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Un pappagallo volò sull'IJssel
RecensioneItaliano

Un pappagallo volò sull'IJssel

Nel primo racconto di «Le mille e una notte», dal titolo espressivo di «Tessitrice delle notti» (si veda recensione in questo sito), Shahrazad inganna il crudele sultano ammaliandolo con storie meravigliose e intriganti. E' il miracolo della parola! Cosi in questo romanzo Pari, una donna immigrata infatuata della lingua olandese, si salverà scrivendo. Una guaritrice fiamminga le affida il compito di narrare la vita degli immigrati. > Scrivi la storia delle persone che ti circondano, la storia degli stranieri che arrivano in Olanda. (...) Liberati dalla tua angoscia scrivendo. (...) Forse è questo il tuo dovere, ora che il destino ti ha condotto in terra straniera.  Con l' impianto novellistico e la soffusa leggerezza del capolavoro arabo, e nel paese dove > in ogni contrada si sente e si teme la voce dell'acqua con le sue eterne sciagure , Pari dovrebbe narrare > la storia di Mamed, di Catherina, di Lina, quella del colonnello, della moglie del colonnello, di Tala, del signor Rahimi, del pappagallo e la tua storia.  Sono tutti immigrati che potrebbero rispondere alla domanda > che cosa ci fai tu qui? con una semplice parola: > Vivo. Aver posto al centro Pari non deve far pensare che essa sia la narratrice né l'unica protagonista: è Abdolah che racconta dall'alto della posizione privilegiata di osservatore invisibile e neutrale, così come il romanzo è affollato da molti personaggi; la mia scelta è giustificata dall'ostinazione di Pari di fare propria la lingua olandese e dal fatto che è la vita di questa donna, più quella di altri, a testimoniare il precario equilibrio tra integrazione e radici. Sposata ancora bambina, Pari ha seguito il marito in Olanda. Le lunghe assenze dell'uomo permettono alla donna di frequentare una scuola dove imparare l'olandese. > Sentiva che qualcosa nel profondo della sua natura si era messo in moto e voleva distruggere tutto. (...) Si rendeva conto che le parole che cercava sul vocabolario e le frasi che scriveva nella sua nuova lingua erano in realtà esplosivi che voleva piazzare sotto la sua vita familiare, sotto il suo passato, il suo presente e tutta la sua esistenza. Comincia a pubblicare brevi racconti in un giornale locale; va a vivere prima con il suo insegnante di olandese e poi con un giornalista: uomini che pretendono giochi erotico-sessuali per lei nuovi ma offensivi per la sua morale. In Olanda si fa così, è la sicura risposta alle sue timide rimostranze! Quando una notte irrompe il marito e accoltella Pari, mentre l'olandese scappa senza difenderla. Il passato è tornato violentemente. Se nel tentativo del marito di ucciderla ,dalle radici riemergono i tratti oppressivi di un mondo atavico, la sottraggano alla morte gli usi e le liturgie medio orientali. > Dodici anziani avvolti in lunghi cappotti neri, ognuno con un rosario in mano , entrano nella camera d'ospedale dove Pari è in coma irreversibile. > Le loro parole dolci danzavano come api nei raggi del sole e il mormorio delle preghiere avvolse il capo di Pari come un ronzio. (...) All'improvviso l'ago si mosse, tracciando con un rumore metallico una linea ondulata, un zigzag di vita. Come nei favolosi racconti di «Le mille e una notte», un pappagallo (un Angelo?) che volava sull'Ijssel vide > una giovane donna dai lunghi capelli dorati che montava a pelo un bizzarro cavallo bianco dalla lunga criniera, (...) un posto strano popolato da migliaia di animali ,grandi elefanti primordiali, giraffe, dinosauri, cammelli, tigri, leoni dalla vecchia criniera,e anche bestiole molto piccole: germani reali, pappagallini colorati, farfalle, insetti dorati. Nella protestante, accogliente e trasgressiva Olanda, per salvare Pari erano riaffiorate tutte le magie dell'Oriente. Il romanzo si sviluppa su due binari: le difficoltà dell'integrazione, culturali prima che politiche e istituzionali, le storie individuali che mostrano come ciascuno affronti l'assimilazione in modo differente. L'Olanda si offre come un paese accogliente, eppure emergono inesorabilmente le diffidenze, le paure e le diversità linguistiche e culturali. Se dapprima è intrigante accompagnarsi a uno straniero o a una straniera, il primo così appassionato, la seconda affascinante sotto il velo, poi la donna olandese si ritrae preoccupata e l'uomo non sa portare rispetto a tradizioni più riservate di quelle della società olandese. Pur all'interno di un quadro di difficile assimilazione, le singole vicende, distinte e parallele, mostrano come nell'incontro tutti cambino, olandesi e immigrati, ma ognuno in modo differente. E' vero che il destino ci sovrasta, sia fatta la volontà dell'Altissimo!, ma ciascuno di noi gioca con il destino in modo diverso, si costruisce una propria via; ed è qui il vero cambiamento. Al pappagallo sull'Ijssel, all'Angelo o all'Altissimo, non spetta che guardarci. Il romanzo è insieme di moduli narrativi, che si sviluppano in modo autonomo e poi s'intrecciano quasi a caso; è difficile riportare a sintesi le diverse storie, se non in alcuni passaggi topici: la tomba della piccola Tala dove tutti si raccolgono a pregare, l'unico telefono pubblico, usato dagli immigrati per comunicare a casa, il gruppo degli anziani che vivono come se fossero ancora in Oriente, e la figura misteriosa del pappagallo, forse il mitico «cacatua» di Federico II, simbolo della cultura araba antica. La scrittura è fiabesca e realista a un tempo, mai appiattita sulla mera descrizione o su inutili digressioni politiche e sociologiche, e per questo ricca di suggestioni. Perché leggerlo? E' dispersivo, ma piacevole da leggere.

Kader AbdolahIperborea
Il partigiano Johnny
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Il partigiano Johnny

Le vicende tra lʼ8 settembre 1943 e il febbraio 1945 costituiscono lo sfondo storico del romanzo. Sono gli anni della guerra partigiana. Allievo ufficiale a Roma, Johnny ha lasciato lʼesercito, come molti altri dopo lʼannuncio dellʼarmistizio e la generale confusione che ne è seguita. È ritornato a casa, ad Alba. Giovane intellettuale, appassionato di letteratura inglese, appartiene ad una famiglia della piccola borghesia. I genitori vorrebbero che si nascondesse, quieto, senza esporsi. Ma il giovane decide di abbandonare > una posizione fluida, rimediabile da ogni mortale impatto mediante finzioni e sotterfugi o astuzie , per schierarsi invece > nel grande dualismo a prezzo dellʼimmediata, indisquisibile esecuzione . Ed allora > partì verso le somme colline, la terra ancestrale che lʼavrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero... in nome dellʼautentico popolo dʼItalia, ad opporsi al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente . Si imbatte in una banda garibaldina, che fa capo quindi ai comunisti. Come tanti suoi compagni, non gli interessano le idee politiche, importante è combattere il fascismo. Conosce Tito, un giovane e scaltro contadino, così lontano da lui per cultura ed origini sociali, ma così vicino per fratellanza partigiana. Era > felice ed ansioso di mischiarsi agli uomini, a tutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine... per trovarsi insieme a quella battaglia . Uccide il suo primo uomo: > il ragazzo danzava a trenta metri, accecato dal suo stesso coraggio... Johnny gli sparò senza affanno, senza ferocia.... si aderse sui gomiti nellʼascensionale sospensione davanti al suo primo morto . Lo scontro con i fascisti dissolve la banda, troppo male armata per poter resistere. Johnny va alla ricerca di un altro esercito partigiano ed incontra i così detti badogliani, più vicini alle sue idee politiche. Ritrova un ambiente borghese a lui più famigliare ed è con loro, nei paesi collinari intorno ad Alba, che trascorre il lungo periodo di stallo dellʼ inverno tra il 1943 e il 1944. Anche se meglio organizzati ed equipaggiati delle squadre garibaldine, sono totalmente impreparati a resistere allʼattacco dei fascisti e dei tedeschi nellʼestate del 1944. La lotta è durissima ma impari. Johnny vede morire molti dei suoi compagni, si riduce con un piccolo nucleo, tra cui gli amici Pierre ed Ettore, con i quali si rifugia presso una fattoria. Ma Pierre si ripara in città, dove è più facile nascondersi, mentre Ettore viene catturato insieme con la contadina, che li ha accolti e rifocillati. Affronta disperato e solo il lungo e rigido inverno tra il 1944 e il 1945. Si nasconde nelle zone più selvagge del bosco, nei dirupi creati dai torrenti, cercando talvolta cibo e riparo presso i contadini, a loro volta stremati ed impauriti. > Il cuore gli si fendeva per la brama dellʼantica comunità, la faziosa, criticabile, a volte repellente comunità, e dei vecchi campi di battaglia e della compagnia dei vivi, dei morti, dei catturati... Anelava al reimbandamento, per esso avrebbe dato metà del suo sangue, Dovʼè Nord ( il soprannome del comandante partigiano)... il 31 gennaio è una data assurda per ritrovarci. Quel mattino ti alzerai e chiamerai ma ti risponderà soltanto il silenzio delle colline . Alla fine dellʼinverno, dellʼingenuo e idealista studente rimane ben poco. La perdita degli amici più cari, le stragi alle quali ha dovuto assistere, il freddo, la fame, la sporcizia lo hanno trasformato in un combattente solitario. Quando, a gennaio 1945, ritornano a riorganizzarsi ed a ingrossarsi le file partigiane ( ormai si avvicina lʼavanzata finale degli alleati), > Johnny non si trovava più, quel patch, lungi dal scancellarsi, si ampliava. Non sopportava più comunanza né routine, scapolava la collettività, la perlustrazione e la guardia . Il grido ingenuo, «Viva Noi!, sempre fino alla fine della storia umana», che aveva espresso quando si sentiva profondamente unito ai suoi compagni, si è trasformato in un senso di insoddisfazione, di delusione verso gli altri, che lo conduce a disubbidire e a cercare una morte coraggiosa e solitaria. Il romanzo è la prosecuzione ideale di Primavera di bellezza, altro capolavoro di Fenoglio. Se in quel libro lo scrittore ha narrato la maturazione politica di un giovane, che prende coscienza di che cosa è stato il fascismo e della necessità di lasciare una testimonianza individuale di rivolta, in «Il partigiano Johnny» Fenoglio racconta la storia partigiana di un ragazzo e di come le vicende della guerra e la durezza dellʼambiente abbiano lasciato una impronta indelebile, ed imprevedibile, nella sua personalità. Pur sempre convinto di «dir di no fino in fondo», di non arrendersi mai, alla fine della guerra Johnny non riesce più a sentirsi parte di una comunità più vasta, lʼesercito partigiano, ma vuole combattere da solo i fascisti, come un eroe solitario. E via via che si procede nella lettura mutano sia la lingua che il rapporto tra Johnny e lʼambiente. Se allʼinizio del romanzo la scrittura è ricca di termini inglesi, quasi ad esprimere il mondo letterario del protagonista, pian piano le parole anglosassoni si fanno più rade e si giunge al punto che Johnny tradisce lʼamata lingua inglese, rifiutando il ruolo di interprete, per preferire quello di combattente. Nello stesso modo la collina è inizialmente uno sfondo, per assumere nel proseguimento del racconto una funzione crescente di protagonista, quasi amalgamandosi con la nuova personalità di Johnny. Il bosco, i burroni, i paesi arroccati sulla montagna, la nebbia e il gelo, il mondo contadino, con le sue bestie e i suoi cani feroci o amichevoli, sono il nuovo mondo del protagonista, che, come un novello Robin Hood, porta avanti la sua battaglia solitaria contro i cattivi. Da questo punto di vista il libro di Fenoglio è una splendida narrazione della Resistenza, ma non di quella retorica, che vorrebbe esaltare la storia collettiva e la nascita di una coscienza nazionale. Paradossalmente nel romanzo il percorso è opposto: da una visione civile e politica, anche se ingenua e grezza, il protagonista perviene ad una concezione individualista e disincantata del mondo ideale della guerra partigiana. Il grande fascino di Fenoglio è la creatività espressiva della lingua: > una lingua non grammaticalizzata, duttile, scomponibile e ricomponibile, nei suoi elementi costitutivi, con estrema mobilità... una lingua magmatica con cui collaborare creativamente. Il risultato è una prosa incessantemente produttiva di neoformazioni lessicali, morfologiche e sintattiche ( Dante Isella: la lingua del partigiano Johnny). Poteva essere una interessante direzione di sviluppo della letteratura italiana. Nessuno lʼha seguita, perdendo lʼoccasione di dare nuova ed originale linfa ad una lingua ormai stantia, quale quella italiana. Un elemento di debolezza del romanzo è la scarsa compattezza, che porta ad una trama narrativa spesso dispersiva. La focalizzazione sulla figura del protagonista non fornisce dinamicità e dialettica al sistema dei personaggi, i quali, a loro volta, non hanno sufficiente spessore ed autonomia per contrastare lʼinvadenza del personaggio Johnny. È un libro epico ed individualista per eccellenza. Perché leggerlo? È un libro affascinante, in particolare per la sua lingua.

Beppe FenoglioGiulio Einaudi
I piccoli maestri
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I piccoli maestri

Questo racconto autobiografico sulla Resistenza ha lo stesso avvio di altri romanzi, che hanno narrato gli anni di guerra partigiana tra il 1943 e il 1945: come in «Primavera di Bellezza» di Fenoglio o «A conquistare la rossa primavera» di Lajolo il protagonista è un giovane ufficiale, in attesa di chi sa che cosa. > Forse ci spegneremo così, poi quando saremo spenti, si spegnerà un poʼ alla volta anche la guerra . Ed invece arriva lʼarmistizio, «come un urlo», e si ritorna a casa, a piedi, in mezzo a colonne di tedeschi. Si torna a frequentare gli amici dellʼuniversità, a Vicenza, si riprendono le vecchie discussioni, si partecipa ad un > sentimento collettivo (...) inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale . Si entra nella Resistenza, girando in città e per i paesi della pianura veneta, ma già a ottobre del 1943 si è costretti a salire in montagna, nel Bellunese e nellʼAltipiano di Asiago, i luoghi dove è in gran parte ambientato il libro. A differenza di quanto accade in Fenoglio e Lajolo, il protagonista non diviene un lupo solitario, come il «Partigiano Johnny», né acquisisce una coscienza politica, che lo conduca a schierarsi, anche dopo la liberazione. Lʼautore scrive un racconto volutamente anti eroico, ma lo fa con timore, perché > ogni tanto avevo il senso di toccare un punto più pericoloso, quasi una breccia in un argine; e mi pareva che smuovendo sarebbe venuto giù un fiotto di caotiche affezioni personali, civili e letterarie che mi avrebbe portato via . E > alla fine si estinsero anche i sensi delle parole, aggettivi, nomi, quei vigliacchi dei verbi; (...) Da ultimo restammo soli io e il non io . La scansione del racconto segue le fasi tipiche della storia partigiana: la nascita delle bande, disorganizzate ed isolate, i rastrellamenti dellʼautunno del 1943, il lungo inverno successivo e la crescita del movimento nella primavera del 1944 e quindi la nuova offensiva nazi fascista, che porta i partigiani a scendere in pianura. Il protagonista attraversa questi avvenimenti senza soffermarsi sulle azioni di guerra, le quali restano sempre sullo sfondo, ma concentrando lʼattenzione sugli uomini e sul paesaggio. Incontra vecchi amici, se ne fa dei nuovi, li perde (perché vengono fucilati o muoiono in battaglia), lambisce alcuni amori, cerca disperatamente di parlare di letteratura e di filosofia, di portarsi con sé la sua cultura umanistica. Anche lui, come il Partigiano Johnny, si ritrova solo nel lungo inverno del 1944: in fuga, affamato, senza scarpe sopravvive a stento, ma il tutto sembra un sogno. > Camminavo, col paesaggio che veniva fuori a pezzi e bocconi e faceva lʼeffetto di muoversi. (...) Poi la luna fa un lungo salto a pesce nel cielo, la sua luce color mandarino si decanta; sono in piedi e sto in piedi, cammino sulla strada tra le case di Frizzòn, batto alla prima porta. (...) In questa casa non cʼè nessuno. Sono tutti morti. Aprimi almeno tu! Sono morta anchʼio. (...) Aspetto la bara che venga a portarmi via . Pur abbandonato (sarà salvato dalla Rosina, una giovane contadina) il protagonista vive come in un lungo viaggio, reale ed ideale, per le montagne venete, al ciglio delle colline e delle pianure. E spesso lo sovrasta un sentimento di meraviglia, come quando vede dallʼalto > i torrenti, le strade, i paesi riconoscibili a uno a uno in una specie di grande lago; tutto era di smalto e dʼoro, (...) e per un poʼ mi venne una specie di emozione che non mi aspettavo, come se uno viaggiando in Cina si affacciasse a una valle remota, e gli apparisse, lì sotto Thiene, il fumo di Schio, e le montagnole sotto le quali cʼè il suo paese, casa sua . Lʼatmosfera soffusa e delicata è il pregio fondamentale del romanzo: essa è il frutto di uno stile narrativo e di un approccio, volutamente perseguito. Per quanto riguarda il primo aspetto, la scrittura è di impronta umanistica, tradizionale, colta ed elitaria; ma la retorica tipicamente italiana è ripulita dei suoi fronzoli, è resa frugale ed essenziale; in tal modo si esaltano la fluidità del periodo e la ricchezza dei vocaboli e delle espressioni. Il romanzo è una sorta di rimembranza e quindi giustamente lʼautore non intende fare una cronaca degli avvenimenti, ma li vuole narrare con la lente della memoria, che dà forma a singoli pezzi, guardandoli dalla prospettiva di chi li vede ormai lontani, come in una nebbia. con un sentimento di tenerezza, ma anche di lieve distacco. Ed è questo il tratto peculiare del romanzo, che lo rende affascinante. Questa scelta, che dà più importanza alle sensazioni che agli avvenimenti, rende a tratti noioso il racconto, perché va a scapito del ritmo e dellʼapprofondimento dei personaggi. Perché leggerlo? È bello perdersi nella sua atmosfera.

Luigi MeneghelloRizzoli
Il porto dell'amore
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Il porto dell'amore

Non so se esista nella nostra letteratura qualcosa di simile al racconto di Thomas Mann: «La morte a Venezia» (vedi la recensione su questo sito). Il breve scritto di Comisso riprende molto dell'atmosfera del capolavoro del grande scrittore tedesco. Si percepisce la medesima onirica attesa di un disfacimento, voluttuosa e malinconica. Siamo a Fiume, tra il 1919 e il 1920: la città, dolcissima del profumo del gelsomino, era illuminata > dai barbagli del mare e sui pendii i frutteti luccicavano di fiori,(...) sul mare alcune vele illuminate dal sole.(...) Il tepore del sole corrispondeva alla languidezza del corpo che il buon cibo ricreava. Godevo di piaceri indefiniti... Come non ricordare «le notti tiepidi» di piazza San Marco e la «morbida e lussuosa dolcezza» che aveva avvinto il vecchio scrittore, andato a morire a Venezia?  Comisso narra con languida nostalgia la sua breve avventura fiumana, e lo fa con una serie di ritratti, pervasi da una «noia immensa» e  dall'idea dannunziana che «tutto nel mondo aspira all'amore». E' un percorso metaforico per i sentieri della giovinezza: l'accoglienza tradita, l'amicizia tra uomini, la passione per la donna croata («vieni con me, l'Italia è nell'amore» le dice Comisso), la torbida attrazione per la donna in sfacelo ( > la pelle appassita, le rughe, gli occhi foschi, le mani adunche, la figura sformata, la bocca arida e i denti anneriti ) sino alla figura del gobbo, ruffiano grottesco > sorrideva alla nostra smania e godeva portarla fino a un punto esasperante.(...) Fremevo d'impazienza. L'idea del bosco, della luna e di questa contadina facile all'amore nella notte, mi confermava che i più bei sogni d'adolescenza fossero realizzabili nella vita . E come Thomas Mann si lascia andare a visioni fantastiche, dove Venezia è > metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi fiorì un voluttuoso rigoglio, (...) note cullanti e carezzevolmente languorose , così una grotta carsica trascina Comisso > in una situazione di sogno angoscioso, immaginavo che una massa d'acqua scatenata  dovesse venirmi a travolgere contro le pareti soffocandomi e stritolandomi.(...) Come potrà tale perfezione durare e come potremo trovarne d'uguali?(...) Il terreno era cosparso di innumerevoli api morte e quella strage mi dava presagio anche d'una mia fine, quale conseguenza di un'estate troppo avidamente vissuta . L'esercito italiano pose fine all'avventura fiumana e a Comisso non restò che la nausea. > Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti . Nel racconto giovanile di Comisso c'è molto dei poeti crepuscolari; leggendolo tornano in mente i versi di Guido Gozzano: > cuore che non fioristi, è vano che t'affretti/verso miraggi schietti in orti meno tristi;/tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,/gettare i sogni sparsi per una vita nuova (Da i colloqui «le due strade»). Lungi da essere premonitrice del fascismo, l'avventura fiumana fu un esperimento di libero amore, con il quale una gioventù borghese, segnata dalla violenza della prima guerra mondiale, cercava disperatamente di vivere, di non tornare all'opaca vita piccolo borghese perseguendo una sorta di rivoluzione dei costumi e delle coscienze. Comisso narra questo sogno infranto: non resta che il fascismo per illudersi di liberarsi dalla prosaica Italia giolittiana. «Il porto dell'amore» è un'opera giovanile, «pullulante di insofferenze per la grammatica» come osserva Rolando Damiani nella prefazione alla raccolta delle opere dell'autore; ed è proprio in queste improprietà grammaticali il segreto del fascino di Comisso. L'autore usa una lingua che mescola forme auliche, classicheggianti ed eleganti, con invasioni del parlato e del dialetto. Ne deriva una lettura singolare, attraente e misteriosa; come disse Montale, «un suono esatto e leggero delle parole», che dà un indecifrabile senso di grazia. Perché leggerlo? Meravigliosamente languido.

Giovanni ComissoOscar Mondadori