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La famiglia di Pascual Duarte
RecensioneItaliano

La famiglia di Pascual Duarte

Il lungo racconto di Cela è un romanzo pervasivo, pauroso e pietoso nello stesso tempo; lo si vorrebbe un affresco di una società contadina ancestrale dominata dalla violenza, o pensarlo come «una visione nitida della vulnerabilità dell'uomo», come recita la motivazione con cui fu conferito il premio Nobel allo scrittore spagnolo nel 1989. In realtà, Pascual Duarte non è una vittima, è banalmente un assassino: > il sangue sembra che sia il companatico della tua vita , gli dice Lola, la prima moglie, confessando di avere un'amante. Certo, nella lunga lettera scritta in carcere, prima della sua esecuzione, Pascual cerca di dimostrare come sia stato trascinato dal destino; nella lunga e confusa cronaca di come sia arrivato a uccidere tre persone (l'amante della sorella, la madre e don Gonzalez, > insigne patrizio cui dedica con malizia la sua sorta di confessione), ricorrono frasi del tipo: cercai di posporre > l'urto che tuttavia doveva accadere, fatale come le malattie e gli incendi, come i tramonti e la morte, perché nulla poteva impedirlo. oppure. > se la mia condizione di uomo m'avesse consentito di perdonare, avrei perdonato, ma il mondo è fatto come è fatto e voler andare contro corrente non è possibile. Dopo essere uscito dal carcere, dove scontava la pena per il primo delitto, Pascual giunge ad accusare la clemenza della legge per averlo trascinato > verso un male peggiore. Meglio sarebbe stato restare in prigione! Folle impostore o anima fragile, plasmata da un'infanzia infelice, dallo strazio > di non poter uscire dal male mentre dentro di noi si va imputridendo questo ossario di speranze morte sul nascere....  Se diamo per vero ciò che ci racconta Pascual, dobbiamo propendere per la sua innocenza, non per la legge, dinanzi alla Giustizia divina: un padre brutale, > alto e grosso come un macigno , una madre, > alta e magra, (...) scattosa e violenta ; entrambi privi di ogni principio morale e di qualsiasi freno ai propri istinti; e poi, un fratello scemo e una sorella che presto abbandona la casa per prostituirsi; e che dire di Lola che lo insulta, dicendogli che non era un uomo, era come il fratello scemo. Ci sono i bambini morti, l'uno a causa di una giumenta irrequieta e l'altro per il freddo vento della Castiglia. Pascual cova in sé un odio, che esplode inesorabile in una furia sanguinaria; un mostro da cui è inutile sfuggire. > Mi misi a correre; e anche l'ombra correva. Mi fermai; e anche l'ombra si arrestò. Alzai gli occhi al firmamento: non c'era una sola nuvola in tutto il suo arco. L'ombra continuava ad accompagnarmi, passo dopo passo, fino a casa...(...) Avrei voluto mettere la terra frammezzo la mia ombra e me stesso, fra il mio nome e me stesso, fra il mio sangue e me stesso, questo me stesso di cui, a togliergli l'ombra e il ricordo, il nome e il sangue, rimarrebbe così poco.... Nella concezione induista ogni individuo ha un suo «karma», una sorta di sovra temporalità dell'essere, che con la morte non segue il destino del corpo ma trapassa da una forma di vita all'altra nell'eterno ciclo delle rinascite. Il karma di Pascual è l'inclinazione sanguinaria, è questa l'ombra che lo insegue. Forzando l'interpretazione si potrebbe dire che sottostante al racconto ci sia una visione metafisica, un pessimismo atemporale dell'uomo. Se riportiamo al presente questa condizione, se pensiamo al genocidio di Gaza, alle stragi in Ucraina, ai tanti conflitti che ci sono nel mondo, la storia di Pascual non si chiude nella sua tragica vicenda umana, ma costituisce una sorta di profezia apocalittica per l'intera umanità. Come scrive Sebastiano Vassalli  in «3012 l'anno del profeta» (si veda la recensione in questo sito), gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe potuto fermarli. (...) Amen .  Costruito intorno ad un abile espediente letterario, una sorta di confusa confessione, riscoperta da un semplice trascrittore, il romanzo ha una trama apparentemente disordinata, per il fluire dei ricordi che si sovrappongono e per le lunghe interruzioni nello scrivere da parte del carcerato Pascual; in realtà, la narrazione è portata avanti molto bene, soffrendo, forse, della mancanza di colpi di scena, se si esclude il drammatico omicidio della madre. Non so se è voluto o è una distrazione: da nessuna parte viene raccontato l'assassinio di Don Gonzales. La scrittura è efficace, alternando dialoghi serrati con ampie e suggestive descrizioni degli ambienti e con approfondimenti dello stato d'animo del protagonista narratore. Gli altri personaggi sono dei comprimari. Perché leggerlo? E' un pugno nello stomaco.

Camilo JoséUtopia
I figli e i padri
RecensioneItaliano

I figli e i padri

Il libro è composto da tre romanzi, che coprono tutti gli anni ’90: Luce del nord del 1991, Colpa di nessuno del 1995 e L’amico d’infanzia del 1999, concluso solo alcuni mesi prima della morte dell’autore. Tutti i tre romanzi ruotano intorno ad un protagonista maschile, in un contesto che è quello della piccola borghesia romana e di una Roma in profonda trasformazione. In Luce del Nord, Angelo vive da tempo a New York, lontano dalla sua famiglia, dal fratello e dalla madre. Un giorno riceve una lettera dal fratello, Ferruccio, che gli racconta di uno strano sogno: è gravemente ferito e Angelo lo invita a scappare, a fuggire, come se avesse corso un grave pericolo. Alcuni giorni dopo il sogno, viene a sapere che il fratello è morto. Decide quindi di tornare a Roma, ma finge di essere un amico di Angelo, Cesare. Il romanzo si sviluppa su questa finzione, che permette ad Angelo di entrare nella vita del fratello, di cogliere tutto lo squallore della sua vita, tra privazioni economiche, delusioni professionali e tradimenti coniugali. Diventa anzi l’amante della moglie di Ferruccio, che disprezza Angelo ma impara ad amare Cesare. Angelo ritrova anche il rapporto con il padre e si affeziona al figlio del fratello. La storia sembra evolversi verso un lieto fine, quando Angelo decide nuovamente di fuggire e di ritornare negli Stati Uniti, dove, per farsi accogliere, ricomincia ad inventare altre storie. E’ il romanzo della continua fuga, nella quale l’America costituisce un sogno di libertà e di individualismo. In Colpa di Nessuno, forse il romanzo più sociale dei tre, il punto di attacco è la necessità del protagonista, uno squallido venditore a porta a porta di contratti di assicurazione, di riprendere le fila della propria vita: > è arrivato il momento di staccare le stelle filanti, raccogliere i nastri finti e le mascherine, e gettare tutto nel cesto delle feste passate . Paolo, il protagonista, conosce negli Stati Uniti Laura e, una volta che la donna è rimasta incinta, si sposano e ritornano insieme in Italia. Per lavorare Paolo accetta un impiego di venditore presso Italo, suo suocero. Entra in tal modo nella famiglia della moglie, composta dalla suocera Ida, donna avida e triste, dalla sorella di Laura, Silvana e da suo marito, Daniele, un uomo violento e di destra. Paolo conduce una vita squallida, nella quale il suo matrimonio va progressivamente a rotoli, al punto, che un giorno, si accorge che la moglie lo tradisce. L’accettazione di valori fatui, rozzi e volgari provoca una progressiva decadenza di Paolo, che viene più volte sottolineata dal padre, un uomo di un’altra generazione. Non c’è un vero conflitto tra figlio e padre, come sembrerebbe dalla titolo dato a questa raccolta di romanzi; i conflitti, politici, sociali e intergenerazionali sono scomparsi per essere sostituti dalla rassegnazione e dall’individualismo. In realtà tutti i personaggi subiscono, in qualche modo, la crisi della società italiana degli anni’90 ed è proprio il tema della decadenza dei rapporti e dei valori che sembra caratterizzare il romanzo. Un vecchio, che incontra, lo invita a stare sempre da solo. > Già adesso l’amicizia e la solidarietà si chiamano complicità ed omertà. Non ti fidare mai, non cedere. Non è più tempo di stare insieme. Non devi mai dovere dire noi, sarebbe già un segno di cedimento E poi l’autore inserisce una nota autobiografica di grande suggestione > Quando ero piccolo, credevo che il mondo fosse una specie di giostra fatta apposta per divertirmi. Ma ora in quale bocca di drago mi sono andato a cacciare, che razza di figure sono quelle che mi trovo davanti, che non mi divertono più, mostriciattoli da quattro soldi, capaci di tutto e di niente? . Un delitto, l’assassinio di Italo, del quale tutti credono che sia colpevole Paolo, diviene l’elemento catartico che apre gli occhi al protagonista. Paolo si rende conto dell’aridità e dello squallore della sua vita, di questa famiglia acquisita, che si trascina avidità e violenza, nonché della malvagia della moglie, Laura. Il romanzo si conclude con un grido di disperazione e di odio. > Se penso al futuro, Laura, me lo immagino come una grande piazza, affollatissima, in cui la gente urla e ride. Ci saranno uomini e donne venuti da tutte le parti del mondo, con abiti comprati a New York, a Roma, a Sarajevo, a Gerusalemme, e a Mogadiscio. Gente di tutte le razze e di tutte le provenienze, che si incrocia e si contamina di storia. Ognuno con la storia dell’altro, infettato di mondo. Solo noi due non ci saremo, Laura. Noi, coi nostri sentimenti aggrovigliati, non siamo stati capaci di dare nulla al presente, e dunque figuriamoci al futuro. Siamo due sputazzi del passato arrivati chissà come fino a qui. Ma nostro figlio sì, lui ci sarà. Io spero che attraversi per intero tutta la piazza, e che un boato carico di odio lo accompagni sempre e non lo abbandoni mai, che si nutra e cresca di tutta la perfidia. Lo lascerò a corroderli con i loro stessi denti . L’amico di infanzia è il romanzo più intenso e profondo dei tre, quasi premonitore della vicina morte. La storia di Fausto è raccontata dall’amico giornalista. E’ la storia di un fallimento. I due sono stati amici sin dall’infanzia in un quartiere alla periferia di Roma e poi si sono allontanati: Fausto ha cominciato a vivere di tanti lavori sino a finire a fare il venditore di immobili per una società che acquista a basso prezzo proprietà pubbliche per poi venderle a prezzi più elevati, cacciando gli inquilini. E’ un lavoro squallido che Fausto ha accettato per recuperare dei soldi così da inviare il figlio, che vive lontano con la madre a Milano, a studiare all’estero. La vicenda si sviluppa tragicamente, in quanto Fausto, in un momento di rabbia, uccide a bastonate il suo principale che non gli voleva concedere un prestito. Ne deriva una discesa di Fausto agli inferi, vive come un barbone, inseguito dalla polizia, ma proprio nel momento della massima disperazione trova tra i disperati solidarietà e aiuto. Alla fine, in un momento di lucida follia, fa esplodere gli uffici della società immobiliare e ne rimane mortalmente ferito. La storia di Fausto travolge anche l’amico, che si trova svuotato di energie. L’amico narratore riconosce che «non c’era la miseria di un seme nel gran tornado che ha sconvolto le nostre vite» e quindi è rimasta soltanto una grande miseria e un estremo dolore esistenziale. Il romanzo termina con una profonda riflessione sulla vita e sulla morte. Dinanzi alla morte di Fausto, il narratore rimane sconcertato al pensiero > che in realtà ci piacciamo e ci odiamo solo in base alla contingenza di un momento e chiude il romanzo con questa strofa: " ma eravamo nati per esserci/ e per un po’ ci siamo riusciti / e è questo che le nostre asciutte / bocche adesso vogliono cantare. Le recensioni sottolineano soprattutto i connotati sociali dei tre romanzi: gli anni’90, il degrado urbano e culturale dell’Italia. In realtà, a me sembra che i tre romanzi ( e soprattutto l’ultimo) ruotino intorno alla disperazione esistenziale e alla ricerca, spesso disillusa, di una speranza. L’ambiente stesso dell’ultimo romanzo, il degrado della periferia romana, scivola pian piano verso un contesto surreale nel quale tutto è possibile, anche le cose più incredibili: un elefante che passeggia per le strade di Roma, una cornacchia che colonizza la città per cibarsi, un bambino che impara a giocare a pallone in uno stadio deserto, una nuova vita, rappresentata dal figlio di cui è in attesa Elena, il grande amore di Fausto, la solidarietà della stessa moglie della vittima, il preside che si è fatto eremita nella periferia romana, sono tutti fatti che dimostrano che nel sottosuolo della vita urbana esistono ancora energie positive che possono cambiare una situazione così degradata.

Sandro OnofriBaldini & Castoldi
For whom the bell tolls
RecensioneInglese

For whom the bell tolls

Il romanzo è ambientato in Spagna durante la guerra civile e si sviluppa nel giro di pochi giorni. Jordan, un americano, viene inviato al di là delle linee per distruggere un ponte, in funzione di un attacco dell’esercito repubblicano. Per svolgere questa operazione, entra in contatto con una banda di guerriglieri, tra i quali incontra Maria, di cui si innamora. Il gruppo fa capo a Pablo, che entra in conflitto con Jordan, e a Pilar, una donna molto forte ed energica. Pur tra contrasti interni, il gruppo compie l’operazione e Jordan distrugge il ponte, ma nella fuga viene ucciso. Il vero tema del romanzo sembra essere l’inutilità della guerra, la sua intrinseca crudeltà, che si esprime da entrambi i lati del fronte. Di forte tragicità sono le pagine che descrivono la conquista da parte del gruppo di Pablo di una città e l’uccisione dei fascisti: uno per uno escono dalla chiesa dove sono stati imprigionati e sono costretti a passare in mezzo alle file dei paesani e dei partigiani per essere scaraventati poi in un burrone. Dapprima la folla è incerta ma poi l’odio e il sangue prendono il sopravvento. La stessa crudeltà viene perseguita dai fascisti nell’assassinio di un gruppo di partigiani ai quali viene tagliata la testa. L’attesa dell’attacco finale, la presenza nel gruppo dei partigiani di un ragazzo ancora molto giovane, che difende, poco prima di morire, la rettitudine di un dirigente del partito comunista, il cui figlio si è rifugiato in Russia, e l’impossibilità tragica della banda di Jordan di poter intervenire in aiuto rappresentano momenti bellissimi del romanzo, che, più di altri, esprimono la crudeltà della guerra. Ma la guerra è anche inutile, oltre che crudele, ed è inoltre stupida e si conclude sempre con la morte: > che uno abbia timore oppure no, la morte è difficile da accettare: non c’è dolcezza nella sua accettazione . I personaggi sono trascinati in un ingranaggio di cui colgono l’inutilità e l’assurdità, ma del quale non riescono a liberarsi. La distruzione del ponte è totalmente inutile, in quanto l’esercito di Franco è a conoscenza dell’attacco dei repubblicani e possiede una forza aerea superiore e quindi molto probabilmente respingerà l’offensiva. Jordan cerca di avvisare il comandante dell’esercito repubblicano, ma la burocrazia, la diffidenza e le lotte interne impediscono che la notizia arrivi in tempo. E Jordan sa che «dovrà comunque distruggere il ponte». Tranne Pablo, che è un assassino, tutti gli altri personaggi si rendono conto della crudeltà: dal vecchio Anselmo, che non vuole uccidere ma si trova costretto a farlo, a Jordan, che legge le lettere di un soldato ucciso e appare evidente che si tratta di un giovane, con i suoi affetti e anch’esso trascinato in una guerra civile senza senso. La guerra travolge anche i sentimenti personali. Non bisogna pensare alle persone care, all’amore appena trovato e l’assurdo è che Jordan, nel momento in cui sta per morire e ha dovuto abbandonare Maria, ritiene di essere stato fortunato perché ha potuto vivere gli ultimi giorni con l’amore di Maria. Lo stile di Hemingway è molto articolato, più efficace nelle descrizioni che nei dialoghi, che talvolta risultano ripetitivi e noiosi.

Ernest HemingwayCharles Scribner's Sons
Francesca e Nunziata
RecensioneItaliano

Francesca e Nunziata

Francesca e Nunziata sono due donne, cui il caso ha dato un comune oggetto dʼamore: la produzione della pasta. Il romanzo narra la storia di una famiglia di pastai napoletani e di come si sono evoluti da semplici artigiani a industriali. La storia inizia poco prima della spedizione dei Mille e della caduta dei Borboni. Il nonno di Francesca produce la migliore pasta di Napoli e nel lavoro coinvolge la numerosa prole. È questa la parte più suggestiva del racconto anche per lʼuso del napoletano nei dialoghi. Bellissime sono le scene delle fusillare al lavoro e della loro accoglienza della macchina che avrebbe sostituito il loro lavoro: > Figliulé, figliulé preparateve ʼ a mappatella, preparateve ʼ a mappatella! Le fusillare, sdegnose, ostentatamente finsero di ignorare il complesso articolarsi dellʼingombro, ma le donne di casa si fermarono con lietezza accanto a esso e le bambine gli fecero festa E il nonno cantava «Oro e diamante tene il Sultano ma io tengo ʼ e trezze toie dintʼa sti mane». Era quello il tempo quando > il grande schieramento della sua famiglia, abituato al sacrificio, operoso e animato, aveva sempre attinto da ogni piccola cosa serena felicità, ma fu quello il tempo della gioia più piena . La vicenda riprende poi molto più avanti con Francesca, ormai grande imprenditrice, donna ricca e potente. Come ringraziamento per la guarigione di una delle sue figlie, Francesca adotta Nunziata, una povera orfanella. Nunziata è lʼunica della numerosa prole di Francesca a lavorare nel pastificio, acquisendo quindi fin da bambina lʼarte di fare la pasta. > Non è cresciuta molto, pensava Francesca, è rimasta piccerella, ma tiene una salute di ferro, e poi è una lavoratrice, è come me . Ma Nunziata è una ragazza vivace e sensuale: messa incinta dal fratello acquisito, il bello e colto Federico. Francesca decide di darla in sposa, per coprire lo scandalo, e nel momento di salutarla le chiede che cosa vuole in dono: > ʼ nu ruotolo dʼoro, una parure di diamanti... E Nunziata si era fatta coraggio e aveva alzato gli occhi nel risponderle. Per un attimo gli sguardi si erano incontrati: voglio due ʼingegni per fare i maccheroni > . Nella terza parte del romanzo, Nunziata è diventata una imprenditrice di successo mentre Francesca ha subìto una serie di disavventure finanziarie, che lʼhanno portata alla rovina. I giorni di Nunziata nelle loro scansioni di sole e di ansie, dolori e canzoni, ebbero un contrassegno preciso di laboriosità indefessa, di sacrificio senza negligenze, proprio come quelli di Francesca. Ma nello svolgersi furono più allegri e fortunati e nel lento dipanarsi più soddisfatti. Le rallegrò lʼesistenza e lʼaiutò a vivere: il tressette > . Nunziata è una donna indipendente, non convenzionale, sorretta da un atavico desiderio di vivere, anche delle piccole cose. I suoi amanti, il legame profondo con la famiglia di Federico, ormai in miseria, la pongono in profondo contrasto con i figli. Il declino personale di Nunziata, osteggiata e isolata, è emblematico della fine di una civiltà: Napoli scompare sommersa da una iattura, che avrebbe seccato la linfa di lavoro di un artigianato orgoglioso e capace e cancellato lʼimportanza vitale di esperienze e qualifiche. Il libro è un grande affresco, che può essere letto da tanti punti di vista: il canto di un vigore meridionale che spesso si dimentica, la storia di Napoli e delle occasioni perse, lʼevoluzione di un industria dal lavoro manuale a quello meccanizzato, il ruolo delle famiglie e delle donne. Una storia così complessa si regge non tanto sui personaggi e sulla trama, quanto su uno stile lussureggiante e fascinoso, pur restando sempre ben saldo sul racconto. Oltre alla prima parte, quella più verace ed esilarante, ci sono alcune pagine bellissime, come la descrizione del pranzo offerto da Francesca. Rossi e gialli, disposti in quiete file, appassiti dolcemente dal fuoco, smorzati nella tonalità dei colori, i peperoni ripieni trattenevano nelle nervature svigorite, nelle grinze degli afflosci, lucide untuosità e si allentavano disfatti e quasi sensuali, con le spaccature che lasciavano intravedere il segreto del ripieno e gli occhi delle olive nere«. E poi il tocco finale.» I due uomini di fede andarono a mangiarli nel nascosto della pineta... e così nel buio, solo gli occhi di pietra di un Ercole maligno, senza naso e senza mani, seppero la carnalità del pasto". Perché leggerlo? È un canto a Napoli, allʼindustria, alle donne e alla lingua italiana

Natale Maria OrsiniAvagliano
I fratelli Karamazov
RecensioneItaliano

I fratelli Karamazov

Il romanzo è ambientato in una città di provincia della Russia e tratta delle vicende della famiglia Karamazov e dei complessi rapporti tra il padre e i figli. Il racconto può essere articolato in tre parti fondamentali. Nella prima parte viene delineato il profilo dei personaggi principali tramite una successione di avvenimenti drammatici, nei quali si manifestano i sentimenti dei figli verso il padre (di disprezzo e di odio, ma anche di consapevolezza di essere «fatti della stessa pasta») e in tal modo anche i caratteri, complessi e contradditori dei protagonisti: Dimitri impulsivo e «animalesco» ma trascinato anche dalla passione e dall’amore; Ivan cinico e riflessivo, ma anche angosciato da un profondo senso di colpa e di disperazione (per il dolore dell’umanità e per la coscienza di essere come il padre); Alesa buono e gentile ma in un certo senso spettatore nei confronti delle vicende drammatiche e posseduto anch’esso da una sensualità, che gli proviene dal padre; e infine il figlio naturale del vecchio Karamazov, Smerdjàkov, che esprime tutto il dolore, il senso dell’ingiustizia e l’odio, presenti anche nei fratelli ma in una dimensione «animalesca» e quindi senza freni. La prima parte del romanzo, la più ricca di temi e di suggestioni, descrive il mondo filosofico e religioso del racconto, nella lunga trattazione su padre Zòsima (la sua visione del mondo, la sua morte e la delusione per la rapida decomposizione del corpo), e poi nel colloquio tra Ivan e Alesa (i capitoli «La Ribellione» e «il Grande Inquisitore»). Nella seconda parte vengono descritte le vicende, che portano all’assassinio del vecchio Karamazov e all’arresto di Dimitri. Si tratta dei capitoli più fragili del libro, centrati fondamentalmente sulla figura di Dimitri e su due personaggi femminili: Katerina Ivanovna (fidanzata di Dimitri ma che ama Ivan) e Grùsenka, la donna che costituisce il movente apparente del delitto (Dimitri ama Grùsenka, che a sua volta è amata dal vecchio Karamazov). La seconda parte si chiude con il riconoscimento dell’amore tra Dimitri e Grùsenka. Nella terza parte viene descritto il processo con le arringhe dell’accusatore e del difensore. Ma il vero oggetto di questa parte è costituito dall’incontro tra Ivan e Smerdjàkov e nellʼaccusa di quest’ultimo verso Ivan: Smerdjàkov ha ucciso il vecchio Karamazov, perché giustificato dalla partenza di Ivan. In realtà è Ivan il vero mandante del delitto. Da questa affermazione hanno origine la follia di Ivan e in un certo senso la decisione di Katerina di portare in tribunale una lettera di Dimitri, che preannunciava il delitto, che sarà alla base della condanna. La critica parla normalmente di due piani in base ai quali vanno «letti» i personaggi: quello empirico e uno metafisico. In realtà bisognerebbe distinguere anche tra il piano metafisico- religioso e quello metafisico-filosofico. Dal punto di vista «empirico» il ritmo del racconto si basa fondamentalmente sul dialogo tra i personaggi e si incarna sul tema della contraddizione tra la razionalità e l’irrazionalità: i personaggi sembrano essere mossi da due forze tra di loro in conflitto ma vengono comunque ricondotti sempre a un «destino» che trova fondamento nella natura intrinseca (nel codice genetico si direbbe oggi) della persona. È questa la vicenda dei fratelli Karamazov: odiano e disprezzano il padre o lo compatiscono (nel caso di Alesa), ma in tutti i casi sono fatti della stessa natura e a quella sono irrimediabilmente ricondotti. Questa ineluttabilità della loro natura è chiara a Ivan (ed è alla base della sua follia); è evidente in Dimitri e in Smerdjàkov, ma traspare anche in Alesa, per esempio nei rapporti con il giovane Kòlja. Come dice Ivan in un colloquio con Alesa: > perché mentire a se stesso, quando tutti gli uomini vivono così e forse non possono vivere in altro modo? Me lo domandi a proposito delle mie parole di poco fa, che uno dei due rettili divorerà per forza l’altro? Permetti pure a me, in tal caso, di farti una domanda: credi anche me capace di versare il sangue di Esopo come Dimitri, cioè di ucciderlo? . Il secondo piano è quello religioso, che è profondamente legato al tema della sofferenza e della sua compatibilità con l’esistenza di Dio. Come dice Ivan ad Alesa nel capitolo «La Ribellione»: > se tutti devono soffrire per conquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano i bambini?... Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore dell’umanità... Non è che non accetti Dio, Alesa: semplicemente gli restituisco rispettosamente il biglietto. Se le sofferenze dei bambini sono servite a completare la somma di sofferenze occorrente per pagare la verità, affermo sin d’ora che nessuna verità vale questo prezzo . Non esiste sicurezza nella fede; Alesa stesso dubita nel momento stesso in cui vede decomporsi il corpo di padre Zòsima, e soprattutto non si giustifica Dio se esiste una tale sofferenza nel mondo. Il terzo piano è quello filosofico, legato alla nascita dell’uomo moderno. È nel capitolo del «Grande Inquisitore» che si esprime il contrasto tra il sacrificio di Cristo per dare agli uomini la libertà di giudizio e la volontà della Chiesa (e così di qualsiasi Istituzione) di mantenere gli uomini in uno stato di tutela. Così parla il Grande Inquisitore: > che colpa ha l’anima debole se non ha la forza di accogliere doni così terribili?... E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicare il mistero e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa e neppure l’amore, ma il mistero al quale devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza. E così abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità . Il legame tra i tre piani (empirico, religioso e filosofico) è dato dall’affermazione di Ivan che tutto è possibile all’uomo: si esprime in tal modo un concetto di «uomo senza limiti» che è alla base di tutte le vicende del romanzo, della sua costruzione filosofica e delle contraddizioni presenti nei personaggi e nello spirito che anima il libro.