Terre et Germinal
Si tratta di due romanzi naturalistici, di forte stampo sociologico: quasi due inchieste sociali. Con La Terre Zola descrive, con spietatezza e senza nessuno spazio ad idealismi e ad accenti ottimistici, la realtà economica e sociale dell’agricoltura francese alla fine del XIX secolo. Non si salva nulla; in particolare la famiglia e i rapporti tra le persone risultano distrutti dall’avidità per la proprietà e dall’abitudine alla violenza. In Germinal, che descrive la situazione dei minatori e uno dei primi scioperi operai, lo stile è sempre fortemente realistico, ma emergono accenti ideali, legati alla convinzione che si è di fronte ai primi passi di un grande movimento, quello operaio, che porterà a conquiste sociali e politiche. Malgrado la conclusione del romanzo sia tragica, il lettore ne esce con un certo ottimismo. I contemporanei apprezzarono più Germinal che La Terre, ma oggi è senza dubbio il secondo romanzo ad emergere con maggiore validità, in particolare per il ritmo narrativo (quello di Germinal è un po’ noioso) e per la descrizione della campagna francese. Si tratta di due grandi romanzi sociali, che pongono Zola tra i più grandi scrittori di questo genere.
Things Fall Apart (le cose crollano)
Il romanzo fa parte di una trilogia insieme con altri due libri, No Longer at Ease (1960) e Arrow of God (1964): un grande affresco dellʼimpatto della colonialismo sulla società africana. In questo racconto il contesto è costituito dai nove villaggi di Umuofia,in Nigeria; il periodo storico è quello che precede immediatamente lʼarrivo dei colonizzatori. «Le cose che crollano» narra, appunto, della fine di una civiltà contadina, plasmata dal ciclo delle stagioni e governata da regole sempre uguali a sé stesse. È un mondo fatto di certezze e nel contempo magico, «popolato di vaghe, fantastiche figure»; gli uomini sono immersi in una natura vivente e sono abituati ad accettarne la benevolenza insieme con lʼira. La vita dellʼuomo > dalla nascita alla morte era una serie di riti di transizione che lo portava sempre più vicino ai suoi antenati . Achebe descrive questa società con splendide ed eleganti forme elegiache; lo fa senza compiacimento e nostalgia, perché le sicurezze derivano anche dallʼaccettazione collettiva di una rigida gerarchia e di una immobilità che imprigiona gli esseri umani. Lʼarrivo del conquistatore bianco, e della sua religione, non distrugge un mondo idilliaco, dissolve pure leggi e costumi spesso crudeli e incomprensibili, e lascia > Umuofia come un animale stupefatto con le orecchie ritte, sniffando lʼaria silenziosa e minacciosa, e non sapendo quale direzione prendere . Sarebbe, tuttavia, riduttivo leggere il romanzo solo nei suoi aspetti sociali e politici; esso narra la storia di un uomo, parla del potere e della sua caduta. Okonkwo è un grande guerriero, la cui fama va oltre Umuofia, tanto da essere considerato dagli anziani > uno dei più valorosi da quando il fondatore del loro clan combatté uno spirito della natura selvaggia per sette giorni e sette notti . Le ricche proprietà e la grande casa, le numerose mogli e i tanti figli permettono ad Okonkwo di ambire ai ranghi più elevati della società. Per lʼuomo è il riscatto verso il padre, il quale aveva dilapidato e disonorato la famiglia. È un grande riconoscimento quando gli anziani del villaggio decidono di affidare a Okonkwo un ragazzo di unʼaltra tribù, dato come risarcimento per lʼuccisione di una giovane di Umuofia. Ikemefuna è solido e forte, ben presto conquista la stima e lʼaffetto di Okonkwo. Ah! se fosse lui il suo figlio maggiore, e non invece Nwoye, così fragile da assomigliare al padre di Okonkwo! Si crea anche una intensa amicizia tra Ikemefuna e Nwoye, il primo nelle parti di fratello maggiore, protettivo ed energico ad un tempo. «Lʼoracolo delle Colline e delle Caverne» pronuncia la sentenza di morte di Ikemefuna; deve essere ucciso come vuole una legge inflessibile e immutabile per chi è stato dato in riparazione di un delitto. > Questo ragazzo ti chiama padre. Non mettere mano alla sua morte , suggerisce un anziano, annunciando ad Okonkwo la decisione del villaggio. Okonkwo sarebbe esentato dal partecipare allʼorrenda esecuzione; ma non può ritirarsi perché ha un ruolo sociale al quale vuole attenersi. E così Okonkwo segue Ikemefuna nel suo inconsapevole tragitto verso la morte. Il povero ragazzo ricorda le parole che le cantava la mamma: > si sentiva come un bambino una volta ancora. Deve essere il pensiero di andare a casa da sua madre . Viene colpito e urla > Padre mio, mi hanno ucciso! Confuso dalla paura Okonkwo tirò fuori il macete e gli diede il colpo finale. Temeva che fosse considerato un debole.(...) Nwoye aveva sentito che i gemelli erano messi in vasi di terracotta e gettati nella foresta, ma non si era mai imbattuto sinʼora in essi. Vaghi brividi erano discesi su di lui e la sua testa sembrava annebbiarsi, come un solitario viaggiatore che di notte incontra un spirito del male sulla sua strada. Poi qualcosa era andato via dal suo animo. Discese su di lui di nuovo, questa sensazione, quando suo padre entrò quella notte dopo aver ucciso Ikemefuna, Inizia con questo episodio la caduta di Okonkwo, dʼaltra parte ciò che ha fatto è > il tipo di azione per cui la divinità annienta unʼintera famiglia . Durante una festa Okonkwo uccide senza volerlo un giovane di Umuofia: la legge vuole che debba andare in esilio per sette anni, lui e tutta la sua famiglia. Egli accetta il destino; «chiaramente il suo personale dio o»chi«non era fatto per grandi cose». Egli sa anche che quando tornerà al suo villaggio non potrà più ambire ai vertici della società, per quanto possano essere grandi il suo valore e la sua ricchezza. Se Okonkwo si piega alle leggi ancestrali, non può in alcun modo accettare le regole del colonizzatore, soprattutto quando queste lo colpiscono personalmente: il figlio maggiore Nwoye si è convertito al cristianesimo, abbandonando la famiglia, le tradizioni e le antiche divinità. Quando, poi, si accorge che Umuofia si arrende senza lottare, compie un atto individuale di rivolta: taglia la testa al messaggero dellʼuomo bianco, un traditore della propria gente. Non gli resta che darsi la morte, impiccandosi: il suo mondo è crollato. Come nelle tragedie di Eschilo Okonkwo sembra essere mosso solo dal dio, dal suo "chi > , dalle regole ancestrali, dai riti senza tempo: non ha colpa, in fondo, se partecipa allʼuccisione di Ikemefuna. Achebe è uno scrittore troppo grande per cadere in stereotipi: un tratto importante del romanzo è proprio la psicologia dei personaggi; essi si muovono allʼinterno delle loro contraddizioni di uomini, tra regole sociali, affetti ed aspirazioni. Erinna, la figlia prediletta di Okonkwo (ah se fosse un maschio!) viene rapita da una vecchia indemoniata per portarla alla dimora della divinità della caverne. La madre la segue, disperata, ma non ha il coraggio di entrare dentro lʼantro, tanta è la forza delle religioni antiche. Arriva Okonkwo con il macete, grande guerriero, pronto a difendere e, se necessario, a liberare la figlia prediletta, anche contro la volontà del dio. Ma allora, ci chiediamo, perché la stessa scelta non era pronto a compiere per Ikemefuna e per Nwoye? Per ambizione o semplicemente perché non li amava abbastanza? E poi, perché il Dio lo punisce, anche se lui si era comportato come volevano le crudeli regole ancestrali? Ed ancora perché si è suicidato pur sapendo che colui che si dà la morte può essere seppellito solo da estranei, portando alla rovina lʼintera famiglia? Come é scritto nellʼintroduzione, i personaggi di Achebe non cercano il nostro permesso per essere umani, non chiedono scusa per essere complessi (o per essere Africani, o per essere umani, o per essere così straordinariamente vivi"). Lʼambiente, la storia e i personaggi avvincono perché sono narrati con una scrittura pressoché perfetta; semplice, fluida, capace di mescolare lʼinglese con la lingua locale, in grado di trasmettere il fascino ambiguo di una civiltà e i sentimenti così veri e ricchi dei personaggi. È vero che si parla di Africa, ma la scrittura raffinata e il ritmo narrativo, con le sue sospensioni e lʼalternanza di momenti sereni e drammatici, ci conducono in una dimensione universale: ciò di cui si parla è il destino eterno dellʼessere umano, oltre il tempo e lo spazio. Perché leggerlo? Affascinante, un capolavoro.
Ti prendo e ti porto via
È un libro complementare a quello precedente. È ambientato nella provincia e narra di un contesto squallido dove vivono personaggi caratterizzati da una grande tristezza per la desolazione della loro vita senza sbocco: il gruppo di ragazzi violenti e predestinati alla criminalità o a una vita opaca come quella dei loro genitori; la famiglia di Pietro, il protagonista, contraddistinta dalla depressione della madre, dall’alcolismo violento del padre e dalla pochezza del fratello; Graziano Biglia, un squallido vitellone di provincia che non si accorge neanche di essere innamorato di Flora; quest’ultima vive una vita difficile ma ordinata vicino alla madre malata, quando incontra Graziano dal quale aspetta un figlio e viene poi abbandonata per entrare in uno stato di depressione e di abbandono: «non lo sai, forse, che le promesse sono fatte per non essere mantenute?». Dice Flora la sera terribile nella quale Pietro la uccide. In questo ambiente di provincia, si sviluppa l’amicizia tra Pietro e Gloria, che, pur con condizioni sociali molto diverse, intrecciano tra di loro un rapporto, che non può non sbocciare in una storia dʼamore. Ma Pietro non resiste e l’uccisione di Flora costituisce sostanzialmente un modo per scappare da un ambiente così desolato. > Ho capito perché lo aveva fatto. Per combattere una cosa maligna che ci abbiamo dentro e che cresce e che ci trasforma in bestie. Si è tagliato in due la vita per liberarsene... io non volevo finire come Mimmo... io non volevo diventare come loro . Solo l’assassinio, un atto violento e irreversibile, rompe una situazione della quale si ha la sensazione che possa evolversi solo in peggio. La desolazione non è solo il presente ma soprattutto l’impossibilità di un futuro migliore e di un mondo senza prospettive. Lo stile è molto efficace, caratterizzato da un insieme di episodi e di personaggi che si muovono all’interno della casualità e dell’imprevedibilità. Il ritmo narrativo è molto intenso così da renderlo un libro molto bello da leggere.
Tre Croci
Siamo a Siena nei primi anni del novecento: città «tutta raccolta in se stessa e inaccostabile» e dove si vive volentieri perché è possibile «conoscere quel che si desidera degli altri». Tre fratelli, Giulio, Niccolò ed Enrico, stanno scivolando nella povertà e cercano di salvarsi falsificando la firma di un amico per farsi scontare delle cambiali in banca. È un espediente di corto respiro, di cui sono ben consci, ma al quale si aggrappano per poter continuare a vivere nellʼabbondanza. Ciò che interessa allʼautore non è tanto la problematica sociale sottostante, quanto la psicologia dei tre fratelli, così diversi eppure solidali nella truffa. Giulio > era il più malinconico dei tre fratelli... il più intelligente e il solo che aveva voglia di lavorare . Era stato lui a proporre lʼidea di falsificare le cambiali, ma aveva bisogno di una giustificazione tale da liberargli la coscienza: > nessuno può pretendere da me che io non sia come Dio mi ha messo al mondo. Non ho mai recato, volontariamente, male a nessuno. Ho fatto le firme false, solo perché la mia firma vera non avrebbe contato nulla . Niccolò > era sempre disposto allʼallegria, ma così volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola più di quelle che volesse ascoltare. Fuori camminava a testa ritta, nel mezzo della strada, facendo il grande; rispondeva a pena, se lo salutavano, tirava via come se sprezzasse tutti . Enrico > era stato uno di quei ragazzi impertinenti e sfacciati, dei quali si dice che non se ne ricaverà mai nulla . Niccolò ed Enrico vorrebbero comandare e imporsi su Giulio, ma poi, lʼuno per pigrizia e lʼaltro perché meno intelligente, lasciano che sia il fratello a toglierli di imbarazzo. Ma sono continuamente liti e discussioni, ai quali partecipano anche gli amici, che si concludono sempre in grandi mangiate e bevute. Il romanzo si sviluppa in una serie di bozzetti familiari, che si svolgono prevalentemente nella vecchia e polverosa libreria, la fallimentare attività economica dei tre fratelli. E la vita sarebbe potuta continuare tra chiacchiere, bisticci e abbuffate, quando la banca, alla quale è stata portata allo sconto un ulteriore cambiale, si insospettisce e informa lʼignaro amico. Sono la bancarotta, il disonore e la miseria. Ed è Giulio a rendersi conto della rovina, economica e morale. A Niccolò, che assicura che non perderà certo lʼappetito per aver truffato un amico ( > se stasera avessimo una mezza dozzina di beccacce arrosto, io pulirei anche gli ossi ), Giulio risponde che > la mia volontà consiste appunto nel rendermi conto del mio tracollo. È una specie di orgoglio alla rovescia; ma sempre orgoglio . Il suicidio è il destino inevitabile di Giulio. Con una caduta di stile, per dare spazio ad un lacrimoso pietismo, il romanzo si chiude anche con la morte di Niccolò ed Enrico. Il romanzo è dedicato a Luigi Pirandello e mai riferimento fu così azzeccato. Infatti, di realismo, di cui parlano spesso i critici, il racconto ha solo lo sfondo, lʼoccasione di una ricerca psicologica dellʼimpatto di una truffa e della sua inevitabile scoperta sul comportamento e la coscienza dei suoi ideatori ed esecutori. Il fatto, poi, che questo approfondimento riguardi tre fratelli, legati tra loro da affetto ma anche da dinamiche familiari, rende ancora più intrigante la narrazione. Certo ci sono alcune peculiarità tipicamente toscane, ma esse costituiscono solo la cornice di un dramma universale, nel tempo e nello spazio. Il racconto del suicidio di Giulio è una pagina di una modernità sconvolgente, dove sono gli oggetti a dominare la volontà del personaggio: > su la cassapanca, tutti quegli oggetti falsamente antichi gli dissero: tu sei eguale a noi. È inutile che cerchi di evitarci! Egli rispose a voce alta: Aspettate, faccio una firma. E vide la sua firma falsa saltellare sul pavimento. si chinò per chiapparla; entrò con la testa sotto gli scaffali.... Allora spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio . Con questa pagina Tozzi supera Pirandello stesso, affermandosi come uno degli scrittori più originali della letteratura italiana: si fondono in questo romanzo problematiche sociali, ambiente regionale, meccanismi psicologici e simbolismo post moderno. Perché leggerlo? Se leggiamo senza prevenzioni e fuori dai luoghi comuni possiamo scoprire nella nostra letteratura meravigliosi, e ignorati, capolavori.
Tre metri sopra il cielo
Il libro racconta una storia dʼamore tra i giovani della buona borghesia romana. Babi si innamora di un ragazzo sbandato, per il quale entra in conflitto con i genitori e si lascia trascinare in una serie di episodi anche violenti e sempre lontani dalla propria impostazione di ragazza serie e posata. Alla fine, tuttavia, prevale l’ambiente di origine e Babi lascia il ragazzo per mettersi con uno più vicino alle proprie impostazioni e tradizioni. È una storia romantica che ha il pregio fondamentale di descrivere l’ambiente dei giovani della buona borghesia, i loro valori violenti, l’indifferenza della scuola e dei genitori e la ricerca di sensazioni forti e anticonvenzionali. In realtà, poi, tutto si conclude nel modo più scontato con il rientro dei personaggi nella «tranquilla vita borghese», dalla quale in realtà non sono mai usciti veramente. Il libro è scritto molto bene, con un stile ironico e distaccato e nel contempo capace di suscitare anche sensazioni di simpatia e di antipatia, ma sempre inseriti in un contesto di leggerezza e di piacevolezza. Le aspirazioni, i dolori, la felicità e gli amori vengono descritti con un tono asciutto e molto efficace. In realtà prevale sempre un tono positivo, che rende talvolta il tutto un po’ falso e costruito, soprattutto nella parte finale del romanzo.




