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La bambinaia francese
RecensioneItaliano

La bambinaia francese

La narrativa dellʼottocento ha un grande fascino ed induce ad una sua rivisitazione in chiave moderna. È questo il caso della Bambinaia Francese, che riscrive un grande romanzo classico: Jane Eyre di Charlotte Bronte. In questo caso, la protagonista è una giovane ragazza francese. Il romanzo si può distinguere sostanzialmente in due parti. La prima è ambientata a Parigi. Sophie è una povera bambina e ha perso il padre nelle gloriose giornate del 1830, che portarono al potere Luigi Filippo, il re borghese. Tramite le società operaie di mutuo soccorso, Sophie ha imparato a leggere e a scrivere, diventando da «Orso» una «Scimmia», termini che nel linguaggio degli operai tipografici distinguono tra chi è analfabeta, e non può lavorare che in attività manuali, e chi invece può applicarsi alla composizione, in quanto ha ricevuto una istruzione. La lettura dei grandi romanzi, dei giornali e delle riviste, dà a Sophie un ruolo sociale nella piccola comunità e, soprattutto, le stimola lʼimmaginazione e le eleva gli ideali e le aspirazioni. È questa la parte migliore del libro, in quanto lʼautrice si discosta da molta narrativa ottocentesca adottando un approccio realista ( alla Zola) e non pietista. Sophie perde anche la mamma, ma fortunosamente viene accolta da una celebre artista di teatro, Celine, sposata, o meglio crede di esserlo, al perfido Edward Rochester. Sophie diviene la bambinaia e lʼamica di Adele, la figlia della coppia. In casa di Celine, Sophie conosce un ragazzo di colore, Tùssi, e il padrino di Celine, un anziano illuminista francese. Lʼautrice approfitta di questo eccentrico aristocratico per descriverci la scuola che vorrebbe, dove lʼapprendimento è ricerca e tutti, ricchi e poveri, vi possono accedere in ugual misura e senza distinzione di classe. Poiché Tùssi è ancora ufficialmente uno schiavo, questa è anche lʼoccasione per parlarci della schiavitù e delle condizioni delle colonie, anche se bisogna dire che il tema, che travagliò tutto lʼottocento, è trattato in modo superficiale, restando per tutto il romanzo una nota stonata e forzata. La situazione di Celine, e quindi di Sophie, precipita, quando muore il padrino e gli avidi parenti fanno imprigionare Celine e cacciano Sophie ed Adele. Tùssi viene messo a servitù presso la famiglia di uno dei parenti. Ci si aspetterebbe un intervento del ricco Rochester, al contrario questʼuomo egoista e spietato rivela che il matrimonio con Celine fu una messa in scena e si porta via Adele, che peraltro rinnega come figlia. Nella seconda parte ci trasferiamo in Inghilterra nella cupa casa di Thornfield. Sophie riesce a seguire Adele e si fa assumere al servizio come bambinaia francese, fingendo di non conoscere la lingua inglese. Ciò le permette di narrarci, dal suo punto di vista, le vicende del grande romanzo di Charlotte Bronte. È inutile dire che la storia si chiude con un lieto fine per i nostri protagonisti, che potranno ritrovarsi in Francia, di nuovo ricchi, in quanto Celine può appropriarsi della legittima eredità ricevuta dal padrino. Un tratto peculiare del romanzo è lʼapproccio narrativo. Nella prima parte le lettere di Sophie e di Tùssi a Celine, già in carcere, vengono affiancate dal racconto in terza persona delle vicende di Sophie sino alla sua partenza per lʼInghilterra. È una modalità che vivacizza la narrazione riuscendo a far convivere tre punti di vista: quello dellʼautrice e le considerazioni dei due principali protagonisti. Nella seconda parte prevale il romanzo epistolare. La corrispondenza tra Sophie e Tùssi ci racconta le vicende di Thornfield. Occorre dire, tuttavia, che questo approccio narrativo risulta ripetitivo e noioso, anche perché cʼè poco di intimo e di sentimento nelle lettere. Dinanzi a fredde e formali descrizioni di ciò che avviene il lettore resta deluso perché si aspetterebbe che i nostri due protagonisti scavassero nei loro sentimenti e alla fine dichiarassero il loro amore, del quale siamo certi sin dallʼinizio del romanzo. Nelle ultime pagine lʼio narrante è Sophie ma il racconto è un semplice resoconto dei fatti. Il romanzo è chiaramente una mescolanza di romanzi ottocenteschi. La rivisitazione del libro di Charlotte Bronte è banale e rispecchia una lettura romantica e tradizionale di Jane Eyre. Ciò che pesa sul racconto sono soprattutto il ritmo narrativo lento, la mancanza di azione e di approfondimenti dei personaggi. Ad una partenza incoraggiante subentra una noia crescente. Perché non leggerlo? È lungo e noioso.

Bianca PitzornoOscar Mondadori
The book of illusions
RecensioneInglese

The book of illusions

Il protagonista perde la moglie e i figli in un incidente aereo. Per sfuggire alla disperazione scrive la biografia di un attore del cinema muto, che era scomparso senza lasciare traccia di sé. Rintracciato da Alma, di cui si innamora, viene a conoscenza che l’ex attore vive in una fattoria, nella quale ha continuato a produrre film che ha deciso di distruggere dopo la sua morte. Il protagonista raggiunge la casa di campagna per assistere alla morte dell’ex-attore, riesce ancora a vedere uno dei film che erano stati prodotti per poi assistere da spettatore all’incendio che distrugge tutte le produzioni cinematografiche. Il racconto si conclude tragicamente con la morte di Alma. È un romanzo complesso, per molti aspetti intellettualistico e colto, che si sviluppa tra vicende paradossali su due temi filosofici ed esistenziali: il mondo è tutta unʼillusione, non è chiaro che cosa sia reale e che cosa siano la finzione e il frutto della nostra immaginazione; la distruzione, la morte, è il risultato casuale dell’illusione nella quale viviamo. Il tema dell’illusione è personificato dall’ex-attore Hector: non si sa da dove venga e fa di tutto per non farlo capire, vive una doppia relazione che si conclude tragicamente, fugge sempre fingendo di essere un altro e simulando situazioni sino a rinchiudersi in campagna a produrre film criptici che non verranno mai proiettati in sale cinematografiche. Il tema della distruzione, di tragedie che travolgono la vita degli uomini, di fatti inesplicabili è rappresentato dalle stesse vicende del libro e dai tormenti del protagonista. > Èun libro di frammenti, un insieme di nostalgie e di sogni solo in parte ricordati . Il libro è scritto molto bene, con un stile piacevole e agevole alla lettura. C’è una base intellettualistica che rende spesso farraginoso e ridondante il ritmo narrativo.

Paul AusterFaber & Faber
La briscola in cinque
RecensioneItaliano

La briscola in cinque

Massimo gestisce un bar in un immaginario paese della costa vicino a Livorno. Come tanti locali di provincia il bar è frequentato da un gruppo di vecchietti che passano il tempo a giocare a briscola e a parlare ( o sparlare) dei fatti del mondo e di quelli del piccolo villaggio. Quando un avvenimento straordinario viene a movimentare il tram - tram quotidiano: in un cassonetto dellʼimmondizia viene ritrovato il cadavere di una ragazza. È inutile dire che Massimo si improvvisa detective, commettendo anche alcuni errori, ma alla fine contribuendo in modo determinante alla scoperta dellʼassassino. Per non essere accusato di svelare il colpevole e come ci si arriva, non dirò nulla sulla trama limitandomi a osservare come sia banale e scontata. Allʼinizio lʼattenzione di Massimo per alcuni indizi apparentemente insignificanti invoglia la lettura, ma poi il desiderio dello scrittore di dare un finale a sorpresa rovina la costruzione graduale delle prove, dei moventi e della stessa struttura logica del noir. Lʼambientazione potrebbe schiudere intriganti prospettive se, per esempio, i vecchietti avessero un ruolo significativo nella storia poliziesca o , invece, lo scrittore fosse capace di raffigurare il clima del bar. Niente di tutto questo! Se si esclude lʼuso del vernacolo livornese, il bar e i suoi avventori restano sullo sfondo, piatti, insipidi e superficiali. Lʼunico pregio del romanzo è la scrittura, semplice, facile e chiara. Il lettore corre piacevolmente lungo le pagine senza essere costretto ad un particolare sforzo di concentrazione, ma nello stesso tempo non cadendo nella noia. Perché non leggerlo? È il classico romanzo da viaggio, ma non lascia nulla.

Marco MalvaldiL'Espresso
The Buddha in the attic (venivamo tutte dal mare)
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The Buddha in the attic (venivamo tutte dal mare)

Il romanzo narra le vicende di donne giapponesi mandate negli Stati Uniti a sposare compatrioti, già da tempo immigrati. > Alcune di noi erano di un piccolo villaggio di montagna in Yamanashi e solo di recente avevano visto il loro primo treno. Altre di noi erano di Tokyo, e avevano visto ogni cosa, e parlavano uno splendido giapponese. (...) Molte più di noi venivano da Kagoshima e parlavano in uno stretto dialetto del Sud che quelle di Tokyo pretendevano di non riuscire a comprendere. (...) Sulla nave eravamo vergini per la maggior parte. (...)  Avevamo lunghi capelli neri e larghi piedi piatti e non eravamo molto alte. Che cosa pensarono quando videro il marito, ben diverso dalle foto per età ed aspetto? «Il passato era dietro di noi, e non c'era modo di tornare indietro». Il romanzo segue queste donne in una realtà nella quale dovono dire > Yes, sir, o No sir, e fare quanto le veniva detto, Meglio ancora, non dire niente. Tu appartieni al mondo invisibile . Imparano a ubbidire, a lavorare duramente, a parlare l'inglese, o almeno le parole sufficienti per sopravvivere, e persino si fanno degli amanti o trovano marito tra gli americani: sono lavoratrici e docili come piacciono agli uomini. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, da bravi immigrati  i giapponesi diventano dei traditori, spie e nemici, da internare in campi di concentramento. E così le donne giapponesi, pure quelle sposate con americani, si ritrovano rinchiuse. «I giapponesi erano scomparsi dalle nostre città. E presto,» puoi ancora vedere gli avvisi ufficiali attaccati ai pali del telefono, (...) ma già stanno iniziando ad essere a brandelli e a sbiadire. (...) Quali fossero esattamente queste istruzioni nessuno può ricordare chiaramente. (...) In autunno non c'è nessuna festa del raccolto buddista..(...) Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell'altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo«. Per dare un senso complessivo al romanzo si può partire dal titolo»The Buddha in the attic«, tradotto banalmente in italiano con»venivamo tutte dal mare > . L'identità giapponese, una miscela di buddismo e scintoismo, è messa in soffitta nel momento in cui le donne giungono in America: bisogna assimilare la nuova cultura, occorre essere americane. E' una semplice sospensione perché quando vengono destinate ad un luogo ignoto, un non luogo > , queste donne scompaiono, non ci sono più, è come se non ci fossero mai state. Ci sono due capitoli da leggere: Venite giapponesi! > il viaggio di queste donne:  la nostalgia e la perdita dei legami, il timore e l'attesa. Sono le componenti dell'esilio, quale sia la provenienza e la destinazione, sentimenti comuni a tanti migranti. La scomparsa > narra l'evaporazione dei giapponesi e la mente corre ad un evanescente romanzo di Coetzee (si veda in questo sito The childhood of Jesus > ). L'autrice ha voluto dare alla narrazione un'impronta corale. Per raggiungere questo scopo è ricorsa ad un espediente letterario: l'uso del noi" quando racconta la vita delle donne e della forma impersonale quando si narra la scomparsa del popolo giapponese. Non aver voluto seguire la storia di alcune donne, rendendole protagoniste nella loro individualità, le ha rese massa, appesantendo la narrazione e rendendo il romanzo prolisso e ripetitivo. Perché non leggerlo? E' noioso.

Julie OtsukaPenguin Books