparentemente analizzati ed approfonditi, in realtà è solo un susseguirsi di figure retoriche (predomina la formula interrogativa) per illustrare contraddizioni e dilemmi che non fanno parte della sfera intima (e in questo senso universali) ma di una funzione sociale e storica. Basti pensare alla conversione > di Jean Valjean e all’analisi dei problemi di coscienza che il protagonista incontra nel corso del romanzo (la decisione di presentarsi ad un processo per evitare che un innocente risponda delle sue colpe e quella di ritirarsi nell’ombra per non compromettere la felicità dei due giovani): in tutti i casi si è dinanzi ad una sorta di illuminazione divina e di imperativo morale, mentre la descrizione della conseguente infelicità del personaggio (a causa della perdita di Cosette) è piatta e schematica. Ancora più paradossale e incredibilmente privo di qualsiasi spessore psicologico o filosofico appare uno dei episodi più drammatici dell’intero romanzo. L’ispettore Javert (il grande persecutore di Jean Valjean) è rinchiuso nella morsa tra la legge degli uomini, che vorrebbe l’arresto dell’ex carcerato, e la coscienza che lo porta a liberare Jean Valjean, che gli ha salvato la vita. L’incapacità di uscire da questo dilemma lo conduce al suicidio. È evidente che Hugo intende attaccare gli approcci burocratici e freddi all’applicazione di una legge, che spesso è ingiusta perché di parte (acutissima e di grande effetto è l’ultimo scritto di Javert, un mero elenco di suggerimenti per il capo della polizia), ma basta immaginare che cosa avrebbe scritto un Dostoevskij sulla contraddizione tra coscienza umana ed imperativi imposti da qualsiasi regola e norma per rendersi conto di quanto l’autore francese sia lontano dallo spirito moderno e sia ancorato ad una visione fredda e moralistica dell’uomo e dei suoi problemi. Anche la rappresentazione della storia francese (dalla rivoluzione francese al re borghese) è una serie di vicende epiche, dominate dalla Provvidenza: la stessa sconfitta di Waterloo è dovuta ad un destino che intende chiudere il periodo napoleonico per aprire una nuova fase di trasformazione sociale che condurrà ai grandi rivolgimenti del 1848. Ma esistono veramente gli individui e le classi sociali o tutto è già determinato da una forza oscura e immanente, ad un tempo religiosa e scientifica: il Progresso?I Miserabili sono un’opera profondamente datata e richiusa nella cultura dell’Ottocento, che può dire poco all’uomo del post-modernismo e della globalizzazione. Come succede spesso ai grandi autori (si prenda la stessa Divina Commedia di Dante ) le parti più valide riguardano componenti ed approcci, che non sono riconducibili alle finalità dichiarate. Victor Hugo è un autore romantico, che ricerca continuamente il grottesco e l’immaginifico: caratteristiche del suo stile che rendono talvolta pesante la lettura ma che contribuiscono a scrivere pagine molto belle e ricche di suspense. Si pensi alla descrizione di Cosette, che, bambina di otto anni, deve andare a prendere l’acqua in piena notte, che guarda il tramonto di Giove e sente la natura che la circonda e che sembra muoversi per catturarla: le erbe alte formicolavano sotto il vento di tramontana come delle anguille. Le rocce si torcevano come lunghe braccia armate di artigli cercando di prendere delle prede…. > ; all’episodio del tranello teso dai malfattori a Jean Valjean, così pieno di colpi di scena e di imprevisti ed infine al bellissimo capitolo ( Comment de frère on devient père > ) nel quale i due bambini abbandonati approfittano del pane gettato ai cigni per mangiare. In poche pagine l’autore riesce a descrivere la tranquillità del parco del Luxembourg, la solitudine dell’infanzia, la solidarietà tra bambini e la grettezza e l’ipocrisia della cultura borghese. Il vero capolavoro del romanzo è costituito dall’episodio dell’elefante: immagine bellissima e di grande effetto con la quale un monumento destinato ad esaltare il potere diviene rifugio di tre bambini. È presente poi un altro protagonista del romanzo: la città di Parigi. L’attenzione toponomastica dell’autore, la descrizione minuta delle strade e delle case (molte delle quali scomparse già durante la vita di Victor Hugo) forniscono unʼambientazione romantica al romanzo e al suo contesto. Siamo prima dei grandi boulevard ed in presenza di una città reticolare, nella quale è facile perdersi e scomparire. Sono poi di grande interesse le pagine relative al dialetto parigino in uso tra i miserabili" ad indicare un’attenzione quasi antropologica dell’autore. Ma l’idea del Progresso è veramente autentica o soltanto letteraria e politica e nasconde in realtà una nostalgia romantica per il medioevo e per la storia pre-rivoluzionaria?Il romanzo è in generale prolisso, in molti tratti noioso ed è un fumettone.
Monsier Malaussène
Nel quartiere di Belleville vive la tribù di Malaussène e con loro una miriade di personaggi. Belleville è una periferia di Parigi, distrutta dalle manie postmoderniste degli architetti, dalla stupidità dei politici e dallʼavidità degli speculatori, ma è anche un luogo magico, una sorta di foresta di Sherwood, dove Robin Hood è Benjamin Malaussène e lo sceriffo si identifica con chi vuole espellere i vecchi inquilini per permettere la distruzione dei vecchi edifici e costruirne di nuovi per gli uffici e la ricca borghesia. > Se tu mi domandi un giorno a che cosa rassomiglia la felicità, e tu me lo domanderai, io ti risponderò: a qui A Belleville, dove è possibile proiettare lʼultimo film della storia del cinema ( un film che poi dovrà essere distrutto) in una sala dimenticata, dove è possibile tatuare nel corpo di una persona tutte le strade di Belleville a testimonianza vivente del quartiere. A Belleville cʼè anche un illusionista, che ti fa sembrare le cose che non ci sono, a Belleville > gli angeli che talvolta si annoiano, sono attirati verso di noi dal calore e dal ribollire dei sentimenti e si personificano in una suora detective. Tanti i personaggi del romanzo e molti i fatti che si intrecciano: delitti, scomparse, amori, strane vicende, persecuzioni. Al centro come un eroe cʼè Benjamin Malausséne, un punto fermo in una lanterna magica, in un caleidoscopio pieno di luci e di illusioni. Non cʼè una vera trama ed è un romanzo difficile da seguire.Devo confessare che non sono riuscito a leggerlo tutto, in quanto mi sono perso fra tanti personaggi e tante parole. Ma forse era questa la finalità dellʼautore, dimostrare che non esiste una razionalità nellʼesistenza ma tutto si svolge in un labile confine tra realtà e immaginazione. Perché non leggerlo? Sinceramente è molto confuso e prolisso.
Il mostro del Casoretto sei storie della casa di ringhiera
Lessi tutto di un fiato «La Casa di Ringhiera» di Recami (vedi recensione in questo sito), trovandolo uno dei migliori Noir della vasta letteratura italiana: la felice congiunzione di un romanzo di costume con il ritmo tipico del miglior giallo. E' per questo che appena ho letto la recensione del «Il mostro del Casoretto» sono corso a comprarlo, prefigurando il piacere che avevo avuto con «La Casa di Ringhiera». Forse perché avevo aspettative così alte, la delusione è stata dolorosa. Il libro è una raccolta di racconti, che, tranne l'ultimo, hanno come protagonista il pensionato Amedeo Consonni, il nonnino detective. Nella prima storia, «Il mostro del Casoretto», Consonni è accusato di molestie sessuali a una bambina; per punirlo i parenti della piccola l' imprigionano in un cascinale abbandonato per fargliela pagare. Consonni riesce a liberarsi, ma viene convinto da Angela, che scopriamo essere la sua attempata fidanzata, a tornare nel luogo in cui era stato rinchiuso per far cogliere sul fatto i torturatori dalla polizia. E' una trama fragile, giocata su situazioni scabrose più che su sorprese e ambientazioni sociali. Il secondo racconto, «Chi ha pane non ha denti, chi ha denti non ha pane», è senza dubbio il più piacevole tra le storie del libro. Ritornano alcuni personaggi e situazioni, che avevamo già conosciuto nella «La Casa di Ringhiera»: il signor De Angelis c'è l'ha con il cane di un vicino che fa sempre la pipì sulle ruote della sua BMW, decide di chiudere l'animale nella cella frigorifera abbandonata negli scantinati del palazzo. Saranno Gianmarco e Margherita, i due bambini del condominio, a liberare inavvertitamente il cagnetto e ad evitare a De Angelis un'accusa di sottrazione e maltrattamento di animali. E' una storia lieve e ironica, in cui Consonni torna ad essere il bravo nonnino. Poi, forse non sapendo cosa ancora sviluppare intorno alla casa di ringhiera, Recami si allontana dall'ambiente lombardo e i racconti si svolgono a Firenze, in Sardegna, con un Consonni vittima di equivoci. Di queste storie è inutile parlarne. Il giudizio non può che essere severo. Nei racconti mancano la trama e i personaggi. Consonni ne esce ridotto alla figura di un vecchietto lubrico e un po' scemo, che prende il Viagra per avere un rapporto sessuale, con l'unico risultato di essere sorpreso in mutande con l'organo maschile eretto (ma perché insistere in queste volgarità?). La sua fidanzata Angela è una corpulenta signora ancora in cerca di sesso, e il rapporto tra Amedeo e la donna non ha nulla delle poesie del vecchio Ungaretti ancora capace di innamorarsi: > sei comparsa al portone/in un vestito rosso(...) era di lunedì/per stringerci le mani/e parlare felici/non si trovò rifugio/che in un giardino triste/della città convulsa . (12 settembre 1966 dalla raccolta Ungà 1966-1968). E' difficile narrare gli affetti e i sogni di noi vecchi! Perché leggerlo? E' una delusione.
Mrs. Dalloway
Il romanzo si sviluppa a Londra nello spazio di una giornata, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale: per la maggior parte del tempo i personaggi si muovono, riflettono e sognano nelle vie e nei parchi della capitale inglese, luoghi facilmente riconoscibili. La mente va immediatamente all' Ulisse di Joyce, accostamento valido solo per la natura di «antiromanzo» del libro di Woolf così com'è quello dello scrittore irlandese. Se quest'ultimo vuole scrivere un «poema omerico» e quindi mitico su un'istanza fortemente realistica (Dublino e i suoi abitanti sono in carne e ossa dinanzi a Bloom), Woolf agisce all'interno di un flusso di coscienza in uno spazio e tempo interiore, al di là del contesto esterno, del presente e del passato. Come disse la scrittrice in un saggio del 1919 > la vita non è una specie di lampioncini disposti simmetricamente; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci circonda dai primordi della coscienza sino alla fine . (da introduzione di Sergio Perosa Edizione Oscar Mondadori 1979). E' > una magica attesa simile a quella di un nuotatore prima di tuffarsi nel mare profondo e brillante sotto di lui, con le onde che minacciano di infrangersi, ma gentilmente dividono solo la superficie, la fanno muovere, la nascondono e la coprono come se stessero stendendo perle sopra le ninfee acquatiche. Non dobbiamo aspettarci una trama, dobbiamo invece ricercare lampi di suggestione e di poesia nell'ambito di una storia semplice, banale ed intensa ad un tempo, perché parla del riconoscimento di sé stessi. C'è un primo nucleo, costituito da Clarissa Dalloway, nobildonna inglese sulla cinquantina, ben maritata con prole, la quale attende il ritorno dall'India di un vecchio innamorato. E' il momento di riflettere sul proprio passato, sulle occasioni mancate? Solo in parte, in realtà a Clarissa, tutta nel suo ruolo, la disturba particolarmente che il marito l'abbia lasciata a casa per andare ai famosi ricevimenti di Lady Bruton. Camminando per le vie di Londra rumorose e affollate e per questo da lei così amate, Clarissa > si sentiva stranamente di essere invisibile; non vista; non conosciuta; di non essere più sposata, di non avere più figli ora, ma soltanto questo sorprendente e alquanto solenne progredire con tutti gli altri, su per Bond Street, essere la signora Dalloway, non più Clarissa, solo la moglie di Richard Dalloway . In quei momenti la coglie un sentimento contradditorio: di estraniazione dalla vita e nel contempo di immersione in essa, nei suoi rumori di sottofondo senza il filtro dell'immaginazione e della poesia: in questo stato d'animo, chiusa nella propria coscienza in un autismo sconcertante, Clarissa riconosce sé stessa, il suo prosaico appagamento in una vita solida e socialmente accettata. In fondo, cosa ha sofferto? La lontananza di un antico presunto innamorato. Ben più drammatico è il secondo nucleo, purtroppo solo abbozzato. E' il racconto della pazzia di Semptimus e del disperato amore della moglie Rezia. L'uomo ha partecipato alla prima guerra mondiale, ha assistito a stragi, è stato presente alla morte del suo più caro amico. Ha profondamente sofferto, che senso ha vivere ancora? > Rezia si metteva il cappello, e correva per campi di grano, dove poteva mai essere?, su per una collina, in qualche parte vicino al mare, perché si vedevano delle navi, dei gabbiani e delle farfalle; ed erano seduti in cima ad una scogliera, (...) e la carezza del mare, che pareva accoglierli nel cavo d'una conchiglia, e le mormorava all'orecchio; ed ella era distesa sulla spiaggia, sparsa le pareva di essere, come dei fiori disseminati su una tomba. E' morto, diceva sorridendo alla povera vecchia che la vegliava . Lo stile narrativo è altamente poetico e costituisce il tratto peculiare del romanzo. La trama e i personaggi si polverizzano all'interno della coscienza e sono in tal modo solo occasione per una scrittura fortemente evocativa, ricca di metafore, con un ampio ricorso al sogno. Woolf non riesce a dare spessore realistico alla narrazione e quando abbandona lo stile poetico scivola facilmente nel melodramma, come nella conclusione citata del vaneggiamento di Rezia. La scrittrice rifiuta il coinvolgimento, persegue, purtroppo, finalità filosofiche e psicologiche molto diffuse nel suo tempo, intende essere estranea ai personaggi e alla loro storia, così facendo polverizza e rende sterile l'intero racconto. Perché non leggerlo? Noioso, prolisso, inconcludente.







