Racconti
Il libro raccoglie i racconti di Cesare Pavese tra il 1936 e il 1946. Molti di essi sono già stati pubblicati, principalmente nel volume Fiera dʼAgosto, altri invece sono inediti, talvolta incompiuti. Sono gli anni del carcere e del confino dellʼautore, della guerra partigiana e dei primi anni del dopoguerra. I primi racconti hanno la struttura di piccoli romanzi con unʼattenzione per i personaggi e il contesto, che non si ritrova, poi, nelle narrazioni del dopoguerra, che diventano più brevi, maggiormente riflessive, sempre più introspettive. Già in «Terra dʼesilio», con il quale si apre la rassegna, il protagonista, «sbalzato per strane vicende di lavoro proprio in fondo allʼItalia», palesa uno dei filoni conduttori dei racconti: il senso di estraniamento e di attesa, che nasce dalla contemplazione della natura, del mare e della collina. > Laggiù cʼera il mare. Un mare remoto e slavato, che ancor oggi vaneggia dietro ogni mia malinconia. Là finiva ogni terra su spiagge brulle e basse, unʼimmensità vaga.... avrei voluto tutto vuoto oltre quella balza disumana . Lo stile è asciutto, eppure già simbolico. Via via che si prosegue con i racconti, si può seguire lʼevolversi della scrittura e del mondo espressivo dellʼautore, sino al capolavoro della rassegna: «Villa in collina». Il protagonista è stato invitato ad un ricevimento nella villa, che frequentava da ragazzo. La narrazione ruota intorno ad un suo amore mai corrisposto, quello per Ginia, fatua, incantatrice e traditrice ad un tempo, ma mai colpevole. Lʼincipit del racconto è magistrale. > Risalivo la strada della collina e gli antichi scenari di verde e di muriccioli, via via che sorgevano alle svolte, mi parevano finti. Tanto tempo ne ero vissuto lontano ripensandoci appena in certi istanti svagati, che la loro attualità mi faceva ora soltanto lʼeffetto di un simbolo del passato. Ma non erano simboli la brezza della sera e lʼodore di quella terra. Qui ritrovavo corporalmente lʼatmosfera della mia gioventù, perché queste cose non le avevo mai dimenticate, ma in lontane campagne o nei viali della città, tante volte avevo fiutato lʼaria riassaporando altri tempi . Il ritorno al mondo della gioventù, così ricco di attese, si rivela una delusione, perché Ginia si muove ormai nellʼambito di una rete di relazioni a lui estranea. Non gli resta che allontanarsi > senza ricordi, rispondendo appena ai discorsi, anelando allʼistante che sarei stato solo . La memoria, la nostalgia, la ricerca della solitudine diventano, nei racconti successivi, una «dolce cattività» ( come dice Montale in Riviere), nella quale lʼautore resta imbrigliato in termini sempre più esistenziali. Un bellissimo breve racconto, «Il campo di granturco», è lʼoccasione per lʼautore per una riflessione su sé stesso, perché spesso «certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali» Un giorno doveva aver incontrato questo campo di granturco, anche se non si ricordava, ma > ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata.... cʼera in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia, seducente come le colline . Ma se in questo racconto cʼè ancora il senso di un futuro, in uno degli ultimi subentra solo la disperazione. In «Risveglio», il protagonista non risponde alla domanda dellʼamico su che cosa farà il giorno successivo. Si limita soltanto a voltarsi e a camminare, abbondonato a sé stesso. > Nulla poteva ormai abolire la realtà miserevole della mia esistenza... decisi allora di attendere il giorno per le strade.... giacché tutta la città era deserta e il cigolio di qualche carro lontano non era cosa di città ma di campagna . Come è stato notato da molti critici, i personaggi dei racconti sono dei «vinti», ai quali la sconfitta non impedisce, tuttavia, di conservarsi unʼidea mitica e smisurata della vita stessa. Essa risiede nel paesaggio delle colline e nellʼattesa vagheggiata del mare, mentre il contesto sociale e i diversi personaggi svaniscono sempre più nel sottofondo, come comprimari dellʼunico colloquio realmente importante, quello tra lʼautore e la natura. Lʼabilità stilistica di Pavese è di muoversi verso una dimensione lirica e figurativa, pur conservando una scrittura asciutta, apparentemente realista. Perché leggerlo? Non tutti i racconti sono ovviamente allo stesso livello, ma quelli riportati sono sufficienti per dedicare del tempo alla lettura.
Racconti romani
Nel racconto «Casa Luminosa» una giovane famiglia di migranti è venuta a Roma e crede di avere trovato una casa dove vivere serenamente; ma i vicini, aizzati dalle «donne-corvo», insultano e minacciano l'innocua copia di sposi. La moglie torna al paese natale e il marito resta in Italia. Va in un bar e vede un signore bere tranquillo un chinotto. > Devo dire che ero un po' stupito e anche forse un po' invidioso di uno che si sentiva così a casa in quel locale, che se ne fregava delle barriere, che non aveva paura di rompere le scatole. Osservandolo avevo capito quanto mi ero sentito, in tutta la mia vita, o un intruso o di passaggio. Il tema del viandante senza più un suo luogo è il filo conduttore di questa raccolta di racconti, che più della prosa di Moravia, che riecheggia nel titolo, richiama quella di Mario Soldati (si vedano in questo sito le recensioni dei romanzi di questo scrittore e in particolare «l'Attore») e la claustrofobica atmosfera dei «Sessanta racconti» di Dino Buzzati (pure questi recensiti in questo sito). L'intruso non è solo il migrante; siamo noi tutti, isolati e dispersi in una Roma «tra inferno e paradiso». I protagonisti dello splendido racconto «La scalinata» (snodo della raccolta) sono tutti i dispersi della nostra società. «La madre» sale la scalinata di primo mattino > e tira fuori il cellulare dalla borsa per scattare l'ennesima foto del panorama. La invia subito a suo figlio, (...) vive con i nonni in un altro continente, in una città umida piena di corvi e palme e polvere. «La vedova» > che scende la scalinata in tarda mattinata ha paura del vetro frantumato e stenta a posizionare i piedi. (...) Si sente inoltre aggredita da tutto quello che scrivono con le bombolette sui muri che fiancheggiano i gradini. «L'espatriata» > che, all'ora di pranzo, corre svelta sulla scalinata sarà operata il giorno dopo. (...) Avrebbe preferito tornate nella sua città natale, (...) ma sarebbe troppo difficile da organizzare. «La ragazza», > che scende la scalinata alle due di pomeriggio è circondata da tante altre ragazze. (...) Solo che questa ragazza non mette come le altre le minigonne che sembrano paralumi morbidi.(...) Ogni giorno, per due minuti o tre, (...) si fonde a loro insaputa all'organismo collettivo, alle braccia, alle gambe lisce e scoperte, ai capelli sciolti, e immagina temporaneamente di essere una di loro. I «due fratelli», che si siedono sulla scalinata verso il tramonto a bere una birra, scoprono che il padre va a vivere con un amico e dell'infanzia non resta che un nostalgico ricordo. «Lo sceneggiatore», che abita in un palazzo a ridosso della scalinata, e che solo d'estate (la moglie al mare) vaga per la Roma meravigliosa di Pasolini, finisce aggredito sui gradini della scalinata. Come si pone la scrittrice, che vive tra l'America e l'Italia, rispetto a questi esiliati e a una Roma lucente ma repulsiva, dove tutti si sentono stranieri? Come Manto, la «vergine cruda», cantata da Dante nel canto Ventesimo dell'Inferno, la scrittrice è condannata a «fecer malie con erbe e con imago» (verso 123 del Canto), non per profetizzare il futuro ma per restare imprigionata nella rimembranza, come gli indovini di Dante che camminano con la testa voltata all'indietro. Nel racconto finale, «Dante Alighieri» (titolo evocativo dell'amore per la nostra lingua), esce allo scoperto l'io della narratrice. Mentre l'aereo scende verso Fiumicino, la scrittrice rivede la sua vita come dall'alto, torna con la mente alla letterina ingenua e disperata del suo primo innamorato, che sulla busta scrisse «Dante Alighieri», forse a indicare che lei era la sua Beatrice. Perché, pensa la scrittrice, riaffiorano i ricordi, proprio quando > la pelle si è assottigliata? E perché proprio a Roma, > oramai piena di cose rotte, sbagliate, piagate, buttate, defunte, ma non ce la faccio a recidere i fili? Jhumpa Lahiri è una grande scrittrice angla bengalese (in questo sito si può leggere «The Nickname»); ha curato una interessante e ampia antologia di racconti italiani, che spaziano da Verga a Tabucchi (si veda la recensione di «Racconti italiani» in questo sito). Proprio dalla scelta dei racconti e degli autori, spesso non menzionati nei manuali scolastici, emerge l'attenzione dell'autrice per i «diversi» e per la «fantasticheria». E' un tratto che si ritrova pure nei «Racconti romani», che raccoglie e riordina molti scritti già pubblicati in riviste. Dapprima la scrittura di Lahiri è timida e talvolta incerta, poi diviene sempre più sicura, con una sintassi articolata e una ricca aggettivazione: uno stile che nasce senza dubbio dalla lettura attenta dei nostri classici, in particolare di Dante. D'altra parte pure in inglese Lahiri non è un'autrice essenziale e minimalista, ama invece l'eleganza e la ricerca delle parole, forse pure per questo si è innamorata della nostra lingua. Perché leggerlo? intenso e piacevole.
La ragazza di Bube
In una celebre ballata Guido Cavalcanti canta le pene d' amore: «questo (è) tormento disperato e fero,/ch strugg' e dole e 'incende ed amereggia». L'amore non porta la felicità, soprattutto se > Trovar non posso a cui pietate cheggia,/mercé di quel signore/che gira la fortuna del dolore . Questo stato dell'animo è descritto con malinconica dolcezza da Cassola, e lo fa dal punto di vista di una ragazzetta, in una misera famiglia operaia di una cittadina della Toscana appena liberata dai nazi-fascisti nel 1944. Non è importante l'ambiente, e più utile inoltrarsi nella scoperta dell'amore di un'adolescente, raccontata con una sensibilità sorprendentemente femminile. Mara è figlia di un muratore «scansafatiche» e di una madre affettiva, sconvolta dalla morte del figlio Sante, ucciso dai nazi-fascisti. Ed è proprio Bube, partigiano e amico del fratello, che cambia la vita di Mara, ancora ai primi corteggiamenti. Il ragazzo è venuto a far visita al padre di Mara, esponente del locale partito comunista. La ragazza è attratta dal ritroso Bube, con l'aureola di uomo già fatto ma timido e goffo. Mara > era abituata a fantasticare, e fare lunghi discorsi da sola. (...) Bube: non le piaceva troppo quel nome. (...) > lo chiamerò...Bruno, Bruno è un bel nome, e poi a lui gli sta bene, perché è bruno davvero . E quando le regala dei tacchi alti, si sente più bella, e le eccita di esser sola col fidanzato. > Allora Mara gli disse: > come sarebbe bello ballare io e te! Tutti direbbero che bella coppia! (...) Si baciarono. (...) Egli la baciò parecchie volte: ogni volta premendo più forte le labbra su quelle di lei, (...) se lui avesse voluto prenderla, avrebbe potuto farlo, perché lei era come senza forze. (...) No Bubino, no; ora, no; ora basta«. Potrebbe essere la solita languida storia tra fidanzati quando irrompe»la fortuna del dolore > . Bube, spinto dai compagni, uccide un maresciallo e il figlio di questo. Si nasconde in un casolare di campagna portandosi con sé Mara; da qui è costretto a rifugiarsi in Francia per scappare alla polizia italiana. Mara va a servire in città presso una famiglia. Il ricordo di Bube si sfuma nella mente, ma lei si sente un'altra. > Le piccole vanità di un tempo, i battibecchi con la cugina, i chiacchiericci con le amiche, la facevano sorridere di commiserazione, quando ci ripensava. (...) Si specchiava nelle vetrine: ma non più per vanità di constatare che aveva un corpo ben fatto e un viso grazioso. La figura che compariva per un attimo sulla lastra di vetro era un'immagine tragica, dolorosa. E' come se il legame con Bube, con quel ragazzo imprudente e nervoso, la trascinasse verso un inevitabile destino. E pure la relazione con Stefano, un operaio ponderato e istruito, non è sufficiente a spingere Mara a rompere con Bube, rottura che i genitori invitano a compiere. Il ragazzo è stato arrestato, è in carcere in attesa del processo. Mara va a colloquio in prigione, le è detto che deve andarci da sola. > No, sola no... rinuncio > , stava per dire Mara, ma subitamente sentì una forza straordinaria invaderla tutta; alzò fieramente la testa, e disse: Va bene, vado sola > . (...) Non avrebbe saputo darle un nome, ma sapeva che era irresistibile: che spezzava via ogni timore, ogni esitazione; che la rendeva calma e sicura di sé e indifferente a ogni cosa che non fosse l'adempimento del suo dovere... (...) Ecco, era così: lei era la ragazza di Bube. Pare che Pasolini si fosse riferito a Cassola quando nella sua orazione In morte del realismo > disse che > a quella ingratitudine (di Cassola), più che alla ferita (il pugnale di Tomasi di Lampedusa)/il realismo chinò il capo, arreso. Il romanzo di Cassola sollevò a suo tempo polemiche nel mondo culturale e forti critiche da parte della poetica neorealista; venne accusato di essere una storia dolciastra, che parlava di vicende banali e di personaggi ordinari. In realtà, il romanzo parla di piccoli sentimenti che diventano caparbiamente forti quando devono affrontare le grandi e dolorose vicende della vita. Ragazza desiderosa di un semplice e lieto amore, dinanzi agli avvenimenti, riconoscendo a Bube le sue colpe e pure la sua innocenza di ragazzo, Mara si rivela donna coraggiosa e decisa, consapevole del peso del ruolo che si è assunta. Mara è un eroe discreto > , lotta per un ideale di fedeltà sino al sacrificio. La scrittura di Cassola è stata definita nitida e comunicativa", capace di alternare dialoghi serrati ad approfondimenti psicologici raffinati ma semplici, facilmente comprensibili. La trama è costruita in forma romanzesca, senza che ci siano momenti di caduta nel ritmo. Si percepiscono, sotto il bell'italiano, uno scorrere del periodare fluido ma troppo facile, una povertà lessicale (mancano modi di dire e parole toscaneggianti), una banalizzazione della lingua, che fa trasparire un certo infantilismo letterario. Che il tutto sia voluto o no, ha poca importanza: il romanzo avrà una grande influenza sulla narrativa italiana del Secondo Novecento e verrà usato come testo di lettura nella nuova scuola dell'obbligo. Ancora oggi, è un romanzo che potrebbe essere letto dagli adolescenti. Perché leggerlo? Stilisticamente piacevole, bella la figura di Mara.
Ragionevoli dubbi
Lʼavvocato Guerrieri è stato appena abbandonato dalla fidanzata, quando viene chiesto di difendere in appello una persona, Paolicelli, già condannata in primo grado per traffico internazionale di stupefacenti. Dal nome Guerrieri si ricorda che si tratta un ex-picchiatore fascista, che ha partecipato al suo pestaggio negli anni studenteschi. Per questo motivo è incerto se assumere il caso, ma lʼincontro con la splendida moglie dellʼaccusato e un pò la sensazione che la persona sia innocente, lo spinge a prenderne la difesa. Inizia la ricerca di prove che possano dimostrare che i trafficanti hanno usato la vettura del Paolicelli a sua insaputa, per il trasporto di stupefacenti. Nel frattempo Guerrieri ha una relazione con la moglie del Paolicelli e si trova in una situazione ambigua: da un lato avrebbe tutto lʼinteresse a vedere confermata la condanna del Paolicelli così da poter continuare la relazione e vendicarsi del vecchio pestaggio, dallʼaltro lato il dovere professionale e la crescente consapevolezza dellʼinnocenza del suo assistito lo spingono ad impegnarsi sempre più nella raccolta delle prove da portare a difesa. Si arriva quindi al processo in appello, dove Guerrieri manifesta tutta la sua capacità a condurre lʼinterrogatorio dei veri colpevoli e a dimostrare ai giudici che esiste il ragionevole dubbio dellʼinnocenza di Paolicelli. Il successo lascia tuttavia Guerrieri di nuovo solo. Il romanzo si sviluppa nel continuo alternarsi tra la storia poliziesca e le vicende personali del Guerrieri, con riflessioni anche amare sulla povertà esistenziale di una vita condotta tra tribunali, libri e relazioni sentimentali mai concluse con la costruzione di una famiglia. La parte migliore del libro è costituita dalle scene del processo, dove emerge in modo evidente lʼesperienza dellʼautore, che di professione è un magistrato. La mancanza di sorprese e i riferimenti un pò ritualistici ai problemi esistenziali e sentimentali del protagonista non aiutano la vivacità del racconto, che diviene, alla fine, scontato. Il dilemma morale del Guerrieri ( lasciar condannare Paolicelli o difenderlo in modo da provarne lʼinnocenza) è sviluppato in modo superficiale senza che sia chiaro il conflitto interiore del protagonista. Perché leggerlo? È piacevole, scritto molto bene e sono interessanti le pagine dedicate al dibattimento presso il tribunale.



