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Decameron
RecensioneItaliano

Decameron

Se cerchiamo nello Zingarelli, troviamo la seguente spiegazione dell'aggettivo «boccaccesco:»lezioso, salace come in certe novelle del Boccaccio«. E il dizionario aggiunge:»identifica situazioni, descrizioni, scritti di argomento sessuale, ai quali non è tuttavia estranea una vena di leggerezza, di divertimento e anche di mordacità > . Questa definizione riflette il sentire comune, che nasce da molte novelle del Decameron (si pensi alla quarta novella della prima giornata, dove un monaco e il suo abate si portano a letto una giovane contadina), ed è in assonanza con la lingua, popolaresca, ricca di doppi sensi e spesso volgare. D'altra parte per Giosuè Carducci il Decameron è il rovescio della commedia divina di Dante«e Boccaccio un»cinico, (...) in cui non v'è che paganesimo e decrepita corruzione«(citazioni da»Vita e Opere di Giovanni Boccaccio > in Vittore Branca nell'introduzione al Decameron). Povero Boccaccio che tanto amava Dante! Il dibattito critico è molto vasto e articolato; da semplice lettore rilevo alcuni tratti generali per poi proporre possibili raggruppamenti delle cento novelle. Nel proemio l'autore scrive che le donne sono ristrette da' voleri, da' piaceri, da' comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano... (...) Adunque, acciò che in parte per me s'amendi il peccato della fortuna > . La donna è al centro delle novelle; non è la Beatrice di Dante (personificazione dell'Amore per il Bene) né la Laura di Petrarca, oggetto del desiderio e mamma nello stesso tempo; parliamo della donna vera, fatta di carne, (...) «piena di concupiscibile disidero»,  che si sente orgogliosamente uguale agli uomini, come dice Ghismunda al padre Tancredi (I novella della quarta giornata): > riguarda alquanto a' principi delle cose, tu vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne avere e da un medesimo Creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenze, con iguali vertù create .  La stesura delle novelle prende le mosse da un evento straordinario e tragico: la peste del 1348. Ed è proprio dalla descrizione di questa terribile epidemia che possiamo trarre altri due tratti essenziali dell'opera. Con pennellate da grande sociologo Boccaccio analizza i meccanismi sociali innescati dalla pestilenza, cogliendo lucidamente come essa abbia devastato soprattutto le classi più misere della società, che non potevano proteggersi dal contagio fuggendo dalla città. E' un'analisi acuta e fredda, senza quel moralismo compassionevole e fastidioso che è presente nella descrizione della peste da parte del Manzoni. La povera gente voleva seppellire degnamente i propri defunti; e allora > infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da' portatori portate, di dietro a quella: e, dove un morto credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o otto e tal fiata più . Certo a una mentalità ottusamente convenzionale, come quella di Carducci e pure di Benedetto Croce, questa ilare scena potrebbe parere un atto di cinismo mordace di un monello, che si ride del mondo. E invece essa rivela l'atteggiamento empatico e pessimistico che pervade l'intera opera di Boccaccio: un realismo partecipe delle sofferenze dell'essere umano. Donna viva, narrazione della società così com'è, simpatia verso il destino dell'umanità, sono queste le caratteristiche delle 100 novelle. Proprio alla luce di queste chiavi interpretative esse possono essere raggruppate in quattro fondamentali filoni, per ciascuno dei quali indico la novella più rappresentativa. Il primo filone è quello fiabesco, per il quale Boccaccio attinge alla letteratura arabo-mussulmana e a quella cavalleresca: segnalo la novella VII della seconda giornata. Il secondo gruppo di racconti è quello pittoresco, e qui non si può fare a meno di indicare un capolavoro: la celeberrima novella V della seconda giornata. Ci sono poi le maschere della Commedia dell'Arte, tratte dalla cultura popolare, cittadina e villana: per ridere amaramente su noi creduloni consiglio la novella X della sesta giornata. Infine per il filone moraleggiante, stanca e pessimistica riflessione del Boccaccio sulla vita e le sue disgrazie, invito a leggere l'ultima novella del Canzoniere, che tanto piacque a Petrarca e ai contemporanei (novella X della decima giornata). Il Decameron è un grandioso capolavoro di poesia-prosa, una sintesi magistrale tra l'endecasillabo dantesco e la narrativa padana e mediterranea. Si è parlato di plurilinguismo per indicare la ricchezza lessicale del Boccaccio, che attinge a tante lingue del nostro paese per rispecchiare la differenziazione sociale e culturale del nostro Paese. Com' è stato scritto (vedi Vittore Branca «una chiave di lettura per il Decameron» nell'introduzione all'edizione Einaudi) l'espressionismo linguistico è programmatico perché > mira a creare, a livello fonetico, lessicale, grammaticale, un'atmosfera ambientale più di spiriti che di cose, anche con suggestioni foniche per non dire musicali . Insomma, il Decameron è una testimonianza di ciò che poteva essere la lingua italiana e non è stata, rifiuto dell'omologazione di una classe dirigente distante e spaventata dal popolo. Abbiamo dovuto attendere il secondo Novecento! Perché leggerlo? Divertente, affascinante, splendido.

Giovanni BoccaccioGiulio Einaudi
Il Disertore
RecensioneItaliano

Il Disertore

E' un grande romanzo contro la guerra; richiama altri due libri sull'argomento, entrambi recensiti in questo sito: Matterhon di Karl Marlantes ambientato nella guerra del Vietnam e Niente di nuovo su fronte occidentale di Erich Remarque. Se il primo è un racconto epico, una sorta di Iliade moderna che dimostra l'inutilità della guerra come occasione di cambiamento sociale ( sfatando un grande mito!), se il secondo è una discesa agli inferi dove nella trincea sopravvivono dei «morti viventi», «Il Disertore» narra la vicenda di un soldato tedesco, che prende coscienza dell'assurdità del nazionalismo, della tragedia nella quale è coinvolto e crede di trovare una soluzione passando dall'altra parte, a combattere tra i partigiani. Siamo nella seconda guerra mondiale in Polonia; un piccolo avamposto tedesco deve presidiare una ferrovia in un territorio ormai in mano al nemico. Isolati, abbandonati e sfiduciati, > la natura selvaggia guardava con innocente voluttà quei soldati che, a osservarli da buona distanza, non avresti detto in preda ad ansimi, a gemiti, e vicini alla disperazione; da lontano apparivano anzi più simili a figure che si trovano talvolta rappresentate al mercato delle vecchie incisioni, e si muovono allegre, senza meta, libere da ogni gravità . Proska si ritrova per caso in questo drappello; viaggiava su un treno verso il fronte orientale quando una bomba ha distrutto il convoglio; salvatosi per miracolo si inquadra, naturalmente da bravo soldato, in una piccola squadra, agli ordini di un sottoufficiale maldestro, autoritario e violento; il comando militare è lontano. E' una umanità variegata, dallo spilungone un po' scemo ad un ex mangiatore di fuoco che ha come amica una gallina sino ad un giovane studente, oggetto degli scherzi sadici del capo. Come in Matterhon e in Niente di nuovo sul fronte occidentale è la fratellanza a cementare il gruppo, mentre il patriottismo è visto ormai come una fregatura. > Lo chiamano senso del dovere, disse con disprezzo Pandilatte (un soprannome per Wolfgang il giovane studente), ce l'hanno iniettato nel sangue. E con quello ci hanno squinternato, levato l'indipendenza. (...) Contagioso è il risentimento nazionalista. Un risentimento che è la radice della presunta superiorità tedesca e la fonte di questo stramaledetto senso di predestinazione . Poche parole, e soprattutto gli effetti mortiferi di un delirio di onnipotenza, demoliscono quella missione universale, di cui parlava Thomas Mann, e che ha infettato la società tedesca. Ed è per questo, e per la storia che racconta, che il romanzo dovette attendere a lungo prima di essere pubblicato. In guerra per il soldato innanzitutto bisogna salvarsi, e non si può fare se non si dà la morte. > Svelto il grilletto è impaziente; ha una  gran sete di morte. (...) Ancora una sventagliata. Tutto e ventotto. Che altro aspetti? E i colpi lasciarono la bocca e rasarono le canne. (...) Il fiume, faccia di tolla, spingeva zitto la sua acqua al mare, passava prati e boschi svettanti, passava i seni granitici dei ponti, passava le piccole e grandi città, passava, passava. Un uomo sognava sua moglie. Acqua passata. Sognava un figlio. (...) Tutta acqua passata: il fuoco scaturito dalle labbra, i desideri sgorgati dagli occhi; la tenerezza, la fedeltà incrollabile e l'angoscia nel petto. Solo la coscienza non inaridisce, questo fiero, aspro paesaggio di giustizia, questo fortino contro il rimorso . Porska osserva un giovane partigiano, che cammina come se stesse facendo «una passeggiata sentimentale». Non vorrebbe sparargli ma «siamo costretti a ubbidire alla guerra anche se la odiamo come la peste». Non c'è una alternativa alla guerra ed è questa sentimento, insieme alla disillusione e all'opportunistica ricerca della sopravvivenza, che spinge Porska a passare a combattere con i partigiani.  Dall'altra parte della barricata la vita è «altrettanto grigia, per nulla migliore». Porska fa comunque il suo dovere,, come lo aveva fatto da soldato tedesco. E spara, dà la morte senza neanche sapere chi ha di fronte. Con la grande avanzata dell'armata rossa verso occidente Porska giunge alla casa di sua sorella e, senza intenzione, d'istinto, uccide il cognato, il quale, senza riconoscerlo, anche lui d'istinto, puntava la canna di un fucile contro di lui. Quando Proska se ne accorge nasconde il cadavere: la sorella crede per anni che il marito sia un disperso. > Maria vuole certezze. Solo tu gliele puoi dare, Proska, Devi dargliele. (...) Una volta che saprai dove dormire, una volta che avrai trovato dove poter stare da solo con te stesso e le tue lunghe giornate, una volta che saprai che tutte le strade desiderano essere percorse  fino in fondo: allora, Proska, dovrai scriverle. Lo farai. Devi . Un povero uomo, un uomo di qualità ma troppo piccolo per prendere la decisione giusta, si trova, suo malgrado, in mezzo alla guerra. Reagisce come può e diviene disertore non per scelta, per necessità, perché in guerra si deve dare comunque la morte. E' questo il grande messaggio del libro: alla violenza non si può rispondere che con la non violenza, se si vuole salvare la propria coscienza. E' un illusione, un struggente anelito, sperare che si possa sprofondare «nelle paludi remote dell'oblio», o che si possa rimediare al male con altro male. Solo una scelta di pace può dare veramente la serenità. E' un romanzo pressoché perfetto: costruito sapientemente in un giusto dosaggio tra trama, personaggi e paesaggio; attraversato da una intenso afflato pacifista, non declamatorio ma espresso tramite le storie di povera gente, soldati loro malgrado: > l'orologio che ogni guerra/stringe fra le grinfie rosse/sgoccia giù per le lancette/i minuti dei suoi soldati/e l'orgoglio della vita/cade muto, neanche un'eco,/e il vento rapisce i nomi/sull'altalena dell'oblio . Perché leggerlo? Un capolavoro.

Siegfried LenzNeri Pozza
Disgrace
RecensioneInglese

Disgrace

Un professore di letteratura viene espulso dall’università a seguito di una relazione, essenzialmente sessuale, con una studentessa. L’uomo ha superato i cinquant’anni ed è reduce da due divorzi. Abituato a essere corteggiato dalle donne, si ritrova ormai solo, costretto a ricercare sesso con delle prostitute, e quindi si lascia trascinare nell’avventura, alla ricerca della propria vanità e del proprio eros. Si trasferisce in campagna presso la figlia, che gestisce una piccola proprietà agricola e un ricovero per cani. Aiuta la figlia a portare i suoi prodotti al mercato, conosce una donna della sua età che gestisce un ospedale per animali e aiuta i cani in soprannumero a morire, lavora con Petrus, un uomo di colore che aiuta la figlia a portare avanti l’azienda. L’atteggiamento dell’uomo non è tuttavia cambiato, la sua vanità continua a dominare anche i rapporti con la figlia, con la quale non riesce ad avere un dialogo reale: né a raccontare la vicenda che lo ha portato a lasciare l’Università, né a capire le ragioni della figlia a vivere in campagna, così isolata. Un episodio cambia radicalmente la vita: tre uomini di colore entrano in casa, la saccheggiano, cercano di dare fuoco al professore e stuprano la figlia. Ancora più sconvolgente è il fatto che la figlia non denuncia il fatto e decide, anzi, di tenersi il figlio nato dalla violenza e di sposare Petrus per dare sicurezza alla propria vita in campagna. Si dissolve il mondo del professione, che trovava riferimenti precisi nel mondo dell’immaginazione, della poesia e nelle convenzioni borghesi: come disse all’inizio del libro commentando una strofa di Wordsworth (la delusione del poeta alla vista del Monte Bianco): > i grandi archetipi della mente, le pure idee, trovano se stesse usurpate dalle mere immagini che provengono dai sensi. Tuttavia, non possiamo vivere ogni giorno nel mondo delle pure idee, protette dall’esperienza dei sensi... La questione deve essere. Come noi troviamo un modo per le due (immaginazione e realtà) di coesistere? Idee di un intellettuale narcisista alle quali la figlia risponde che la vita è un fatto concreto e piano. L’uomo cerca di ritornare in città, ma ormai la sua vita precedente si è dissolta. Prende quindi una stanza nel villaggio vicino alla fattoria della figlia, lavora a un’opera musicale, che deve avere come oggetto la relazione tra Byron e la sua moglie ravennate, Teresa; aiuta la gestione dell’ospedale per gli animali. Il libro si conclude, tristemente, con la decisione dell’uomo di uccidere un cane, al quale si era affezionato, perché tutti dobbiamo andare verso la nostra fine, la morte. Si tratta di un romanzo molto complesso, del quale è difficile individuare un unico filone narrativo. Tra i possibili (il contesto sociale del Sud Africa, il contrasto tra la cultura europea della borghesia e i valori emergenti del popolo di colore, le relazioni tra padre e figlia, l’accettazione delle regole della violenza, gli animali e i cani in particolare), mi sembra che il più interessante sia costituito dal tema della morte e dell’attesa della morte. Il primo è affrontato dalla vicenda del protagonista, che si rende conto del tempo che è passato: > vaga senza scopo in giardino, un triste sentimento lo sta prendendo. Non è soltanto perché non sa che cosa fare di se stesso. Gli eventi del giorno prima lo hanno scioccato profondamente. Il tremolio, la debolezza sono solo i primi e più superficiali sintomi dello schock. Ha come la sensazione che al suo interno un organo vitale sia stato ferito e abusato, forse persino il suo cuore. Per la prima volta sente che cosa significa essere un uomo vecchio, stanco nelle ossa, senza speranza, senza desideri, indifferente al futuro. Sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse per il mondo defluire da lui goccia a goccia. Ci vorranno settimane, forse mesi prima che resti senza sangue, ma si sta dissanguando. Quando tutto ciò è finito, egli sarà come una mosca che si sta rinchiudendo in una ragnatela, fragile al tocco, più leggera di un chicco di riso, pronta a fluttuare via . Il tema dell’attesa è trattato da Teresa, che aspetta per tutta la sua vita il ritorno di Byron, che è andato in Grecia a morire: > mio Byron, lei canta per la terza volta; e da qualche parte, dalle caverne dell’altro mondo, una voce risponde cantando, esitante, senza corpo, la voce di un fantasma, la voce di Byron. Dove sei? Egli canta, e poi una parola che la donna non voleva sentire: secca. È seccata, la fonte di ogni cosa . E infine la conclusione terribile del romanzo, che sintetizza la disperazione del protagonista, la fine della vita, dell’attesa: > portandolo (il cane) nelle sue braccia come un pezzo di carne, rientra nell’infermeria. Pensavo che lo volessi salvare per un’altra settimana, dice Bev Shaw: Lo vuoi consegnare? Sì lo voglio consegnare«o l’autore con il termine give up intende»rinuncio, mi arrendo!".

J.M. CoetzeeSecker & Warburg
Domani nella battaglia pensa a me
RecensioneItaliano

Domani nella battaglia pensa a me

Il romanzo narra la particolare vicenda di Victor, un ghost writer, il quale viene invitato una sera da una donna sposata, Marta; tuttavia, sul punto di fare all’amore, Marta muore e Victor, spaventato e incerto, lascia la casa senza avvisare nessuno. Preso dal rimorso e dalla curiosità, fa in modo di venire in contatto con la famiglia di Marta: il padre, un gentiluomo madrileno, la sorella, con la quale spera di intrecciare una relazione, e il marito, un uomo dʼaffari che si trovava a Londra mentre lui era stato invitato da Marta. Alla fine, Victor confessa di essere lui l’uomo che era in casa di Marta e, a sua volta, il marito gli confessa che era a Londra insieme con la sua amante, che gli aveva raccontato di aspettare un figlio e di voler abortire nella città inglese. In realtà non era vero e l’uomo, in un momento di follia, ha cercato di ucciderla; la donna è fuggita e si è fatta investire mortalmente da un taxi. Accanto a questa vicenda principale, si sviluppano due storie parallele. Qualcuno ha raccontato a Victor che Celia, la sua ex-moglie, si prostituisce. Una sera, a Victor sembra di riconoscere sua moglie in una prostituta di nome Victoria, che carica in macchina nell’intento di capire se si tratta di sua moglie o se invece è un’altra persona che le assomiglia. La difficoltà a distinguere tra il vero e il falso, tra la finzione e la realtà, si ritrova nell’incontro con un uomo potente, l’Unico, che lo ha chiamato per scrivere un discorso. In realtà Victor si presenta con il nome di un amico (unʼaltra finzione che diviene realtà); inoltre nella conversazione l’Unico manifesta la sua disperazione perché non può esprimere i dubbi e le incertezze che sono alla base della sua azione. Nel commento al libro, l’autore ne indica il tema di fondo, che è l’inganno, ma non quello voluto (frutto di una trama razionale o dell’ipocrisia della società), ma quello che deriva dal tempo e dal ricordo. > La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter raccontare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabili... L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e mal sicuro, che neppure ciò che in esso sembra fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre... . L’inganno è veramente il leit motiv del libro? Non penso che esaurisca i contenuti di questo romanzo, nel quale i personaggi si muovono in una sorta di incantamento, di dimensione irreale che è frutto di due forze fondamentali: il tempo e il ricordo. > Quello che ci pesa, dice il marito di Marta, il brutto della cosa è che il tempo in cui crediamo quel che non era si trasforma in qualche cosa di strano, fluttuante e fittizio, in una specie di incantamento o sogno che deve essere soppresso dal nostro ricordo; ad un tratto è come se quel periodo non lo avessimo vissuto affatto . Ed ancora > la morta che lo frequenta e lo spia e lo visita è un’altra, la sua morta che risiede nel suo pensiero come la mia abita nel mio allo stesso modo di un palpito incessante nella veglia o nel sonno, la sua misera moglie e la sua misera amante mescolate ed alloggiate entrambe nelle nostre teste in mancanza di luoghi più confortevoli, dibattendosi contro la dissoluzione e volendo incarnarsi nell’unica cosa che rimane loro per conservare il vigore e la frequentazione, la ripetizione e il riverbero infiniti di ciò che una volta fecero o di ciò che ebbe luogo un giorno: infinito, ma ogni volta più stanco e tenue . I protagonisti di questo romanzo sono travolti dagli avvenimenti, che sembrano paradossali e imprevedibili e sottoposti a un ritmo che fa perdere la distinzione tra passato, presente e futuro. Ma un fatto, appena passato, a sua volta si disperde e disperatamente si vorrebbe tornare indietro, si vorrebbe che i fatti non fossero avvenuti o avessero preso un’altra direzione. Ma si vive veramente, si è veramente se stessi, o si vive all’interno di una finzione continua, in quanto la realtà non riesce a racchiudere la nostra immaginazione? In questo contesto solo la morte sembra essere un fatto reale ma la morte è l’inizio di una perdita graduale del ricordo. È un libro importante, che viene portato avanti con un ritmo narrativo travolgente, «un rap letterario», che per essere seguito richiede di immergersi nella lettura.

JavierGiulio Einaudi
Don Chisciotte
RecensioneItaliano

Don Chisciotte

Il romanzo è ambientato nel primo Seicento e narra le vicende di un gentiluomo di campagna che, infervorato dalle storie cavalleresche, immagina di essere un cavaliere errante. Inizia quindi un viaggio nella Mancia con lo scudiero Sancho Panza e due fedeli animali, il cavallo Ronzinante e l’asino. Il romanzo è articolato in due parti. Nella prima parte si sviluppano le vicende più incredibili, che nascono dall’immaginazione di Don Chisciotte: un’osteria diventa un castello da espugnare, un gruppo di viandanti dei cavalieri nemici da combattere, un gruppo di carcerati degli sfortunati da liberare, che rapineranno a loro volta Don Chisciotte. Tutte le vicende si chiudono generalmente in modo infelice: Don Chisciotte e Sancio ne escono picchiati, dileggiati e con le ossa mezze rotte, ma tuttavia Don Chisciotte è sempre convinto che è stato sconfitto da un «incantamento», da una finzione creata ad arte da qualche mago malefico. La prima parte si chiude con il ritorno di Don Chisciotte a casa, portato in un carretto dentro una gabbia. La storia del cavaliere errante è intercalata da una serie di episodi, di vere e proprie storie, che sembrano avere come unico filo conduttore la rappresentazione di una realtà ipocrita, dove la forza e la prepotenza predominano. Questa prima parte si sviluppa intorno alla contrapposizione tra il sogno eroico, quello di Don Chisciotte, e il sogno plebeo, quello di Sancho. Don Chisciotte vive in un mondo perfetto e si imbatte nella storia e nella realtà; Sancio vive nella storia e l’accetta così com’è: un mondo umano di piccole miserie e di gioie mediocri dove non esistono disillusioni perché non ci sono grandi illusioni. Nella seconda parte l’autore immagina che siano state già narrate le vicende di Don Chisciotte e quindi le persone, che incontra il cavaliere errante nella sua nuova avventura, si divertono a prendere sul serio Don Chisciotte creando situazioni paradossali e spesso crudeli. Il romanzo si conclude con il ritorno di Don Chisciotte e con il suo riconoscimento, in punto di morte, che la cavalleria errante è una falsità e che l’unica fede è quella nella religione cattolica. Questa parte del libro è stata scritta molti anni dopo, e si può senz’altro affermare che Don Chisciotte «muore vivendo», in quanto > la storia ormai lo precede e lo fa ludibrio ridicolo di villani e di servi, di duchi e di banditi . Il romanzo è l’esaltazione dell’immaginazione. In un mondo noioso, ipocrita e ingiusto, Don Chisciotte si crea le sue regole, quelle della cavalleria errante, e anche quando le regole non corrispondono alla realtà il fenomeno dell’incantamento permette a Don Chisciotte di continuare a vivere secondo la sua visione del mondo. Ma è pazzo o lo fa volutamente per poter sopravvivere e comunque divertirsi? Al richiamo di Sancio che non doveva lasciare liberi i carcerati, Don Chisciotte ribatte che > i cavalieri erranti devono aiutare gli oppressi come gente necessitosa, tenendo conto delle loro angosce e non delle loro colpe. Io mi imbattei in una fila di gente miserabile e disgraziata, e feci con loro quello che mi ordina la mia regola, e per il resto avvenga che può . Ma qual è questa regola? > Scopo finale è quello di applicare in terra la giustizia distributiva, dando a ciascuno il suo, interpretando e facendo osservare le buone leggi... (le armi) hanno per oggetto la pace, che è il maggior bene che gli uomini possono desiderare in questa vita . Don Chisciotte è quindi pazzo ma a un tempo saggio, la sua figura, ancora centrale, nella prima parte del libro assume sempre più il ruolo di un comprimario dell’altro grande protagonista: Sancho Panza. Contadino arguto e credulone rappresenta in qualche modo la saggezza contadina, che risolve i problemi con il buon senso. Il rapporto tra Don Chisciotte e Sancho è una relazione di grande affetto e di profonda stima: lo scudiero è l’unico che crede nel cavaliere e ci crede pur riconoscendo che è pazzo, perché gli vuole bene. Quando si fa osservare a Sancho Panza che anche lui è pazzo se crede in un pazzo, lo scudiero risponde che in lui predomina la fedeltà a Don Chisciotte e quindi il suo desiderio di stargli vicino e di aiutarlo. D’altra parte la conversazione con Don Chisciotte è stata per Sancho Panza > il concime caduto sopra la sterile terra del mio arido ingegno, e il tempo passato nel servirla e frequentarla n’è stato la coltivazione... rise Don Chisciotte dei discorsi di Sancio pieni di affettazione . Insieme con Don Chisciotte e Sancho gli altri due protagonisti sono Ronzinante e l’asino: > l’amicizia fra le due bestie fu così stretta, così unica nel suo genere... che quando le due bestie si potevano avvicinare badavano a grattarsi l’una con l’altra... e Ronzinante incrociava su quello dell’asino il suo lungo collo . La libertà dell’immaginazione e l’amicizia sono quindi i due temi fondamentali del libro, al quale si aggiunge il gusto dell’avventura, che si esprime non in mondi lontani ma nella stessa Mancia, a pochi chilometri da casa. La modernità del libro sta proprio in questi temi e nel gioco di specchi (finzione nella finzione), che si sviluppa nella seconda parte, peraltro la meno bella e in molti tratti prolissa e ridondante.

de Miguel CervantesIuan de la Cuesta
I doni della vita
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I doni della vita

La delicata eleganza della scrittura accoglie il lettore sin dalle prime pagine del romanzo: la prosaica e tranquilla vita di una città di provincia, le abitudini quotidiane, i rigidi ruoli sociali, gli amori contrastati, la prevedibile e banale esistenza sono descritte con un tale affettuoso ed ironico dettaglio da desiderare che il racconto continui su questa strada, come se fosse una edizione moderna e ridotta del capolavoro di Marcel Proust (Alla ricerca del tempo perduto), dove realmente nulla accade. Non è così, perché irrompe la guerra! La storia prende le mosse da uno scandalo: contro la volontà del nonno, potente e ricco industriale, Pierre sposa Agnes, una ragazza senza dote e utili relazioni sociali, della quale è tuttavia profondamente innamorato. La madre di Pierre > pensava confusamente: averlo tanto amato, protetto, preservato da ogni male perché in un attimo mi venga strappato! Non potrà rimanere a Saint-Elme. Suo nonno non lo permetterà. Lʼho perso . Scoppia la prima guerra mondiale e Pierre viene richiamato alle armi. Cʼè ben altro di cui preoccuparsi. Ci si illude che > una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. (...) nessuno Stato vorrà rispondere davanti ai posteri di un simile crimine! (...) È impossibile che accada una cosa simile, diceva tra sé e milioni di persone, quella sera, ripetevano le stesse parole. (...) Ma davanti, mio Dio, cʼè Pierre, andiamo, cʼè Pierre, il mio bambino! Non è possibile. È un incubo . (...) E comunque, non le sfuggiva una lacrima. Il suo dolore era troppo strano e troppo forte per consentirle di piangere > . Se questi erano i sentimenti contrastanti della madre, gli sposi si erano detti addio con una calma rassegnazione. Soli, nel silenzio della loro camera, nel calore del loro letto, si erano scambiati, la notte prima, il bacio dellʼaddio, un bacio muto e profondo, senza lamenti, senza inutili recriminazioni. Ora le loro labbra erano stanche e senza vita > . Quando tornano a casa in licenza, i soldati non raccontano ciò che succede realmente al fronte, vorrebbero tener distinte la guerra dalla vita dei propri cari. Bastiamo noi a soffrire > , pensano. Ma non è possibile. Anche Saint- Elme è sovrastata dai bombardamenti, dalle colonne di profughi e di militari in fuga, dallʼoccupazione tedesca. La popolazione resiste pervicacemente. Dʼaltra parte, la guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri: la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso dʼinverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno...il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi > . È una vana speranza: terminata la prima grande mattanza ne segue unʼaltra, ancora più terribile. Si attendeva la guerra come lʼuomo attende la morte. Sa di non poterle fuggire; implora solo una proroga > . È la seconda guerra mondiale. Questa volta è Guy, il figlio di Pierre e di Agnes, ad essere richiamato al fronte. Durante una licenza, Rose, la moglie di Guy, gli annunzia di aspettare un figlio: é orribile questa guerra... No, non ridere. Sono una femmina, sono puerile. Ma che vuoi? Vedo le cose da donna. (...) Ti ricordi il libro che mi hai fatto leggere, (...) un condottiero fa dellʼironia perché lʼuomo che ha mandato a morire ha la moglie che lo aspetta a casa, con la lampada accesa sul tavolo e i fiori sulla tovaglia, e le lenzuola pulite nel letto? Ma è lei che ha ragione e io, io....(...) Sono molto felice, ripeteva lui senza guardarla, con una strana timidezza, molto, molto felice. (...) Era una sensazione di trionfo. Ah, ti prendi gioco di me, ma anchʼio mi prendo gioco di te. (...) Vuoi distruggermi e io vivo! Vuoi togliermi ogni speranza? Guarda, mi sposo, amo, godo, ho un figlio! E più ti accanirai contro di me, più mʼimpunterò dal canto mio! > Da molti il romanzo è visto come la storia di una famiglia borghese e di provincia durante le due guerre mondiali. È un approccio riduttivo ad un libro, che parla di come i sentimenti, quelli veri, resistono ad ogni tempesta e permettono agli uomini di superare qualsiasi disastro. Pierre e Agnes si cercano continuamente, si allontano e si ritrovano; non cʼè forse la passione che ci aspetteremmo, cʼè invece una grande tenerezza. In conclusione del romanzo Agnes ritrova il marito dopo un lungo e difficile viaggio in mezzo alla guerra. È vivo, è salvo. Lei si fermò sulla porta, presa da un tremito tale che non riusciva a proseguire. Lui sembrò intuire la sua presenza. Le andò incontro, Sei tu? Mio Dio, finalmente sei tu!, disse lui. Li guardavano tutti. Si baciarono di sfuggita, in modo maldestro. Nessun bacio, nessuna stretta riuscivano a esprimere la gioia dei loro cuori". È una storia borghese? Forse, ma esprime la forza che permette di sopravvivere e di ricostruire dopo i più terribili disastri. È come una donna, con la sua sensibilità e dolcezza, vede una delle più assurde follie dellʼuomo: la guerra. Si può parlare di morte senza esserne affascinati: una lezione per il nostro tempo, percorso da tanta violenza, reale e narrata. Perché leggerlo? È un capolavoro, per la sua splendida scrittura.

IrèneFermento
Una donna
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Una donna

Il libro è di carattere autobiografico e ambientato storicamente nei primi del Novecento. La protagonista, ancora ragazza, viene violentata da un giovane, che poi sposa e da cui ha un figlio. Vive con il marito in un piccolo centro di provincia, dove si sforza di attenersi alle regole sociali, che vorrebbero che la donna fosse confinata in casa, in totale dipendenza dall’uomo. Con la perdita di lavoro del marito la coppia si trasferisce a Roma, dove la protagonista comincia a lavorare in una rivista letteraria, si fa conoscere nel mondo culturale e nel movimento femminista, frequenta una rete ampia di amicizie, tra le quali un singolare intellettuale, del quale è affascinata. Il marito stesso è attratto da una collega della moglie e quindi i tradizionali valori sociali si frantumano, in qualche modo. Il marito ha tuttavia l’occasione di ritornare a lavorare nel piccolo centro di provincia e quindi la protagonista si ritrova rinchiusa all’interno delle mura domestiche, pur avendo preso consapevolezza degli ideali del movimento femminista, delle sue capacità letterarie e, soprattutto del fatto di non amare e di non poter più sopportare il marito. Esplode la crisi, che è per la donna un dramma, in quanto lei sa, che se decide di lasciare il marito, perde il figlio. Eppure decide di trasferirsi a Milano separandosi dolorosamente dal figlio. Molto opportunamente l’autrice ha intitolato il libro «Una donna», perché, al di là degli aspetti autobiografici, narra dell’emancipazione della donna e soprattutto dei conflitti spirituali che la coinvolgono in un percorso che entra in contraddizione con il ruolo di madre. «Mi pareva strano», scrive l’autrice raccontando di un dibattito parlamentare, > inconcepibile che le persone colte dessero così poco importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna, al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno aveva saputo creare una grande figura di donna . Ed è questo il presupposto del libro: narrare il mondo delle relazioni uomo e donna visto dalla donna. In questo senso il romanzo non tratta tanto dell’emancipazione sociale della donna quanto del suo ruolo all’interno dei rapporti di coppia. La sua attualità sta proprio in questo: la grande rivoluzione sociale che ha sconvolto la struttura sociale ottocentesca, è l’autonomia della donna verso lo sposo e i figli, anche se questa autonomia viene poi ridimensionata con l’accettazione della donna dei riferimenti maschili nel mondo del lavoro e più in generale nella politica. Quattro sono i temi fondamentali del romanzo:la rottura del rapporto di dipendenza rispetto all’uomo per costruire un rapporto differente con l’altro. > Come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta a un uomo che non la riceve come suo uguale; ne usa come un oggetto di proprietà; le dà dei figli con i quali l’abbandona sola, mentre egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia? e ancora > tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dai sensi inariditi: fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso lʼintrusa e il solo ricordo avvilisce il loro bacio ;l’erotismo, ossia la ricerca del piacere, anche fisico, nel rapporto con l’uomo. > Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere…. Questa è la mia vita. Essere adoperata come una cosa di piacere, sentir avvinta l’intima mia sostanza. E veder i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine ;la crisi della maternità come legame e prigione dell’autonomia della donna, ma soprattutto la descrizione del lacerante conflitto che viene aperto da due opposte esigenze: l’amore per i figli e la ricerca di una vita piena e completa. > Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?... È una mostruosa catena... Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? . la ricerca della verità, che supera l’ipocrisia, l’ambiguità e la menzogna di una società che può accettare tutto purché non detto o fatto in modo chiaro, alla luce del sole; e tutto questo anche a scapito del rapporto con il figlio, aprendo un conflitto lacerante. > Partire, partire per sempre. Non ricadere più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo... Questo era l’atroce dilemma. Se partivo egli sarebbe stato orfano. Se restavo? Un esempio avvilente, sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia . Non so per quale motivo, dopo un primo grande successo, questo libro sia stato messo in disparte nella letteratura italiana, accusato di estetismo e di sentimentalismo. Sono persino state condotte critiche sulla sua eccessiva aderenza alla realtà, alle effettive vicende dell’autrice. Lo stesso Pirandello riteneva che il romanzo si sarebbe dovuto concludere con la partenza della protagonista con il figlio: alla faccia del lieto fine!Il romanzo ha delle cadute nello stile, talvolta troppo lirico ed enfatico, e nel ritmo narrativo, soprattutto nella parte relativa alla vita romana. Esso è tuttavia un libro altamente attuale, proprio perché fa emergere la figura della donna come individuo, nelle sue aspettative e nelle sue contraddizioni e fa capire come la ricerca di un ruolo autonomo della donna crei conflitti laceranti, di grande profondità e complessità: in particolare il rapporto con la maternità e con i figli. Sarebbe bene che questo libro lo leggessero, anzi lo imparassero a memoria, persone come Buttiglione, che si permettono di accusare la donna di superficialità e di edonismo solo perché vuole avere un suo ruolo completo come individuo.

Sibilla AleramoSTEN Società Tipografica Editrice Nazionale