Kafka sulla spiaggia
> Stavo per entrare nel mondo spietato degli adulti, e lì dovevo sopravvivere da solo. Dovevo diventare più duro di chiunque altro . Il libro è innanzitutto un romanzo di formazione, che prende lo spunto da un racconto di un grande autore della letteratura giapponese: Natsume Soseki. Egli narra la storia di uno studente, che scappa di casa e va a lavorare in una miniera, compiendo una «esperienza di vita e di morte» per poi ritornare al mondo di prima. La singolarità dello scritto di Soseki è che non dice se il giovane sia cambiato. Leggendolo si ha la sensazione di «non capire che cosa voglia dire». Analogamente il quindicenne Tamura Kafka, uno dei due protagonisti del romanzo di Haruki, lascia lʼodiata casa paterna per fuggire al dolore di essere stato abbandonato dalla madre. Lo sovrasta una enorme ferita spirituale, che può essere superata solo accettando il rifiuto della madre, senza aspettarsi spiegazioni. Deve semplicemente perdonarla. È un difficile passaggio esistenziale, anche perché farlo lo porterebbe definitivamente alla maturità, a riconoscere che noi tutti siamo come una maschera della tragedia greca: > luce e ombra, speranza e disperazione, riso e tristezza, fiducia e solitudine . Non è un caso che in un libro ricco di metafore la biblioteca e la foresta siano le costruzioni simboliche più importanti del percorso interiore di Tamura.Fuggito da casa, Tamura trova accoglienza in una biblioteca privata, dove fa amicizia con il segretario, una sorta di filosofo, un poʼ uomo e un poʼ donna, e soprattutto conosce quella che potrebbe essere sua madre, la signora Saeki, con la quale fa allʼamore. Ma la biblioteca è il simbolo della sistemazione ordinata dei ricordi, senza la quale non potremmo sopravvivere. > Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti... vivere significa anche questo ma ognuno di noi nella propria testa ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi . Camminare nella foresta simboleggia invece la ricerca di un mondo a parte, immobile, sereno perché senza memoria. Ed infatti Tamura si inoltra sempre più nel bosco per arrivare > ad un luogo particolare del mio essere, alla sorgente luminosa dove si producono le tenebre e si creano echi senza suono . Lì in un villaggio irreale potrà trovare quella pace interiore che non riesce ad avere perché continuamente si chiede: > perché non mi ha amato? Se mia madre non mi ha amato, non sarà stato per qualche mia grave mancanza di fondo? . Ma come ha fatto Tamura ad entrare in questo mondo, > dove il tempo non è più necessario e ( quindi) non sono necessari neanche i ricordi ? Qui subentra lʼaltra storia che percorre in parallelo la vicenda di Tamura. Nakata ha subìto gli effetti di un misterioso fenomeno, verificatesi durante la seconda guerra mondiale. Ancora bambino è rimasto in coma per diversi giorni e poi, tornato cosciente, ha perso ogni ricordo, ha dimenticato tutto, anche saper leggere e scrivere. Da allora è rimasto un poʼ minorato, con strani ed apparentemente inutili poteri:per esempio sa parlare con i gatti, in quanto conosce la lingua di tutti gli esseri viventi. Anche in questo caso lʼautore riprende una antica leggenda giapponese, che vuole che ci siano «spiriti viventi», che hanno la prerogativa di uscire dal corpo, di recarsi in luoghi lontanissimi e di vivere ai confini del mondo. Ebbene, Nakata sembra possedere queste qualità. La sua tranquilla vita di un uomo ormai anziano, un pò strambo ma innocuo, si interrompe bruscamente perché è costretto a uccidere una persona che taglia la testa ai gatti ( questʼuomo non è altro che il padre di Tamura). Nakata si mette in viaggio anche perché sente che deve compiere una missione: cercare la pietra dellʼentrata, ossia permettere a Tamura di entrare nel mondo senza tempo. E ciò è fondamentale per il ragazzo perché superare i confini del mondo reale permette di incontrare sua madre, perdonarla e accettare di crescere. > Mi trovo stretto fra un vuoto e un altro vuoto. Non so distinguere il giusto dallo sbagliato. Non so nemmeno cosa cerco..... ma da qualche parte mi arriva la voce della signora Saeki, che dice, con tono fermo: non importa, devi tornare comunque. Sono io che lo voglio. Che tu sia lì . Narrare fatti e circostanze al limite dellʼassurdo permette allʼautore di non rispettare i criteri di verosimiglianza e di portarci in un mondo onirico, proprio del sogno più che della realtà. Allʼinizio il racconto è strutturato come un classico romanzo, poi man mano che si procede il lettore non si stupisce più delle vicende e dei personaggi, convincendosi che lʼautore stia narrando un sogno, un percorso dentro la coscienza, nella quale i diversi piani, razionale ed irrazionale, in qualche modo si fondono ed acquisiscono una concezione unitaria. Si è dinanzi ad un libro con forti connotati filosofici, con un frequente ricorso al simbolismo, alle parole evocative di tanti significati. È un peccato. Restando in bilico tra lʼapprofondimento psicologico e il racconto fantastico, troppo spesso incline alle divagazioni filosofiche, il racconto perde di sintesi, si dissolve la direzione di marcia della narrazione, rimane alla fine sospeso senza una conclusione definitiva. Resta la sensazione di aver letto qualcosa di affascinante ma evanescente, > come lʼacqua che in un mattino dʼestate indugia in una piccola fossa del terreno prima di evaporare al sole . Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo ma non ci si deve aspettare una facile lettura né una chiara conclusione.
Kaijin l'ombra di cenere
Per Giuseppe Ungaretti c'è in noi un mistero, inconoscibile e indicibile, e lo scopo della poesia non è svelarlo ma permetterci di trovare un equilibrio, come dice il protagonista di questo racconto, Momokushi, > fra ciò che si mostra al mondo e ciò che si tiene nascosto; fra ciò che è apparente e ciò che è intimo e reale. Misurarsi con questo mistero è in fondo ciò che perseguono tutti gli artisti; se per alcuni, come Javier Marias, significa inoltrarsi dentro il labirinto delle relazioni contemporanee, come in «Domani nella battaglia pensa a me» (si veda la recensione in questo sito), Linda Lercari ha preferito indagare i segreti dell'animo in un ambiente a lei caro e conosciuto: il Giappone medievale. Siamo alla fine dell'era Kamakura nel 1330; dopo il tentativo dei mongoli di invadere il Giappone, il paese è travagliato da continue guerre fra i diversi feudatari. Momokushi è un potente castellano e guerriero, che ha al suo servizio numerosi samurai. Il racconto prende le mosse dalla morte in battaglia di Haka, il samurai a lui più vicino per coraggio, valore in combattimento e fedeltà. In punto di morte Haka gli confessa qualcosa, che mette in subbuglio Momokushi. Abilmente la scrittrice non ci svela cosa gli abbia detto l'amico: e un segreto che Momokushi, e noi con lui, dobbiamo scoprire lentamente. Ha inizio una sorta di romanzo «giallo» in un ambiente per noi fiabesco, ma reso verosimile da dettagli concreti, che rivelano la profonda conoscenza di Lercari del Giappone medievale. Momokushi si reca dalla concubina di Haka per chiederle se sa qualcosa e gli viene dato un bauletto, che contiene oggetti dell'amico. In esso trova una poesia dalle parole evocative ma oscure ( > mille stagioni/inverno dell'anima, /il cuore muore. Scopre una «tusba», una piccola placca metallica a difesa della mano, che capisce che gli apparteneva per la decorazione di una libellula: sconcertato, nota pure che è stata aggiunto il disegno di una carpa, sicuramente per iniziativa dell'amico. Nella cultura giapponese la carpa è simbolo della libertà di seguire la propria via e della forza di superare le avversità. Insieme con gli indizi materiali riaffiorano alla mente di Momokushi ricordi disordinati della vita insieme a Haka, in particolare un episodio: i due amici si erano allontanati dagli altri samurai quando Haka > improvvisamente gli afferrò una mano e se la portò al cuore. Il volto rosso scarlatto, più rosso dei fiori di ciliegio illuminati dalle lanterne. Nel ricordo > un lieve senso di colpa attraversò Momokushi. Se fosse stato più attento, forse avrebbe potuto indovinare quale malessere corrodesse l'anima dell'amico, ma temeva di conoscere la risposta e per questo era sempre stato schivo. Saranno i fiori di mandorlo decorati sulla spada dell'amico a svelargli il segreto della loro vita insieme e le parole pronunziate da Haka in punto di morte. E' troppo tardi! Come nel finale di «Grande Sertao» di Joao Rosa Guimares (si veda recensione in questo sito) non resta che il senso doloroso della perdita per ciò che non è stato. > Su questo prato/fra alberi antichi/un sorso di vino,/ un canto, un cuscino,/niente rumori/di fuoco e tempesta,/nessuna minaccia,/illusione di festa. Il racconto ha il passo lento del poema in prosa. Si percepisce una dolcezza malinconica, con un'alternanza di momenti guerrieri, di descrizioni suggestive della natura e dell' ambiente dei samurai, insieme con i mormorii per un'amicizia così intensa, quale quella tra Momokushi e Haka. Solitario si staglia il castellano Momokushi: è lui il protagonista orgoglioso e sofferente. Ha sconvolto il palazzo adottando Haka bambino, ha coltivato l'intimità con l'amico contro le maldicenze, ha sopportato il lutto, prendendo lentamente coscienza di ciò che era nascosto dietro la relazione con l'amico, solo apparentemente simile a quella tra guerrieri. Se i particolari sono ricchi di suggestioni la trama è spesso ridondante, i frequenti «flash back» confondono e appesantiscono il flusso narrativo a scapito del ritmo. Una maggiore essenzialità avrebbe senza dubbio giovato al romanzo. La scrittura è elegante e piacevole: si nota una notevole maestria nelle descrizioni della natura e della società giapponese. L'attenzione al dettaglio dà verosimiglianza all'intero racconto, evitando di scivolare nelle banalità ricorrenti sul Giappone. Forse, sarebbe stato utile un maggiore approfondimento della figura di Haka, e delle sue scelte di vita. Perché leggerlo? Interessante la storia, ben descritti gli ambienti.

