Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana
Si tratta di un libro molto particolare, non solo per la lingua utilizzata (un misto tra il romanesco e l’italiano) e per lo stile, ma anche per il racconto, che, pur all’interno della trama tipicamente poliziesca, sembra essere l’occasione per la ricostruzione di ambienti sociali della Roma degli anni ʼ20. Si verificano due delitti in via Merulana a Roma, in una palazzina della buona borghesia romana: vengono rubati alcuni gioielli e, il giorno dopo, viene assassinata una donna. Si sviluppa, quindi, l’inchiesta giudiziaria, che viene condotta in parte dalla polizia e in parte dai carabinieri. Questa inchiesta è il contesto all’interno del quale vengono portati avanti alcuni ritratti sociali e individuali. Gli ambienti sono costituiti dalla borghesia romana e dalla vita condominiale, dal mondo della polizia con i suoi meccanismi burocratici e le sue piccole rivalità, dalla periferia romana con la sua povertà e desolazione. I personaggi sono rappresentati dal commissario Don Ciccio, dai coniugi, uno dei quali è la vittima dell’assassinio, dalle donne della periferia romana, nonché da numerosi altri personaggi minori. Al di là delle differenze, l’autore fa emergere la stanca rassegnazione della vita, priva di novità e di cambiamenti, la pochezza dei sentimenti(l’importanza del denaro e le piccole gelosie), la mediocrità dominante: il tutto addolcito da una lieve ironia e da una palese comprensione dei problemi della vita. La lingua rappresenta uno dei tratti più significativi del romanzo: essa è innanzitutto caratterizzata dall’uso del romanesco e quindi dal tentativo di superare l’artificiosità della lingua letteraria e ciò rende particolarmente vivaci i dialoghi e le conversazioni. Da questo punto di vista è bellissimo il lungo interrogatorio di una donna (la Ines), da parte della polizia. Fuori dai dialoghi l’autore utilizza una lingua inventata, ricca di parole in romanesco, in italiano (anche classico) e, secondo me, anche di neologismi. Emerge una ricerca dannunziana per la sonorità e l’effetto, che talvolta appesantisce e contribuisce a una sensazione di falsità e di formalismo. Come è scritto nell’Enciclopedia della Repubblica, > l’opera di Gadda nasce da un rapporto estremamente teso e violento con la realtà, concepita come intimamente sommossa, profondamente e irrimediabilmente deforme, disordinata, sconvolta, tanto che a essa si può applicarsi soltanto una parola che entri in gara con la sua deformità, la solleciti a rilevarsi appieno....la commistione dei dialetti... come difformità rispetto alle più ordinate e mistificate forme della lingua; poi le forzature metaforiche, portate a tensioni estreme, delle lingue tecniche; la sintassi ramificatissima e intricata, entro cui si manifesta l’intenzione di corrodere a fondo l’organizzazione consueta delle cose .
Una questione privata
Il libro è ambientato nelle colline di Alba durante la resistenza. Milton è un partigiano, che ritorna nella casa dove ha frequentato, e amato segretamente, Fulvia, e apprende che la ragazza avrebbe avuto una relazione con Giorgio, diventato anche lui partigiano. Per sapere la verità si mette alla ricerca di Giorgio, il quale, nel frattempo, è stato catturato dai fascisti e rischia di essere fucilato. Milton cerca di fare un prigioniero per avere uno ostaggio da negoziare con i fascisti, non riesce in questa impresa e quindi ritorna alla villa ma viene inseguito dai fascisti, che si erano appostati nella casa. Il racconto può essere interpretato sotto molti punti di vista: la storia di amore di Milton per Fulvia, che travalica la passione politica, un > romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso e nello stesso tempo c’è la Resistenza così com’era, di dentro e di fuori (Italo Calvino prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno«, 1964); la guerra partigiana come tragedia esistenziale, che»nasce nelle selve, tra i fiumi, sulle colline, tra gli anfratti, i rigagnoli, i sentieri del suo Piemonte (Geno Pampaloni); la descrizione nuda e obiettiva della violenza come significato unico dei rapporti tra gli uomini, tema già presente nella raccolta di racconti «I ventitré giorni della città di Alba». Tutte queste interpretazioni sono possibili, perché, come ancora scriveva Italo Calvino: > è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché . A me piace, tuttavia, pensare che uno dei temi del libro sia la coesistenza della vita tipica della pace con un clima di guerra, che si estrinseca sia nella sopravvivenza del mondo dei sentimenti (la gelosia, l’amicizia, gli scherzi, i rancori tra vicini) che nell’abitudine alle condizioni imposte dalla violenza e dalla precarietà. Da questo punto di vista basti pensare all’episodio della stalla, nella quale riposa un gruppo di partigiani mentre una vecchietta lavora a maglia e un bambino prepara i compiti. > Presso l’uscio della cucina una vecchia sedeva su un seggino da bimbo e filava la conocchia. I suoi capelli apparivano della medesima materia del filato. Buona sera, signora, le disse Milton. Accanto alla vecchia un bambino inginocchiato su uno strato di sacchi stava scrivendo il compito su un mastello capovolto . La guerra è violenza e crudeltà ma gli uomini devono continuare a sopravvivere, devono cercare di conviverci. È questa la più profonda violenza della guerra. Il romanzo è splendido: lo stile è essenziale ma nel contempo suggestivo ed evocativo, soprattutto a motivo della descrizione del paesaggio e dell’ambiente.

