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Il maestro e l'infanta
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Il maestro e l'infanta

Nel Canto XVII del Paradiso ai versi 43-45 Dante narra che l'avo Cacciaguida ricorra alla musica per spiegargli la visione del futuro esilio del poeta: > da indi (dalla mente divina), sì come viene ad orecchia/ dolce armonia da organo, mi viene/a vista il tempo che ti s'apparecchia . Il suono delle corde di uno strumento, insieme con la dolcezza della voce, sono un dono divino concesso agli uomini per lenire le ferite del corpo e quelle dell'anima, per Dante sopportare la profezia del suo doloroso peregrinare. E' vero o la musica è solo un palliativo? Se scaviamo il romanzo di Alberto Riva al di là delle apparenze, dobbiamo concludere come la musica dia una sorta di meraviglioso stordimento ma nulla può fare per guarire la solitudine, la depressione e la follia. Siamo nel diciottesimo secolo, tra il 1720 e il 1758, Domenico Scarlatti, figlio del più noto Alessandro, giunge a Lisbona per divenire musicista in una delle corti più ricche dell'Europa di quel tempo. Domenico > è un uomo sotto la quarantina che ne dimostra qualcuno di più, gran naso nodoso, gli occhi di una nocciola mutevole, distanti, forse guastati da un leggero strabismo: la pelle è chiarissima e i vestiti neri, un nero deciso e luttuoso. (...) Il padre, per anni, lo ha tenuto piegato, quasi inginocchiato sulla tastiera ore e ore ogni giorno, soprattutto la sera . Schivo sino alla scortesia, non è certo il classico cicisbeo né uomo di belle maniere, come vorrebbe l'elegante e vacua società settecentesca. E forse proprio per il suo carattere scontroso e indipendente non è disponibile ad avallare la volontà del sovrano di reprimere le inclinazioni musicali dell'Infanta, la grassottella e bruttina Maria Barbara. Al contrario, Domenico ne diviene precettore, raffina ed esalta le qualità naturali della ragazza; si crea un legame che durerà nel tempo, anche quando Maria Barbara andrà sposa all'erede di Spagna, e diverrà poi regina. Qualsiasi compositore del tempo, da Vivaldi al cantante Farinelli, avrebbe approfittato della circostanza per avere fama e ricchezza. Non è così per Domenico Scarlati; animato da una cupa frenesia, scompare nelle taverne, dove > ascolta fantasiosi  arrangiamenti traferiti sulle corde, portati da voci femminili . Frequenta, nella Spagna dell'Inquisizione, il mondo dei gitani, dove scopre che > dentro quel popolo di andalusi c'era una civiltà sepolta, e quella civiltà era la musica. Che la guitarra è il libro non scritto attraverso cui una storia viene tramandata. Ma non è solo la guitarra sono le mani, le voci, le dita, persino i piedi. (...) Ci dicono perché il nostro canto è profondo (spiega il vecchio gitano). Ci chiedono il segreto del cante.....E noi rispondiamo: il nostro canto è la ricerca, il nostro canto è il viaggio. (...) un dramma misterioso, un dramma senza finale . Per tutta la vita Domenico insegue qualcosa di indefinibile e lo trova, forse, girando nei quartieri più poveri e malfamati. > Chi avesse sorpreso il maestro in una di quelle notti, l'avrebbe visto leggermente accasciato, un gomito sul tavolo, una gamba allungata, un certo sguardo. (...) Si guarda le mani: la sua relazione è con lo strumento. (...) Quello con lo strumento è un rapporto di interrogazione. Di progressivo disvelamento . Se fosse stato per Domenico gli esercizi musicali, le famose Sonate di Scarlatti, sarebbero andate perse: forse il musicista riteneva che fosse inutile lasciare quelle composizioni incapaci a lenire il suo male oscuro. E' merito di Maria Barbara se noi le conosciamo. L'impianto del romanzo è qualcosa di intermedio tra la ricostruzione storica e l'indagine introspettiva dei due protagonisti: Domenico Scarlatti e l'Infanta Maria Barbara, nonché le peculiarità della loro relazione. La musica, l'attrazione misteriosa dei Sonetti, hanno prevalso su una narrazione che avesse messo sullo stesso piano i due protagonisti: Maria Barbara resta sullo sfondo, appiattita nei doveri e nei compiti del suo rango; al di là del fascino degli esercizi musicali composti dal maestro, che cosa ha legato veramente Maria Barbara ad un uomo così chiuso e scortese? L'unico dato significativo è la testardaggine di Maria Barbara, la sua determinazione a salvare l'opera di Scarlatti e renderlo famoso. Potrebbe avere spinto la donna un represso amore per l'uomo? Non lo sapremmo mai perché la genesi  musicale e biografica dei Sonetti ha avuto il sopravvento e ha riportato Maria Barbara nell'oblio, dal quale l'autore voleva toglierla. La scrittura è piana e fluisce tranquilla, senza attrarre né respingere. Solo quando l'autore descrive scorci di Lisbona emergono suggestioni piene di vivi colori. Ecco Lisbona, forse frequentata e amata dall'autore: > qualcosa di torvo, quell'odore degli animi insoddisfatti, degli uomini infelici, (...) e poi la città, aperta su un estuario che è già mare, fatta di colori mutevoli, di salite e discese, di improvvisi azzurri, turchesi, blu oltremarini. > E la Città comprende/E s'accende/ E la fiamma titilla ed assorbe/ I resti magnificenti del sole/E intesse un sudario d'oblio/ Divino per gli uomini stanchi . (Dino Campana, Genova in Canti Orfici).

Alberto RivaNeri Pozza
Il mare non bagna Napoli
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Il mare non bagna Napoli

Anna Maria Ortese ritorna a Napoli, città dalla quale manca da molti anni. Ufficialmente ha avuto lʼincarico di intervistare i giovani scrittori napoletani, alcuni già noti, altri che lo diventeranno: Prisco, Rea, Incoronato e La Capria. Un lungo capitolo descrive, appunto, la visita a questi autori e noi capiamo come il risveglio culturale e politico della città dellʼimmediato dopoguerra si sia ormai dissolto, lasciando delusione, rassegnazione e pessimismo, e spingendo alla fuga, verso Roma e Milano. Quando incontra Prunas, lʼanimatore della rivista Sud, ormai chiusa, ma intorno alla quale tanti intellettuali si erano raccolti pieni di ardore e di speranza, Ortese percepisce > un dolore e una curiosità infinita: devi avere pietà, dicevano quegli occhi spenti, devi evitare di guardare. È vero che siamo morti?, chiedeva, è vero che siamo stati assorbiti dalla città, e ora siamo in pace? (...) La città lo aveva distrutto. E perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Tutti erano caduti, qui, quelli che avevano desiderato pensare o agire, tutte le lingue si erano confuse ed erano andate ad incrementare la dolorosa vegetazione umana. Questa natura (Napoli e la sua gente) non poteva tollerare la ragione, e di fronte allʼuomo muoveva i suoi eserciti di nuvole, dʼincanti, perché egli ne fosse stordito e sommerso. Lʼinchiesta giornalistica è solo un espediente: lʼautrice vuole perdersi, spaesarsi, ricercare una «visione dellʼintollerabile», possibile solo in una città, come Napoli, nella quale tutto è > pensato, immaginato, sognato, e anche realizzato artisticamente, ma non vero: una inquietante rappresentazione . Il libro si apre con alcuni bozzetti di vita napoletana, dei quali il più riuscito è senza dubbio il primo, «Un paio di occhiali». In un putrido e maleodorante rione il sole non tocca che i balconi più alti e il resto non è che ombra e immondizia; eppure la gente saluta con gioia la giornata di sole, come se > quellʼaria, quella festa e tutto quellʼazzurro chʼerano sospesi sul quartiere dei poveri fossero anche cosa loro. Una povera ragazza, pressoché cieca, è in trepida attesa degli occhiali, che la famiglia le ha comprato con i pochi risparmi. Ma chi non ha mai visto comʼè veramente la realtà ne può sopportate la vista? Non è meglio vedere tutto sfocato? > Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone. (...) Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti (...) i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano lʼaria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata. (...) Tanti buchi, tante formiche ; le prese uno smarrimento, la realtà era troppo intensa per sopportarla. Ai bozzetti, brevi, eleganti e suggestivi, segue la narrazione di una visita ad un grande fabbricato, nel quale trovano alloggio famiglie che non sono più in grado di permettersi un appartamento decente. Lʼautrice viene guidata per i lunghi corridoi, dal primo piano, composto di antri oscuri e maleodoranti, sino al terzo piano, dove ci sono dimore più pulite e luminose. La strada di chi entra nel palazzo è sempre la stessa: dapprima va ad abitare nel piano più elevato, per discendere poi, inesorabilmente, più in basso. > I bambini, una volta lindi e sereni, in quel buio si coprivano dʼinsetti e i loro volti diventavano sempre più gravi e pallidi, le ragazze si mettevano con uomini sposati, gli uomini si ammalavano. Non risaliva più nessuno, da giù. (...) Cʼera qualcosa che chiamava da giù, e chi cominciava a scendere era perduto, ma non se ne accorgeva che alla fine . Il grande caseggiato è la metafora della condizione antropologica, sociale ed esistenziale di Napoli, dove plebe e borghesia convivono tra loro indifferenti, come > ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza . Nella prefazione allʼedizione del 1994 Ortese ammette che > la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nellʼallucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di troppo: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica nevrosi . Questo giudizio è la diagnosi perfetta del libro: le singole pagine, le frasi e le parole sono spesso splendide, ricche e capaci di rendere pienamente le situazioni e i sentimenti; ma lʼinsieme risulta disordinato, confuso e sospeso, tanto che le conclusioni bisogna trarle dalle parole stesse dellʼautrice. E ʼun grido, una disperata indignazione contro una realtà, per Ortese «incomprensibile e allucinante»: la fine del sogno della rinascita di Napoli, e pertanto è una sconfitta. Perché leggerlo? È scritto molto bene e soprattutto la visita al grande caseggiato è di una vivezza impressionante: un vero capolavoro.

Melanconia della resistenza
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Melanconia della resistenza

E' singolare iniziare la recensione di un romanzo ungherese richiamando «Tokyo Soundrack» di Hideo Fukukawa (si vede la recensione in questo sito).  E' proprio la lontananza geografica e culturale a rendere interessante l'accostamento. Se il racconto giapponese narra il disfacimento ambientale e sociale di Tokyo, qui lo stesso tema è sviluppato in una cittadina magiara travolta da un lento e inspiegabile disordine, come se > quella micidiale realtà, molto terra terra, sembrava irreversibilmente destinata a svaporare.  Numerosi erano i segnali inequivocabili: la spazzatura che si accumulava per le strade senza che qualcuno la raccogliesse, le sempre più frequenti mancanze dell'elettricità, alberi secolari che crollavano, trasporto pubblico nel caos, poche e spaventate persone in giro, persino orde di gatti, > bestie enorme, inselvatichite, (...) tornate al primitivo istinto dei predatori, testimoni e imperatori di un tramonto annunciato -- ma apparentemente rimandato all'infinito --- , simili ai cani e ai corvi di Tokyo Soundrack, e ai cinghiali, nutrie, lupi e altri animali selvaggi che scorrazzano ormai per le nostre strade, insieme alla trionfante popolazione di ratti. > Un pantano sulla palude (...) era il fondamento ideale per la situazione, (con) la sensazione che le case, gli alberi, i lampioni e le colonne delle affissioni pubblicitarie vi sprofondassero dentro. E' una profezia, se pensiamo al nostro mondo che pare scivolare in un futuro subdolo, con noi che viviamo in «un'attesa senza speranza». Non è facile identificare i fili narrativi di un racconto imperniato di realismo magico, volutamente confuso e frammentario (e come potrebbe essere diversamente se quanto succede non è più razionale?), caratterizzato da lunghe digressioni anche filosofiche, da un tono ironico e paradossale, che ricorda Kafka.  Cerco di farlo partendo dai protagonisti, i quali, come diceva un grande studioso tedesco, Erich Auerbach, per i personaggi di Dante, sono una «rappresentazione figurale»: esseri umani, con la loro sorte personale, e allegorie di idee atemporali del declino e del disordine.  Prendiamo il primo personaggio, la signora Pflaum; la conosciamo in una scena esilarante: il viaggio su un treno affollato, accanto a gente sporca e maleducata, lei così precisa e ordinata. Altrettanto divertente è la descrizione della piccola casa  tra > gli oggetti immacolati dell'appartamento, e tutto le parve perfettamente in ordine, (...) era chiarissimo che tutti quelli che come lei vivevano nel loro piccolo silenzioso nido , avrebbero evitato le cose terribili che accadevano fuori. Quante signore Pflaum conosciamo che sono sicure che la cura delle piante, la pulizia dei mobili, le piccole routine quotidiane le preservino da sventure devastanti! C'è poi Valuska, > questo eccezionale artista della vita in estasi , convinto di avere trovato l'armonia nella perfezione delle costellazioni; guarda in cielo per non vedere ciò che succede in terra. Non si accorge, o gli va bene così, che i compagni d'osteria lo prendono in giro, quando ricostruisce con figure viventi la rotazione della Luna intorno alla Terra. Quanti di noi ci rifugiamo in ideali astratti per evitare di misurarci con la realtà? C'è pure il musicista Etszter: si è dimesso da Direttore del Conservatorio quando si è accorto che l'accordatura del pianoforte appiattiva i suoni in un'astratta e innaturale armonia, ed ora vive chiuso nel suo appartamento, a suonare un piano scordato, a pontificare sull'irrazionalità del reale con il suo unico allievo: il buono e sempliciotto Valuska. Quante volte siamo costretti ad ascoltare autorevoli filosofi sulla crisi dell'Occidente, anzi sull'Apocalisse che attende la terra, perché la nostra europea «Città dei Lumi» non sa difendere i valori dell'illuminismo e del cristianesimo! Ed infine c'è la signora Etszter, dal corpo enorme e sensuale, > sentendosi padrona del futuro, guardava la città con gli occhi di un'audace ereditiera, convinta di trovarsi alle soglie di un'era radicalmente nuova, gravida di promesse, che avrebbe spazzato via tutto. Ma come successe nel primo decennio del Novecento, quando molti segnali facevano presagire la fine di un mondo apparentemente lieto e sicuro, ma ci volle l'irrompere della prima guerra mondiale a travolgere quell'età felice, così è l'arrivo di un circo, che espone il corpo mummificato di un'enorme balena, a rompere il fragile e declinante equilibrio; e niente è più come prima. Per fermare il saccheggio e le brutalità, dirette forse da una figura misteriosa, chiamato il Principe (il diavolo, la personificazione del Male?)  non è più possibile girare in tondo, ripararsi nella piccola pace domestica, o fantasticare di mondi lontani o filosofeggiare se «il reale è razionale»; ci vuole la mano ferma ed energica di chi sa comandare. La città dà volentieri il potere alla signora Etszter, personificazione del potere autoritario. Ci potremmo tristemente fermare qui: è innegabile, pare, che solo la dittatura può darci la bramosa serenità, le piccole e amate abitudini domestiche. Ma, forse, > gli operai della distruzione (comandati dal Principe?) sono ancora in opera. Come nei Buddenbrook di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito), l'ultimo capitolo è dedicato al disfacimento del corpo con la morte: una descrizione dettagliata e precisa che ci ricorda come l'uomo, nella sua lunga evoluzione, abbia visto > miliardi di cose inquiete, pronte al cambiamento continuo, aveva visto come dialogavano tra loro severamente senza capo né coda, ognuna per proprio conto; miliardi di relazioni, miliardi di storie, miliardi, ma si riducevano a una sola, che conteneva tutte le altre: la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza. In una recente intervista (La Stampa 25 ottobre 2025) Orhan Pamuk afferma che > troppa etica uccide la letteratura. (...) La letteratura non è fatta per giudicare moralmente. E' un'arte delle connessioni, della comprensione. Ci permette di entrare nella mente di persone che non ci piacciono . E io aggiungerei: risponde al bisogno dell'uomo di ascoltare e raccontare storie, di appassionarsi ai personaggi, di amarli e detestarli; la letteratura ci insegna la complessità dell'uomo. Tutto questo manca in Krasznahorkai. Certo, i personaggi sono descritti come essere umani, con le loro debolezze e tratti caratteristici; ma non c'è approfondimento psicologico, sono trattati in modo ironico, senza empatia, presupposto della comprensione. Ciò è particolarmente vero per Valuska, in fondo il protagonista. La sua descrizione resta sempre in superficie, non va oltre a una sua rappresentazione paradossale: > il pastrano delle poste, con relativa borsa a tracolla in cuoio, berretto, un paio di scarponi. Ma chi è questo ragazzo, già destinato al manicomio come l'idiota del villaggio? Quali sono i suoi sentimenti? Perché il suo legame fiducioso con il Direttore del Conservatorio? Tutto resta sospeso.  Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: un periodare lungo, ricco di incisi, che si sviluppa senza interruzioni, un fluire di parole e frasi che avvince il lettore. E' una lettura faticosa, bisogna leggere molte pagine di seguito, per entrare dentro lo stile narrativo, farsi condurre dallo scrittore nelle tante storie del racconto; ma dopo una cinquantina di pagine bisogna fermarsi, prendere fiato, ritrovare la forza e la volontà di continuare. Alla fine la fatica ha il sopravvento, e, bisogna ammetterlo, non si vede l'ora di arrivare alla fine. Perché leggerlo? Inebriante la scrittura, a tratti molto divertente.

Memoriale
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Memoriale

Albino è un giovane contadino, che abita sopra un lago insieme con la madre, alcolizzata, taciturna e anaffettiva. Dagli scarni cenni sulla sua vita precedente apprendiamo che ha trascorso l'infanzia in Francia, è rimasto orfano del padre appena la famiglia è tornata in Italia, è andato soldato nella seconda guerra mondiale, è stato in un campo di prigionia, dove ha contratto probabilmente la tubercolosi. Ci sono in Albino la nostalgia di un tempo felice, il bisogno di punti di riferimento (la madre, la religione), la ferma convinzione di essere perseguitato, (dagli ufficiali, dai medici, domani dai capi reparto), insieme con un confuso anarchismo che nasce dal mondo contadino in cui è cresciuto. Il lago è la rappresentazione allegorica di una solitaria inquietudine. > Sul lago erano sospese, né alte né basse, delle nebbie azzurre; solo sul lago, come un fumo. Il cielo era sereno e già aveva alta, sotto i veli del giorno, una piccola luna: > vedi Albino, pensavo, se tutti i tuoi mali fossero come quelle nebbie che la luna a mezzanotte avrà sicuramente consumato. (...) Toccavo le mie spalle come da ragazzo durante la malattia e masticavo un sapore di me stesso, un filo della mia gioventù. E' il 1946 quando Albino si presenta all'Ufficio del Personale di una grande fabbrica per essere assunto come operaio fresatore. Da qui si diramano due filoni narrativi, che si sviluppano intrecciandosi: uno sociologico e l'altro esistenziale. Volponi, con la sua esperienza di dirigente industriale, descrive molto bene l'ambiente alienante della fabbrica: dinanzi al posto di lavoro > tutti avevano un muscolo tirato, o le labbra strette, o gli occhi socchiusi o le sopracciglia aggrottate. Vuol dire che tutti avevano un pensiero che batteva dentro le loro teste e rimbalzava su tutta la fabbrica e ancora batteva. (...) Il lavoro stesso non dava alcun aiuto; non richiedeva l'accompagnamento del pensiero, andava avanti per conto suo tirando le nostre mani perché nella fabbrica non era possibile fare altro. A differenza di quanto emerge dal romanzo di Ermano Rea ( La dimissione > si veda la recensione in questo sito), non si percepisce un senso di appartenenza al prodotto, alle macchine e all'organizzazione del lavoro: la fabbrica è un corpo ostile, Albino fa parte a sé stesso, non si sente solidale con gli altri né accetta la gerarchia aziendale, che gli propone persino di fare la spia. Gli dice un amico sindacalista, > ma tu stai sempre per conto tuo. Mi attaccavano dunque perché ero solo? , si chiede Albino. Malgrado la malattia e le accuse verso i medici di fabbrica, Albino è protetto dalla Direzione (chi sa perché?), che gli dà un lavoro tranquillo, quello del piantone. Proprio dall'entrata della fabbrica Albino assiste ad uno dei primi scioperi del dopoguerra e corre ad avvisare gli addetti alla mensa di astenersi dal lavoro, per favorire la lotta degli operai (per noi è oggi difficile capire l'importanza della mensa). Quest'atto di insubordinazione non è accettabile per la Direzione, e lo licenzia. Se la storia fosse solo questa, il romanzo sarebbe un affresco dell'Italia industriale degli anni' 50. Ma Volponi vuole esprimere un malessere esistenziale, che va oltre al contesto storico, al tema dell'alienazione, problematica così diffusa nella pubblicistica marxista degli anni '60. Lo scrittore immagina che Albino scriva una sorta di confessione, con cui pare volere definitivamente accettare il suo stato di abbandono. > Guardavo, come sempre, il lago crescere a poco a poco sotto i miei occhi, nella salita verso casa mia. Nel nitore del pomeriggio il lago era senza sfumature, senza bracci verso la campagna e gli alberi; chiuso dentro le sue sponde. E il suo colore non brillava e non si spandeva all'intorno. (...) A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto: non la fabbrica, non i compagni, non i medici, furfanti o meno, né tanto meno la madre: > io sono una goccia/la prima o l'ultima di un acquazzone/caduta dalla grondaia/quando nell'aria/non s'aspettava pioggia,/nemmeno quella goccia./la mia goccia s'è perduta, /nessuno l'ha goduta. Nella sua bella prefazione Giuseppe Lupo vede il romanzo come un'elegia della fabbrica, di un mondo scandito dal ritmo delle macchine che si è andato selvaggiamente sostituendo al ciclo delle stagioni e dei suoi lavori che caratterizzavano la vita dei campi. Di questo passaggio Albino, pare dire Giuseppe Lupo, ne è la vittima e il cantore ad un tempo; da qui il ritmo solenne ed onirico del romanzo. E' singolare che un dirigente industriale dell'Olivetti, qual era Paolo Volponi, abbia scritto un racconto così realistico ed esistenziale insieme, con tratti che paiono scivolare verso la psicoanalisi. Se pensiamo che Memoriale" è la prima opera di Volponi, dobbiamo perdonargli la confusione narrativa, le inutili ripetizioni o divagazioni; e lo dobbiamo fare perché il malessere di Albino pare riflettere quello di Volponi, stretto tra la razionalità manageriale e la tensione poetica. Scritto in forma di confessione, l'io narrante è lo stesso Albino. Le tante letture in sanatorio, il tempo libero passato in biblioteca debbono avere insegnato molto al povero contadino se il romanzo è scritto così bene: un periodare fluido, anche se talvolta involuto, le conversazioni serrate, intrise di simbolismo le descrizioni del paesaggio agreste (si sentono rimembranze pascoliane) a fronte di un realismo onirico quando si parla della fabbrica. Al romanzo fa difetto la trama: si allunga inutilmente per molte pagine, perdendo di sintesi e divenendo prolissa. Perché leggerlo? E' interessante il connubio tra razionalità industriale e magia del mondo contadino.

Paolo VolponiIl Sole 24 ore
Microcosmi
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Microcosmi

Microcosmi è un insieme di > frammenti che a poco a poco si compongono in un romanzo ordinato, la cui struttura e il cui senso (gli) si rivelano alla fine, come accade nella vita . E la vita è un insieme di luoghi, > luoghi e cose, difficilmente separabili dalle persone amate e dallʼimmagine del mondo che le avvolge . Il primo frammento è il Caffè San Marco a Trieste, che dà il segno alla narrazione: un viaggio dove non ci si muove mai. > Seduti al caffè, si è in viaggio; come in treno.... non si può apporre a nulla una vanitosa impronta personale, non si è nessuno. In quel familiare anonimato ci si può dissimulare, sbarazzarsi dellʼio come di una buccia . E che cosa cʼè di più immobile e nel contempo vitale delle lagune e dei grandi boschi? Il racconto procede con la descrizione ricca di suggestioni e di ricordi del mare di Grado e delle foreste del Monte Nevoso. Qui il bosco non è un luogo naturale o fantastico, ma è > insieme esaltazione e cancellazione di confini, una pluralità di mondi differenti e contrapposti, pur nella grande unità che li abbraccia e dissolve . il capitolo successivo, dedicato alle colline torinesi, crea una placida e dolce atmosfera ( forse anni sereni e felici dellʼautore), che ci fa pensare che > anche sparire potrebbe essere una festa, come perdersi fra le colline che di sera sembrano un mare, grandi e calme onde del respiro lungo, possente . E viene voglia di «salire in camera e lasciare che il mondo si arrangi». I capitoli seguenti ( Assirtidi, che riguarda le isole della Croazia, in particolare Lussino e Cherso) e Antholz ( una valle dei Tirolo) portano a luoghi ( non detti esplicitamente) di vacanza dellʼautore. Sono le pagine meno felici del libro, troppo ricche di citazioni storiche e di ambienti difficilmente identificabili dal lettore. Con il capitolo dedicato al «Giardino pubblico» ( una vera chicca letteraria), Magris ci porta bruscamente alla propria infanzia facendola emergere in un bambino, che porta un pesce rosso agonizzante nel piccolo lago del giardino per cercare di farlo sopravvivere. Il Giardino è un luogo di svago, ma anche di proibizioni. Inoltrarsi nel giardino è per il bambino come immergersi nellʼacqua profonda, trovarsi «oltre tutte quelle porte che di solito sbarrano lʼingresso nel suo cuore segreto». Il Giardino pubblico rispecchia la complessità e la varietà dellʼanimo umano. Lʼio è come il Giardino una foresta oscura, un insieme di luoghi aperti, di grandi alberi secolari, di anfratti: > la foresta è tuttʼintorno, ma non si è dentro la foresta, soglie invisibili sbarrano il cammino... si è fuori, esclusi dal bosco, che forse incomincia un metro più avanti, ma la porta per entrare e arrivare dove cʼè quel rosicchiare e borbottare non si trova . Il ritorno del bambino a casa introduce al capitolo finale, dal misterioso titolo «la volta», che finalmente parla esplicitamente di un episodio della vita dellʼautore, facendo emergere con estrema tenerezza la figura della madre. Come in un sogno, il bambino ricorda un bombardamento aereo e la fuga in un rifugio, dentro una chiesa. Il bambino ha paura ma è insieme con gli altri («in tutta la chiesa, ci si salutava, ci si dava la mano, qualcuno si abbracciava») ed allora > non si stupì di vedersela accanto... mettiti a dormire, gli disse, ti sveglio io quando è il momento . Ha paura ma sente delle voci che lo rassicurano. Sono > due voci, quasi identiche alla sua, i figli, che avevano riempito la casa, i giorni, la vita, e gli dicevano di non aver paura . Il ciclo della vita si chiude, dallʼinfanzia alla vecchiaia, tra le persone amate. Microcosmi ha diverse qualità: lʼespediente letterario dellʼautore di narrare luoghi e persone della propria vita senza mai ricorrere allʼio, una scelta felice in una era, come la nostra, così narcisistica; la scrittura estremamente elegante, che sovente si innalza a livello della poesia; la profondità e lʼacutezza di molti pensieri, messi lì con noncuranza, dei veri e propri aforismi. È difficile individuare un senso complessivo a frammenti di narrazione. Si può dare, forse, una lettura psicoanalitica: riandare ai luoghi più significativi della sua vita permette allʼautore di ritornare alla propria infanzia, alla madre e di trovare un legame tra i diversi momenti della vita. Ricorre poi la metafora della porta, ossia della difficoltà di entrare, ma dove?, forse nella propria coscienza. I pregi del libro sono anche i suoi difetti: non cʼè una trama, i riferimenti e le disgressioni sono spesso noiose, lo stile narrativo scivola facilmente nella ricercatezza erudita, perdendo di schiettezza. Si sente il colto germanista, un pò snob e poco accogliente. Perché leggerlo? Leggere tutto il libro è pesante. Vale la pena di soffermarsi solo sui capitoli dedicati al Caffè San Marco, alle colline torinesi e al giardino pubblico, questʼultimo un vero e proprio capolavoro.

Claudio MagrisGarzanti
Mille anni che sto qui
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Mille anni che sto qui

Il tempo si riempie «di gallerie lunghissime e comunicanti», un labirinto che non è detto porti da qualche parte. Alla base del libro cʼè un idea esistenziale: la vita è un insieme di bivi imprevedibili e può trovare solidità e certezza solo nella ricerca delle radici, la propria terra e i propri antenati. Gioia è una ragazza di Matera che è scappata per cercare una libertà, che mai sua madre, sua nonna e lei stessa sarebbero state capaci anche solo di immaginare. Percorre > una breve stagione di libertà e di appartenenza, confusa nella folla, nelle piazze italiane, Roma, Bologna, Firenze Ponte Vecchio, dorme con un ragazzo svizzero con la pelle liscia come una ragazza.... grida gli slogan P38 ti spunta un foro in bocca, si commuove alla vista delle bandiere rosse, usa le loro aste come mazze, si cala il fazzoletto rosso sul viso, pensa di avere il futuro fra le mani . Coinvolta, suo malgrado, nel terrorismo fugge a Parigi, dove fa lʼattrice, lavora in un call center erotico e si perde tra molti uomini, il più delle volte facendosi usare. Ma quando > era diventata una giovane donna perfetta come la materia inorganica, sottratta allʼimprevedibilità del tempo si chiede > a che serve?, a chi ne avrebbe reso conto? Ora che poteva essere chiunque, non era più nessuno . Allora sente il bisogno di ripercorrere allʼindietro, > momento per momento, tutto quello che portava lì. Così senza accorgertene ti perdi nella storia . Gioia risale la storia dei suoi antenati, a Grottole, piccolo paese della Basilicata. Il punto di partenza è il 1861, lʼanno dellʼUnità dʼItalia, e da lì parte per narrare le vicende della sua famiglia, in particolare delle donne che sono stati determinanti, con la loro forza e il loro carattere. Ne risulta un racconto sociale e familiare ad un tempo: un affresco di una Italia povera e abbandonata, immobile per un secolo per poi trasformarsi rapidamente negli anni del boom economico, dopo il 1960: il dissolvimento dei legami familiari, di una vita comunitaria che rappresentava la gabbia ma anche la forza della società contadina. È emblematica, da questo punto di vista, la triste quotidianità dei genitori di Gioia, Rocco ed Alba, che guardano lo stesso programma televisivo in stanze diverse, se questa incomunicabilità viene messa a confronto con la vita dei loro nonni e bisnonni, che lavoravano, mangiavano, litigavano, vivevano tutti insieme. Non cʼè più quel mondo, così saldo e sereno.Gioia, partendo nuovamente, vede dal treno che > la campagna ondulata che aveva cullato la sua nostalgia, nostalgia di un dolore carissimo, di lacrime, di curiosità insoddisfatte, di prigionia, adesso aveva perso la verginità. Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime . Il libro può essere distinto in due parti. La prima, ambientata a Grottole, è la ricostruzione, quasi unʼindagine storica, di una struttura sociale e familiare. Il ritmo narrativo risente proprio di questo approccio descrittivo, che solo a sprazzi si alza di livello, verso la trasfigurazione della storia e lʼapprofondimento dei personaggi. La seconda parte, che descrive le vicende di Gioia negli anni ʼ 60 e ʼ 70, presenta uno stile moderno, talvolta confuso ma efficace nel dare il senso del «deragliamento» del personaggio. Particolarmente efficaci sono le pagine nelle quali lʼautrice persegue una sorta di storia parallela: la Gioia che poteva essere una brava ragazza, laureata, ben maritata e con i figli e invece la Gioia reale che si è persa nella ricerca di sé stessa. Lʼesigenza, forse, di dire troppo in poche pagine conduce ad un racconto disordinato, ad una sorta di accozzaglia di azioni e situazioni. Il lettore ne resta disorientato non comprendendo appieno la storia di Gioia. Perché leggerlo? Si legge in modo piacevole, è interessante per la ricostruzione storica e fornisce un efficace contrasto tra modernità e tradizione.

Mariolina VeneziaGiulio Einaudi
Le mille e una notte volume II
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Le mille e una notte volume II

Se i racconti del primo volume (vedi recensione in questo sito), hanno un'impronta fiabesca, trasportandoci in un mondo popolato di spiriti e di magiche invenzioni, qui le novelle hanno un taglio realistico; la lettura è meno avvincente ma ne traiamo una rappresentazione della società abbaside, del potere del califfo e dei suoi emiri, degli intrighi della corte, della rassegnata ubbidienza dei sudditi. Nel racconto, «La forza dell'amore», l'infelice Ghanin è severamente punito per la falsa accusa di aver sedotto la favorita del califfo. La cieca gelosia spinge «l'emiro dei credenti» a perseguitare il giovane e la sua famiglia. Quando il califfo si ravvede del tremendo errore e chiede che cosa può fare per lui, Ghanin risponde che > il servo non può rimproverare il padrone in alcun modo per come questo ha creduto bene di comportarsi con lui. (...) Il servitore resta il servitore, e il padrone resta il padrone ; è la madre del giovane, coraggiosamente, a invitare il califfo a pensare a quanto sia fragile la natura umana, > a quanto sia spesso incline all'inganno e alla simulazione. E pensa a come queste cattive disposizioni possano essere aggravate dalla gelosia, cui le donne sono fin troppo esposte. Non bisogna credere che siamo dinanzi a una sorta di «Decameron» arabo o a «le Anime morte» di Gogol in salsa medio orientale (vedi le recensioni in questo sito); anche nelle novelle di questo secondo volume la prosa è intrecciata alla poesia, i racconti s'incastrano l'uno dentro l'altro, predomina la bellezza degli uomini e delle donne, si fugge dalla realtà verso l'inverosimile. Ciò che raccontiamo è un'illusione? Nell'avvio del lunghissimo racconto, «I volti dell'amore», dove è descritto un mondo favoloso senza confini che ci rimanda a «The Enchantress of Florence» di Salman Rusdhie o a «Paradise» di Abdulrazak Gurnah (vedi recensioni in questo sito), la bellezza del giovane principe è tratteggiata con versi intrisi di narcisistico desiderio: > E' il cerbiatto della gazzella dal passo esitante!/Basta che prenda per mano uno specchio:/fedele e adulatore, rifletterà/l'idea assoluta di bellezza che il suo sogno vi proietta. Le novelle più belle sono quelle che hanno come protagonista il califfo Harun al Rashid (regnato tra il 766 e l'809). Pare che questo sovrano fosse > ghiotto di aneddoti, di fatti di cronaca e di pettegolezzi ; per cui travestito da semplice cittadino andava a scoprire come viveva la gente comune e a compiere scherzi alle loro spalle. Ben noiosa doveva essere la vita nei palazzi di Bagdad! In «Il dormiente che non dorme», il califfo, fingendosi un mercante, si introduce nella casa dell'onesto Hasan, dopo averlo ubriacato, gli fa bere un potente sonnifero; portato nel palazzo Hasan vive una notte da califfo, credendo che sia la realtà: è preso per pazzo ed è rinchiuso in manicomio. Quando ne esce continua a vivere non sapendo più se sta in un sogno o nella realtà. > Perché hai instillato la confusione nella mia mente, perché mi hai messo sottosopra il cervello?. E «il successore del profeta» risponde candidamente che lo fa per diletto. Nella novella «Il califfo e il pazzo» al Rashid vuole capire se una persona rinchiusa in manicomio sia veramente un pazzo; ne scaturiscono una serie di racconti, a incastro, in un'atmosfera pirandelliana, in cui l'arguzia del gran visir, personaggio sempre presente in «Le mille e una notte», mette alla prova il povero demente; si scoprirà poi che più di arguzia bisogna parlare d'inganno, perché il gran visir voleva impedire il matrimonio tra la figlia e il presunto pazzo.  Lasciamo al lettore scoprire la trama di «Il saggio persiano». Qui ci limitiamo a dire che un bellissimo «rosticciere», > egli è lo stallone/di ogni grazia , riesce a conquistare la splendida principessa per merito di un infuso d'amore del sapiente mago. Appaghiamoci di questi versi deliziosamente erotici: > Stretti fianco a fianco, coi miei occhi/li ho visti, mi sarebbe piaciuto/vederli dormire insieme/sulle mie stesse palpebre./Erano due gazzelle del deserto,/e due stelle fulgenti nella notte,/due astri mattinieri, ramoscelli perfetti,/e due incarnazioni della diva Bellezza. René R. Khawan, il curatore di questa edizione di «Le mille e una notte», ha ritenuto, dopo lunghe ricerche, che i due libri di questo secondo volume, «Passioni vagabonde» e «Il gusto dei giorni», completino quelli più noti riportati nel primo volume: «Illustri dame e galanti servitori» e «Cuori disumani». Ovviamente non sono in grado di discutere le scelte del curatore, tra l'altro su una problematica estremamente scivolosa per la difficoltà di mettere ordine in questa importante testimonianza della poesia araba del Califfato di Bagdad.  E' difficile pensare che siamo dinanzi ad una successione di racconti notturni, sia per la lunghezza delle novelle che per il loro impianto così  realistico;  anche la poesia perde di peso rispetto alla prosa e la narrazione non ha più quel ritmo serrato delle novelle riportate nel primo volume. Si percepisce una certa stanchezza, un non so che di formalistico e ripetitivo, come se la decadenza politica e militare del grande impero si rifletta nel suo canto, nostalgico e disperato. Mentre nelle novelle del primo volume c'è sempre una conclusione che proietta a un futuro felice, qui ogni novella finisce con un richiamo alla Morte, a > Colei che distrugge i piaceri e disperde le adunanze, (...) Possa Dio esserci benigno nel giorno di quell'appuntamento. Perché leggerlo? A tratti è prolisso, si fa fatica ma vale la pena.

Vari AutoriRCS / Rizzoli
A modo nostro
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A modo nostro

Il romanzo ha inizio con lʼarrivo a Parigi di Xie Qing, un uomo modesto e senza ambizioni, un camionista che ha sempre vissuto a Wenzhou, una citta di provincia, vicina al Mar Cinese Orientale. Si ritrova in Francia perché chiamato a riconoscere il corpo della sua ex moglie, Yan Hong, morta in un incidente stradale. La polizia francese vorrebbe che Xie Qing compisse diligentemente le pratiche burocratiche, intascasse lʼassicurazione e lasciasse il Paese al più presto. Xie Qing si rifiuta, in parte perché vuole capire cosa sia realmente successo (la moglie ha fatto una misteriosa telefonata prima di morire), ed in parte perché vorrebbe conoscere meglio Yan Hong. Dal momento della separazione, improvvisa e per lui inspiegabile, Xie Qing > non era più riuscito a liberarsi dal rancore di chi si sente raggirato . Al lettore sembra prospettarsi una storia di intrigo, quasi un thriller, arricchito dalla ricerca di un legame interrotto ma radicato nellʼinfanzia e nella giovinezza. Purtroppo il romanzo ha una svolta. Una ricca e potente cinese, la quale ha preso sotto la sua protezione lʼingenuo e spaesato Xie Qing, lo convince a cambiare radicalmente vita. > Non sei stato tu a chiedere di espatriare, non hai nemmeno corso il rischio di partire da clandestino, hai avuto lʼopportunità di lasciare la Cina soltanto perché è morta tua moglie. E unʼopportunità come questa è stata la tua fortuna! (...) Un uomo che non si lancia in alcuna impresa è venuto al mondo invano . Così il camionista senza ambizione si trova coinvolto nel traffico di esseri umani prima, e poi in grandi speculazioni immobiliari nella sua città natale. Partecipa, per caso e senza grandi meriti, al «grande arricchimento», fatto di azioni criminali, di corruzione, di dispregio per la vecchia Cina, eppure vagheggiata con una falsa nostalgia. > Come un bruco che dopo aver faticosamente strisciato tra foglie e arbusti si trasforma in farfalla, Xie Qing si sentiva profondamente diverso rispetto al suo arrivo a Parigi. La sua metamorfosi si era completata quando la nave carica di clandestini era sprofondata nel canale di Otranto, con il sacrificio di decine di vite nel fiore degli anni . La strage, della quale è in parte responsabile, accelera il processo di arricchimento ed insieme trasforma il protagonista in un cinico uomo dʼaffari. Non è nata una farfalla ma un moscone! A latere della storia di Xie Qing, e della sua metamorfosi, viene narrata la vita di Yan Hong. > Era solitaria, senza amici, al di fuori del lavoro leggeva, scriveva o semplicemente stava lì a riflettere, Xie Qing non era mai riuscito a scoprire se in quel suo misterioso mondo interiore regnassero le tenebre più fitte o una luce invisibile . Noi lettori sappiamo dalle sue dolorose vicende che cʼè in Yan Hong una tensione verso valori autentici, i quali si alimentano continuamente con la memoria del padre, uomo e rivoluzionario integerrimo, suicida pur di non tradire la fiducia in lui riposta da un alto generale dellʼArmata Rossa. Splendidi versi esprimono il mondo interiore di Yan Hong, il legame con il padre e nel contempo la forza dei suoi valori. > Ma uno solo ha amato lʼanima pellegrina e la tortura del tuo trascolorante volto. Curvati dunque su questa tua griglia di brace e dì a te stessa a bassa voce Amore ecco come tu fuggi sulle montagne e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle. Questa tensione sempre rinnovata per ciò che è autentico spinge Yan Hong ad andare volontariamente nei campi di rieducazione per «giovani istruiti» durante la rivoluzione culturale, a cercare con caparbietà i documenti segreti del padre per consegnarli ai figli del generale e non pregiudicare la loro carriera nella Cina moderna, ad accettare, stupita ed incuriosita, la proposta di trasferirsi a Parigi (madre di tutte le rivoluzioni!) da parte di un club «patetico» e potente di nostalgici rivoluzionari, infine a rifiutare di vivere in una villa, decidendo invece di fare lʼoperaia in una fabbrica tessile e poi lʼambulante sulla costa atlantica. Vuole vivere come i suoi connazionali, immigrati e clandestini! E come Anna Karenina Yan Hong non accetta di essere lʼamante parigina di un alto funzionario del governo cinese, ma pretende lʼamore per sé e il figlio, avuto dallʼuomo. E come Anna nella ricerca di una vita autentica trova la morte. Il romanzo narra due storie, modi diversi di concepire la Cina moderna: lʼarricchimento senza scrupoli e il disperato rifiuto di questa scelta di vita, lʼaffermazione di valori differenti, eticamente potenti. È la ricerca di una nuova visione morale, la quale non può radicarsi nei vecchi riferimenti rivoluzionari,che erano stati alla base della liberazione e della rinascita della Cina. Sullo sfondo lʼautore racconta le vicende dei clandestini, di come arrivavano in Europa e di come vivono e lavorano nel nostro continente. Nel contempo, cʼè un richiamo continuo alla vecchia Cina: tenera malinconia per una società ormai solo nellʼimmaginario. A compromettere il romanzo, per altro ben scritto, è lo spazio eccessivo dato alla parte apparentemente più accattivante: quella del traffico di esseri umani; non perché non sia interessante, ma perché resta in superficie, con connotati di narrazione poliziesca e criminale, senza entrare in profondità nelle storie dei protagonisti: i clandestini appunto. È una parte che risulta artefatta, e non vissuta. Perché leggerlo? Interessante, avvincente la figura di Yan Hong.

He ChenSellerio Editore
I Moncalvo
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I Moncalvo

Il romanzo è ambientato a Roma alla fine dell'Ottocento. E' ancora forte la rottura tra la Chiesa e il nuovo Stato italiano, ma la frattura si va lentamente ricomponendo nel crescente clima di affarismo e nazionalismo che pervade la classe dirigente. Di umili origini, un tempo rinchiusi nel ghetto, «all'ombra delle nostre vecchie sinagoghe, isolati in un mondo ostile», i due fratelli Moncalvo, Giacomo e Gabrio, si sono affermati nella società, seguendo però strade differenti: Giacomo ha fatto una brillante carriera in campo scientifico, ottenendo riconoscimenti accademici anche se non economici, Gabrio si è arricchito enormemente in Egitto per tornare a Roma e divenire un esponente importante dell'alta finanza. Sono diversi approcci alla vita, ereditati da Giorgio e Marianina. Il primo è il figlio di Giacomo e, come il padre, è dedito allo studio e all'insegnamento, indifferente alla ricchezza, morigerato e intriso di valori morali. Marianina, figlia di Gabrio, è ambiziosa, amante del lusso e dei salotti dell'alta borghesia, pronta a tutto pur di ascendere nella scala sociale. Domina un comune «indifferentismo» religioso. I Moncalvo si sentono ebrei più per tradizioni familiari che per fede e pratica. E' un tratto ricorrente in molta borghesia ebrea, desiderosa di integrarsi e influenzata dai valori positivistici, nazionalisti e affaristici di fine Ottocento. A pregiudicare la fragile unità familiare è la conversione di Marianina al cattolicesimo per poter sposare un esponente dell'aristocrazia "nera > , così definita perché legata al Vaticano, e acquisire in tal modo il rango di principessa, entrando a far parte dell'alta società. E' un progetto dei genitori, ma è la ragazza a perseguirlo con determinazione e consapevolezza sorprendenti per una  viziata e ricca ereditiera. Nel corso del romanzo Marianina è definita come un Lucifero«, una»Sfinge > , una personalità misteriosa e sconcertante per gli stessi genitori. Per tentare di comprenderne il carattere bisogna soffermarsi su un colloquio tra i due cugini. Giorgio è sconvolto dalla passione, ella gli avrebbe dato un'ora di ebbrezza, ed egli, il rigido scienziato, travolto da un vento di follia, chiedeva a sé stesso se per avere quest'ora non convenisse sacrificare tutta la vita«. Nella sua presunzione Giorgio pensa di dare con il suo amore»una tavola di salvamento«ed evitare che la cugina si getti»in un baratro di viltà e di menzogna, comprando «un misero blasone a prezzo del tuo corpo e della tua anima». > Ella si strinse nelle spalle. Tu vaneggi (disse). (...) Il mio cuore non è di nessuno. (...) Dovevamo crescere nella vecchia città di dove sono originarie le nostre famiglie, entro il vecchio recinto che chiudeva la gente della nostra razza, (...) ristretti di ambizioni d'idee, fidenti solo nella missione del nostro popolo....Allora sì avremmo potuto sposarci ed esser felici.... Oggi è impossibile . Emblema di un femminismo audace, Marianina è una personalità dell'avvenire, figura moderna e libera. Il romanzo termina con le amare considerazioni di Giacomo sull'intera società italiana di fine Ottocento. > Quasi da per tutto era un abbassamento dei caratteri (pensa l'austero professore), un naufragio delle convinzioni, un cinico disprezzo delle virtù eroiche della rinuncia e del sacrificio, una corsa sfrenata verso gli effimeri onori e le improvvise ricchezze... Era probabilmente questa la finalità di Castelnuovo nello scrivere la storia dei Moncalvo, e questa impronta moraleggiante ha portato molti critici a definire come «ideologico» il romanzo: una contrapposizione tra gli eredi dei valori risorgimentali, ormai in dissoluzione, e la nuova classe sociale, cinicamente rampante; il tutto intriso di toni melodrammatici (si pensi alla figura di Giorgio) e di timbri dannunziani (quanto Marianina assomiglia a Sibilla Aleramo!). E' una interessante rappresentazione dell'Italia giolittiana; inoltre, il romanzo spiega l'attitudine della borghesia ebraica ad accettare i valori dominanti sino a non vedere gli elementi razzistici del fascismo. Solo per questo sarebbe interessante leggere il libro. La figura enigmatica di Marianina dà qualcosa di più, ci fa intravedere un carattere complesso e affascinante. Lo stile letterario è asciutto, distinguendosi dalla prevalente retorica della letteratura italiana di fine Ottocento. E' un pregio da non sottovalutare. Perché leggerlo? Interessante dal punto di vista storico, splendida la figura di Marianina.

Enrico CastelnuovoInterlinea Edizioni