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Dalla parte di lei
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Dalla parte di lei

> Dietro il muro sorreggendosi, stringersi tra noi, formare un grumo di sofferenza e di attesa. (...) Le sentivo gemere, implorare, senza essere udite: perché la voce di una donna è solamente povero fiato; e il muro è pietra, cemento, mattoni . Questo romanzo parla della separatezza tra uomo e donna, di due mondi distinti il cui confine è impossibile da valicare. Questo tema è «agghindato da uno straccio di trama», come scrive Melania Mazzucco, e si sviluppa tra due finali inevitabili: il suicidio o l'uccisione dell'uomo amato. Il primo capitolo è ambientato a Roma negli anni'30; in un contesto familiare povero e angusto la giovane Alessandra vede sfibrarsi la madre, tra il desiderio di amore e un > marito piccolo borghese,(...) anche il suo aspetto fisico era privo di qualsiasi spiritualità . Già allora Alessandra coglie la distanza tra il mondo delle donne e quello degli uomini. Percepisce «l'affettuosa indulgenza» che lega le donne, > tutte, rassegnate, accettavano, col nascere di un nuovo giorno, il peso di nuove fatiche . Dall'altra parte gli uomini > non raccontavano niente, non amavano la conversazione, gli scherzi, sorridevano poco, (...) imbrancandola con i figli, la suocera, la serva: gente pigra, dispendiosa e sconoscente. (...) Man mano, sotto una parvenza di rassegnazione, era nato nelle donne un livido rancore per l'inganno nel quale erano state tratte . Alessandra conosce l'amicizia femminile, accogliente e complice; verso i maschi è difesa dal suo fisico magro e angoloso, anche se è oggetto delle attenzioni possessive e rispettose di Claudio, un bravo ragazzo che tuttavia non ama. Dopo il suicidio della madre Alessandra viene inviata dai parenti paterni in Abruzzo, dove è ambientato il secondo capitolo, sicuramente il migliore dell'intero romanzo. Qui viene in contatto con la rassegnata saldezza della Nonna (con la enne maiuscola): > perché una donna non dovrebbe desiderare di morire? Lassù c'è un buon profumo di gigli, (...) qui lavorare, mettere al mondo i figli. (...) E sempre aver paura degli uomini perché sono di cattivo umore, perché hanno l'amica e spendono denaro con l'amica. Per la Nonna ci sono solo due alternative: o piegarsi all'uomo, accettandone i capricci, gli egoismi e i tradimenti, o invece chiudersi imperiose nel proprio mondo, «dire sempre sì si e poi far tutto il contrario». Potrebbe essere questo il futuro di Alessandra se accettasse un bravo giovane del posto, ma come dice la Nonna pure Alessandra è incantata dagli uomini, non perché spinta dal sesso ma perché convinta che sia possibile parlare il linguaggio delle donne con gli uomini, ed essere felice. Quando torna a Roma per assistere il padre ormai cieco, conosce Francesco, un professore universitario. Il terzo capitolo è ambientato a Roma durante la guerra e l'occupazione tedesca. Prima del matrimonio, la relazione con Francesco è fatta di lunghe passeggiate, di colloqui fitti e intensi, di lettere d'amore: Francesco è serio, devoto, colto e bello, con lui, forse, è possibile vivere di sentimenti, di piccole attenzioni, di gesti affettuosi. Ma l'idea che hanno gli uomini del matrimonio (la donna come «angelo del focolare»), e gli impegni politici e intellettuali troppo importanti per essere alla portata della donna, allontanano Francesco; non perché lui la tradisca o le manchi di rispetto e di affetto, ma il legame è diventato una consuetudine che esclude Alessandra. > Perché non mi scrivi più lettere d'amore?, gli dicevo. Egli rimaneva addolorato, perplesso. E' vero , rispondeva, forse  perché ormai posso parlarti quando voglio. Ma non mi parli più d'amore. (...) Accadono molte cose significative, e per me è difficile pensare ad altro. Tu forse non puoi capire perché sei donna > . Con una lunga narrazione, che porta il lettore allo sfinimento, l'autrice ci conduce sino all'unico finale possibile per una donna che chiedeva di essere amata come le donne vorrebbero essere amate, affettuosamente ascoltate in ogni gesto. Francesco, proruppi disperata. aiutami Francesco.  Egli si scosse appena, dormi, mormorò, (...) In me il cane rabbioso ebbe un balzo, si slanciò. M'avventai contro Francesco  e gli scaricai la pistola nella schiena. La chiave di lettura che propone la stessa autrice nella prefazione del 1994, e che Melania Mazzucco pare accogliere nella sua introduzione, è quella di un romanzo a cavallo tra narrazione di genere e metafora della disillusione di un'Italia ben differente da quella sognata con la Resistenza, alla quale Alba de Céspedes prese parte. Ci sarebbe una cesura con il precedente romanzo, dove si racconta di collegiali che vivono come sospese, protette dalle mura del collegio, e possono dire è bello stare a discutere tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare«(si veda la recensione di»Nessuno torna indietro > in questo sito). Se non ci facciamo influenzare dalla nobilitazione che ne ha voluto dare l'autrice molti anni dopo, ci accorgiamo come ci sia un filo conduttore tra i due romanzi: la ricerca delle donne della propria e peculiarità felicità femminile, a prescindere dagli uomini, e dal sesso. Se però le collegiali perseguono un proprio percorso individuale, non sempre fortunato, ma comunque pieno di speranza, qui invece non c'è una prospettiva al desiderio d'amore. Non si può dire che non ci siano riferimenti a Madame Bovary e persino ad Anna Karenina, soprattutto nelle parole con le quali si chiude la prefazione: Dalla parte di lei, pur nella sua tragica fine, voleva opporsi a che l'amore fosse un'illusione > (si veda le recensioni di questi due libri su questo sito). A me piace accostare la figura di Alessandra a quella di Murasaki, la quale comprende che la vita non è come la letteratura (pure la Nonna invita la nipote a non leggere i libri), Genij non è un personaggio, maschile e femminile insieme, al quale affidarsi, e la grande poetessa giapponese fa morire la protagonista. (si veda la recensione in questo sito di The Tale of Murasaki > ). Alba de Céspedes è un'autrice elegante, che richiama nella scrittura Alberto Moravia. L'apparente profilo ottocentesco del romanzo, sospeso tra favola e cronaca, ricorda Menzogna e Sortilegio" di Elsa Morante (si veda la recensione in questo sito). La struttura circolare, che torna sempre su sé stessa senza un reale sviluppo, compromette l'efficacia della narrazione, rendendola prolissa, quasi che l'autrice sia arrivata alla fine per sfinimento, senza un disegno complessivo. Perché leggerlo? Il tema è attuale ma il racconto è troppo lungo.

Céspedes Alba deOscar Mondadori
La deriva dei continenti
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La deriva dei continenti

Questo romanzo è un vortice dʼacqua, che risucchia lʼintero racconto in un unico incomparabile episodio, tragico ed intenso, dopo il quale niente è come prima. Il problema è che questo mulinello è una «sabbia mobile», così lento e vischioso da sfinire il lettore. Ma andiamo con ordine. Bob è un giovane di trentʼanni, padre di due bambini, sposato con una donna che lo ama; ha un posto fisso e unʼamante. Non cʼè nulla di apparentemente sbagliato nella sua vita, eppure Bob la odia: in parte per il solito sogno americano (la vecchia metafora dellʼAmerica alla quale tutti sembrano crederci), ed in parte perché Bob > ha lasciato nel mondo reale un uomo irreale, inventato, che fa il suo dovere, prudente, responsabile, fedele ed equilibrato, mentre nel mondo invisibile (...) Bob è inconcludente, avventato, irresponsabile, infedele, irrazionale, (...) lʼuomo che è un bambino . Questo lato invisibile prende il sopravvento e lo spinge ad abbandonare una vita prosaica ma sicura, per cercare qualcosa che lui stesso non sa cosa sia. Lascia la casa di proprietà e il posto fisso, e trascina la famiglia in Florida a vivere in un caravan, a lavorare prima con il fratello (uno smargiasso truffatore) e poi con un amico (un altro mascalzone). È una deriva inesorabile: non solo è un fallimento economico, è pure una discesa psicologica e morale. Bob uccide un uomo, anche se per difendersi, si disinteressa della famiglia, è coinvolto nel suicidio del fratello, fa finta di non accorgersi dei loschi affari dellʼamico, finisce a fare traffico illegale di clandestini. Accanto al racconto di Bob si sviluppa la storia degli immigrati haitiani, in particolare di una donna con il suo bambino. È inutile soffermarsi su questo filone narrativo, che avrebbe potuto dare molto se non fosse stato infarcito di riti vudu, del fascino dellʼesoterico, di visioni stucchevoli del «buon selvaggio». Caro Banks le sofferenze dellʼimmigrazione sono troppo gravi e serie per essere lʼoccasione di artefatti e folcloristici racconti! I due filoni narrativi (le vicende di Bob e quelle degli haitiani) convergono in un evento drammatico ed ad un tempo emblematico di una condizione universale. Bob trasporta con la sua barca un gruppo di haitiani, determinati ad arrivare in tutti i modi in America. Lo fa per soldi, ma il suo atteggiamento è di empatia per questa povera gente: li porta dellʼacqua, offre delle sigarette, sembra volersi far coinvolgere. Quando però vengono avvistati dalla guardia costiera e dunque cʼè il rischio di essere arrestati, Bob non esita a buttare a mare gli haitiani (uomini, donne e bambini), condannandoli ad una morte certa per annegamento. > È caduto in un luogo oscuro e freddo, dove le pareti sono perpendicolari e scivolose e tutte le uscite sono state sigillate. È solo. (...) Ecco come un uomo perde la sua bontà. (...) Dalla bocca allʼinguine, Bob percepisce il proprio corpo come una fredda barra dʼacciaio, braccia e gambe si induriscono come ghisa, la testa, occhi bocca naso orecchie, sembra chiudersi al mondo a poco a poco . Il capitolo «Per mare» narra la terribile vicenda dellʼassassinio dei clandestini, lasciati annegare per un pugno di soldi: è di una potenza evocativa straordinaria, anche alla luce di ciò che avviene giornalmente nel nostro mediterraneo. Lʼautore mostra una grande abilità stilistica, nella costruzione della trama e nellʼuso delle parole. Sino allʼultimo il lettore spera che ci sia un diverso finale, nel quale Bob palesi la sua bontà, una effettiva compassione verso gli haitiani, «così fragili, delicati e sensibili». Ed invece, lui, «un tipo gentile e socievole», commette un delitto orrendo, una strage. E ci fanno ancora più ribrezzo le sue banali giustificazioni, come «nulla gratis nella terra della libertà», o la sua auto commiserazione: «e infatti eccomi qui. Peccato che non sono più io». È facile, tuttavia, scandalizzarci per il comportamento di Bob; in realtà le sue azioni e i suoi pensieri esprimono molto bene la distanza tra ciò che proclamiamo e ciò che facciamo, quellʼipocrita perbenismo, la nostra falsa coscienza. Ed allora perché rovinare tanta bravura stilistica in banali disgressioni di carattere filosofico e perché tante lungaggini sulla cultura haitiana? Non era forse meglio focalizzarsi sui personaggi, o lavorare sulle reali condizioni degli immigrati, in viaggio verso il sogno americano? È un libro rovinato dalla presunzione dellʼautore di essere in grado di trattare troppi temi, invece di concentrarsi su limitate ma efficaci chiavi di lettura. Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il capitolo «Per mare».

Russell BanksGiulio Einaudi
Di sangue e di ghiaccio
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Di sangue e di ghiaccio

Immaginiamo dei Promessi Sposi dove Renzo e Lucia siano due mentecatti o presunti tali, i luoghi siano una Lecco di fine ottocento, in bilico tra superstizioni, cialtronerie e positivismo, il centro della narrazione sia il manicomio e l'autore non sia Manzoni, ma uno scrittore al suo esordio. Dice all'amico Baldo Bandini, squattrinato teatrante, Antonio Ghislanzoni, l'unico personaggio realmente vissuto: > noi non siamo il Manzoni o Stoppani, siamo dei vecchi scapigliati stanchi, buoni solo a fare scherzi e prendere per i fondelli i borghesucci. (...) Moriremo magari prima che inizi il Novecento e dureremo ancora meno nella memoria e nella storia. Il Ranocchio, invece, io credo che il Ranocchio durerà. Non lui certo, capiscimi. La sua razza, però, non si può estinguere. E' la dinastia dei pazzi e dei diversi, di quelli che come casa hanno la strada e il lebbrosario, gli appestati che solo a vederli senti il campanello dei monatti . Ranocchio o meglio Ranocchia è il nomignolo di un ragazzo, balbuziente, strambo, abbandonato dai genitori, al quale fa da padre Bandini, perché «gli scemi vanno in coppia all'altro mondo». Trovato mezzo annegato e totalmente nudo, portato a casa da un Bandini disperato, il ragazzo continuò per giorni a produrre > bave verdastre, (...) cantare (...) canzoni in un dialetto che nemmeno ricordava, schiocchi di consonanti appese, ululati vaghi e indistinti a mezz'aria . Si decide di internarlo in manicomio. Ma cosa era successo? > Buon Amico (scrisse Ghislanzoni al Bandini) la soluzione è semplice. Come accade spesso, la follia del nostro Ranocchio è delle peggiori. Si chiama amore e il contagio è di una donna . Ed è uno dei contagi peggiori perché la donna amata è Bianca la maestrina: algida, come se indossasse sempre un'armatura, aveva permesso a lui, il povero ed ignorante Ranocchio, «di violare la sua fortezza». > Quando la osservava da lontano camminare, nelle lunghe passeggiate serali con il suo bel crucco biondo (l'amante di Bianca è un ufficiale austriaco), Ranocchia avrebbe potuto giurare di vederla armata. Lo scudo e l'elmo scintillavano, la lancia era puntata: nemmeno insieme a quella faccia di macaco senza barba sapeva liberarsi dal fardello che si portava dentro. Eppure gli dava il braccio con lo sguardo un po' socchiuso dalle palpebre . Non poteva che sbocciare un innamoramento così intenso da indurre il ragazzo a simulare una pazzia, per farsi ricoverare in manicomio, dove la maestrina era stata mandata a seguito di un crollo nervoso dopo la partenza dell'amante, o per nascondere una gravidanza che avrebbe dato scandalo. Fino a questo punto il romanzo fila liscio, intrigante per i strani personaggi e per la descrizione di una Lecco e di un lago di un altro secolo certo, ma entrambi così vividi di colori e di luci da sembrare ritratti viventi: l'amore dei luoghi guida la penna dell'autore  favorendo un piccolo miracolo di scrittura. Poi, la storia si ingarbuglia e si banalizza. Le molte pagine dedicate al manicomio sono fredde, scontate, false, il luogo sembra più un lager nazista che  «una grande casa di risonanza» dove «il delirio diventa eco/l'anonimità misura», dove si trascorre un > tempo perduto in vorticosi pensieri/assiepati dietro le sbarre/ come rondini nude (Alda Merini). La trama si sfilaccia ulteriormente quando l'autore passa a raccontare la fuga di Ranocchia, la disperata ricerca di Bianca, per sapere almeno se è viva dopo che è scappata dal manicomio, ed infine lo svelamento del mistero di Bianca, anche con l'aiuto di una strega e di un parroco che assomiglia maledettamente a Don Abbondio. Senza scoprire il finale possiamo dire che la maestrina è strana, introversa ed egocentrica, ma non è certo pazza, anzi è così savia da simulare una scomparsa per fuggire da una Lecco bigotta ed ottusa. E poiché non ci facciamo mancare nulla, nell'ultima parte abbiamo anche un po' di mistero esoterico, costituito da numeri incomprensibili, il cui segreto solo un bambino, anche lui scemino, riesce ad infrangere. Bisogna accettare che > il mondo in realtà è incerto e vago, come il cielo che si rannuvola ad agosto e non sai dire se pioverà o se girerà il vento : una conclusione degna di Manzoni, per il quale il popolo non deve alzare la testa ma affidarsi alla Divina Provvidenza. Perché rovinare una bella idea, la descrizione del mondo degli Scemerelli, con così tante parole inutili? Forse è questo il vero mistero del libro. Non dobbiamo però disperare: in questo romanzo d'esordio l'autore mostra una scrittura pulita ed elegante. Le frasi si susseguono in modo lineare, la punteggiatura è usata con maestria, meglio certo di quella di Manzoni, il ricorso agli aggettivi è parsimonioso ma efficace, parole inusuali e modi di dire abbelliscono la narrazione. Non parliamo poi delle descrizioni di Lecco e del lago, suggestive e naturalisticamente vive. Insomma bisogna che l'autore abbia più fiducia nella sua scrittura e semplifichi le storie, non affollando di situazioni e personaggi. Perché leggerlo?  Nella prima parte è intrigante; nel complesso è ben scritto.

Mattia ContiSolferino
La dismissione
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La dismissione

La dismissione, di cui tratta il libro, è quella dello stabilimento siderurgico di Bagnoli, a Napoli. Con lʼespediente letterario della narrazione allo scrittore da parte di un tecnico , Vincenzo Buonocore, la storia della chiusura della fabbrica, del suo impatto sul contesto sociale della cittadina campana, si amalgama con una vicenda personale. > Se io devo essere per intero in questo libro, e deve esserci Rosaria, deve esserci Marcella, deve esserci Martinez, deve esserci la fabbrica che scompare, Bagnoli che cambia volto; se devi esserci anche tu stesso con la tua pretesa di raccontare tutto questo servendoti di me, e deve esserci la mia mediocre storia di uomo, con tutte le sue debolezze, i suoi rancori e rimpianti, che senso avrebbe tacere quel che accadde quella sera tra me e mia moglie? La storia è molto semplice. Buonocore è un tecnico, che è entrato molto giovane in fabbrica come operaio, ma poi le capacità, la dedizione al lavoro e soprattutto la passione per lʼimpianto, la colata continua, lo hanno condotto a dedicarsi allʼattività di manutenzione. Quando si decide di vendere lʼimpianto ai cinesi, viene affidato a Buonocore il compito di gestire i rapporti con i tecnici cinesi e di seguire la demolizione dellʼimpianto. Nel frattempo, Buonocore si trova coinvolto in una relazione, rimasta sempre virtuale, con la figlia di un collega, Marcella: una ragazza sbandata e desiderosa di appoggiarsi ad una persona più matura. Le due vicende,la relazione con Marcella e la chiusura dellʼimpianto, si concludono tristemente con la morte della ragazza e la definitiva demolizione, tramite la dinamite, dei resti dello stabilimento, i cui pezzi migliori, come lʼimpianto di colata, sono stati smontati e venduti. Inoltre, la scoperta da parte della moglie, Rosaria, della relazione del marito con Marcella, compromette anche il matrimonio di Buonacore. Dalle lettura emerge unʼ impressione di qualche cosa di artificioso. La relazione tra Buonocore e Marcella è un insieme di episodi, di cui non si capiscono i presupposti, le implicazioni sotto il profilo sentimentale; anche i suoi effetti su Rosaria sono superficialmente indagati. La descrizione della demolizione assume a tratti connotati melodrammatici, caratteristiche di indagine sociale e di protesta politica, senza però convincere ed effettivamente dare il senso di ciò che è accaduto. Il lato più interessante è, in realtà, il rapporto tra Buonocore e lʼimpianto. Allʼinizio del romanzo, Buonocore entra di notte nello stabilimento e sale sul piano di colata per vedere dallʼalto. > Eccolo, il mio impianto, immenso come una cattedrale con unʼunica navata grigio- azzurra dallʼalta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie, percorsi da fasci di tubi simili a sistemi venosi, scale, binari, aerei corridori I miglioramenti che è riuscito ad apportare allʼimpianto lo convincono che > la macchina non si piega ad alcuna prepotenza, premia sempre e soltanto la tua intelligenza . Ma quando lʼimpianto è stato demolito, Buonocore capisce che un rapporto di amicizia si è rotto. > E adesso eccoci qui, uno di fronte allʼaltra. Non ci siamo che noi: io, la gru e questo vasto relitto che non riconosco più e che a sua volta non riconosce più me; forse perché non ha più facoltà cognitive, ha perduto lʼanima, la parola, il sentimento . Lʼaspetto più interessante del libro è il grande tema del rapporto tra lʼuomo e la macchina, di una sorta di innamoramento, che ha caratterizzato e caratterizza la cultura tecnica, e che si è andato disperdendo con la deindustrializzazione degli anniʼ 80 e ʼ90. Perché non leggerlo? Quali siano i punti di vista dai quali si vuole leggere il libro ( storia personale, descrizione di una società in trasformazione, denuncia politica, analisi della cultura tecnica), la trattazione è superficiale, lo stile poco attraente e in certi aspetti prosaico e noioso.

Ermanno ReaRizzoli
Doppio sogno
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Doppio sogno

Fridolin ed Albertine sono una coppia della buona e rispettabile borghesia. La loro unione si fonda su «una perfetta compenetrazione di sentimenti e di idee». Eppure, è sufficiente un ballo in maschera, dove entrambi erano stati corteggiati, lui «con insinuante gentilezza», lei > dapprima affascinata e poi allʼimprovviso offesa... con una insolente parolaccia , perché li sfiorasse, > e non per la prima volta, unʼombra di avventura, di libertà e di pericolo . Da questo insignificante antefatto hanno origine lʼaccenno, il desiderio, la possibilità di una seconda vita, fatta di trasgressioni, segreti voluttuosi, audacie ed anche crudeltà. Fridolin, medico di professione, deve recarsi di sera da un paziente. Durante la notte, colto da una irrequietudine imprevedibile per un uomo così ponderato, si compiace della dichiarazione dʼamore di una figlia al capezzale del padre, sta per litigare, come un liceale, con un gruppo di studenti ubriachi, si ritrova in un quartiere malfamato ed accetta gli inviti di una giovane prostituta, ed infine prende parte ad un singolare ricevimento. Uomini, vestiti in «festosi costumi da cavalieri bianchi, azzurri, rossi» ballano con donne, > il capo, la fronte e il collo avvolti in veli scuri, mascherine nere di pizzo sul viso, ma per il resto completamente nude . Dapprima la scena è austera. Poi gli uomini si precipitano > tutti verso le donne, che li accolsero con risate furenti, quasi malvage . > Lʼineffabile piacere della vista gli si trasformava in un quasi insopportabile tormento di desiderio , ma ben presto Fridolin viene scoperto. È un intruso, sarebbe punito se non si facesse avanti una dama, nuda ma velata in volto, che dichiara di «riscattarlo», assumendosi le conseguenze del suo atto. È salvo e torna a casa. Albertine è profondamente addormentata, ma, al suo arrivo, si sveglia con una risata stridula e sinistra. È la conclusione di un sogno, nel quale Albertine immagina di stare in«unʼinfinita marea di nudità» e di assistere alla tortura di Fridolin, «senza provare pietà né orrore, con assoluto distacco»: sino allʼuccisione del marito, durante la quale > ero tentata (disse Albertine) di dileggiarti. di riderti in faccia , di desiderare «che almeno sentissi le mie risa mentre ti crocifiggevano». Fridolin è sconvolto e, dopo aver vagheggiato il fuggevole proposito di «incominciare una nuova vita, sotto spoglie diverse», decide di vendicarsi della moglie portando in qualche modo sino in fondo le avventure della notte. Ma il percorso a ritroso è deludente e si conclude con la visione allʼobitorio del corpo della dama, che lʼha salvato, e che è stata probabilmente avvelenata per punizione. > Una sconosciuta, unʼestranea mai incontrata prima... non rappresentava per lui, né poteva rappresentare che il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione . «Nessun sogno è interamente sogno», così come, > la realtà di una notte e anzi neppure quella di unʼintera vita umana non significano, al tempo stesso, anche la loro più profonda verità . Una parte di noi stessi è, quindi, oscura, squarciabile con fatica nella realtà ed invece conoscibile più facilmente con la fantasia, nel sogno. Questo concetto, filone conduttore del romanzo, può avere due significati. Il primo è confortante anche se limitativo e rispecchia quanto dice molto bene in un sonetto Lorenzo il Magnifico: > O Amor, del mio ben troppo invidioso, lassami almen dormendo essere felice . Il secondo significato è più inquietante e riporta al fatto che ciascuno di noi assume che > la dimora della propria mente è, non può essere, interamente opaca a lui (Cole Teju Open City). Non accettiamo razionalmente ciò che siamo veramente perché dovremmo riconoscere che non siamo degli eroi. Non è un caso che nel romanzo Fridolin non arrivi sino in fondo, anche se vorrebbe farlo: non ha un rapporto sessuale, per esempio, con la giovane prostituta così come vorrebbe rifiutare, da nobiluomo, il sacrificio della dama. Diversamente Albertine, la cui seconda vita si sviluppa solo nel sogno, può esprimere senza freni la sua lascivia e il desiderio di trasgressione (lei sposa giovinetta ancora vergine), e manifestare sguaiatamente il disprezzo e lʼastio verso il marito, razionalmente repressi. Il limite del romanzo è nella lentezza della trama, che si potrebbe racchiudere in poche pagine, ma che invece lo scrittore porta avanti con pedanteria. Riesce in meno di cento pagine a rendere noioso e prolisso il racconto. Perché non leggerlo? È inutile.

Arthur SchnitzlerLa Repubblica