Io non mi chiamo Miriam
> Si vede seduta nel suo bel soggiorno, nella bella villa che Olof ha ereditato, con i bei mobili che ha comprato perché guadagna bene. (...) La gonna scozzese diventa un vestito a righe da prigioniera, le calze svaniscono e le scarpe scivolano via nel nulla, il parquet sotto i suoi piedi è di colpo cemento grezzo, (...) e Miriam grida, grida e sente se stessa gridare e si tappa la bocca con le mani per costringersi a tacere. Non è solo perché riaffiora di continuo il ricordo di Ravensbruck e di Auschwitz, Miriam porta con sé il peso della menzogna, e del tradimento. Per tutti, anche per il figlio e la nipote, Miriam è un'ebrea che ha trovato accoglienza nell'ospitale e ordinata società svedese; in realtà prese l'identità di una ragazza morta, che portava impresso un marchio simile a quella di Malika, di lei giovane rom; nessuno avrebbe accolto la deportata Malika, appartenente ad un popolo considerato il più infimo tra tutti i paria del mondo (ladro, spergiuro, rapitore di bambini, violento e così via). Ha ottantacinque anni, le viene regalato un bracciale che è un pezzo di artigianato zingaro. > Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, (...) poi lascia che quelle parole le affiorino alle labbra . La verità, immediatamente sconfessata, mette in moto un racconto che si dipana su due filoni narrativi: la lunga passeggiata con la nipote, la quale vuole indagare cosa ci sia dietro l'oscura dichiarazione della nonna, e il disumano dei campi di concentramento che deve essere scacciato dall'animo per non essere travolti. > Non si può parlare di tutto! (grida Miriam) Devi capirlo. Non, se si hanno ottantacinque anni e si è della razza sbagliata, (...) Lo capisci o no? E' successo davvero. Era tutto reale. Era un altro mondo e io non ci voglio tornare . Ed ecco irrompere nella mente Auschwitz dove viene subito uccisa la cugina e dove il fratellino viene usato come cavia umana, e dove il popolo rom si rivolta e verrà sterminato in massa nelle camere a gas; il campo di lavoro di Ravensbruck, dove, insieme con la spietatezza delle sorveglianti, incontra, lei così diffidente, l'amicizia e la solidarietà. Ma i morti tornano sempre, sono dietro a porte che è facile aprire. > E va bene. Che vengano pure. Sarà anche vecchia, ma è ancora in grado di uccidere qualche fantasma del passato. (...) Si, è lei, è proprio Anuscha (la cugina uccisa). Ha dieci anni e non è ancora successo niente di male. (...) Quando allunga la maniglia la mano si muove maldestra e in gola è in agguato il pianto, ma ecco che la porta si apre, si spalanca e compare Else (l'amica del campo di concentramento). E' ancora alta e magrissima come uno stecco, ma sembra sana e sazia e indossa vestiti integri. (...) Siamo destinati a perdere tutto, anche le persone che hanno più importanza per noi. E per questo non tenta più di trattenere il pianto, per questo allungandosi verso la quinta porta lascia scorrere le lacrime. Dentro la sta aspettando Didi (il fratellino ridotto a cavia). (...) E' una traditrice. (...). Di qui la sua vergogna. Ha tradito i morti. Ha tradito il suo popolo e la sua lingua. (...) Da un lato ci sono loro. Dall'altro però restano quelli che non ha mai tradito. Anuscha. E Didi. (...) Mi mancate ancora, ogni giorno. Scrive Elsa Morante in «Menzogna e sortilegio» (vedi la recensione in questo sito), > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. A che serve sondare questa reggia della morte? > No, disse suo padre con una voce che veniva da un luogo lontano. No, Non ricordare. Dimentica e guarda avanti . Per far questo bisogna ingannare e tradire. Ed ancora Morante: > una lucida insonnia s'impadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare d'ora innanzi che la mia vera memoria .Conservare per tutta la vita il proprio segreto, ritrarsi dalla tentazione di rivelare la verità sono l'unico modo di custodire il proprio dolore, l'enorme sofferenza che le deriva dalla perdita dei suoi cari e insieme con essi dall'appartenenza di un popolo, quello rom, disprezzato e calpestato. La struttura narrativa ha una trama circolare: l'autrice torna sugli stessi temi, situazioni e personaggi così da portare avanti un'indagine sociale e introspettiva per approssimazioni successive. La parte relativa alla vita nei campi di concentramento si appoggia su fonti documentali e assume spesso i connotati della cronaca; non poteva che essere così, forse, perché l'autrice non racconta una storia vera né ha vissuto l'esperienza del lager. Le interviste con sopravvissuti le permettono di dare spessore al racconto, in particolare quando parla della vita delle detenute e delle relazioni che si intrecciano tra di loro. In altre pagine, come nella rivolta dei rom, la narrazione risulta piatta e scontata. Diversa pare invece la parte relativa alla vita di Miriam in Svezia: la finzione dà libertà di movimento alla narrazione, la quale assume colore e spessore perché l'autrice conosce molto bene il contesto sociale e culturale. Emerge una lieve ironia dei costumi della società svedese, valorizzati dalle capacità mimetiche di Miriam: giovane donna capace di interpretare i segni del corpo, l'intonazione della voce e i comportamenti di un popolo, quello svedese, per lei così lontano. A creare confusione sono i continui andata e ritorno tra il presente e il passato, tra la realtà e la rimembranza: forse una maggiore linearità della struttura narrativa avrebbe aiutata la lettura. Perché leggerlo? libro importante e innovativo, va oltre alla storia dell'Olocausto.
Io sono dio
> Le guerre finiscono. Lʼodio dura per sempre. Lʼodio covato per anni aveva portato un uomo a disseminare una città di bombe. Lʼodio ne aveva portato un altro a farle esplodere . Le conseguenze di quel gioco insano che è la guerra costituiscono il contesto ideale di un thriller. Lʼantefatto del libro è il ritorno di un reduce dal Vietnam, sopravissuto ma mostruosamente sfigurato dal napalm, la bomba incendiaria largamente usata dagli americani nella guerra. Come si direbbe oggi in modo elegante, è stato il «fuoco amico» a ridurre lʼuomo nelle terribili condizioni in cui si trova: fatto prigioniero dai vietcong e usato come scudo umano, è stato colpito da reparti del suo stesso esercito, malgrado lo avessero chiaramente riconosciuto. Lʼodio e la vendetta si riversano contro i suoi stessi concittadini, come dice allʼunico amico > credo che ci vogliamo le vite di molti uomini per provare il dolore che ho provato io in quei pochi mesi di ospedale . Devono passare molti anni, quando a New York si verificano alcune esplosioni, con molte vittime. Lʼindagine viene affidata ad una giovane detective, Vivien, al quale viene affiancato Russell, uno scrittore fallito, ma di ricca famiglia, che era venuto in possesso di informazioni rilevanti per la ricerca del colpevole. Come succede nel thriller, il romanzo si sviluppa secondo due filoni narrativi paralleli: il dipanarsi delle vicende poliziesche, ricche di colpi di scena e di intrecci, e le storie personali dei due protagonisti, che finiscono per innamorarsi. Tra i tanti rivoli del racconto, cʼè anche un sacerdote che avrebbe avuto la confessione degli omicidi da parte dellʼassassino: il condizionale è necessario perché è proprio questa confessione il passaggio fondamentale del romanzo, che potrebbe far scoprire ad un attento lettore ( non certo il sottoscritto che non ha capito) chi sia il colpevole. Il romanzo è senza dubbio il migliore scritto da Faletti: la storia è ben costruita, la trama è ricca di vicende e di personaggi che tuttavia si intrecciano bene nel racconto complessivo. La scrittura è piana e tranquilla, semplice ma efficace nel contempo. Se una critica va fatta, riguarda il finale del romanzo, che come succede in molti thriller, non è sviluppato a sufficienza e arriva senza tensione e suspense. Forse lo scrittore avrebbe dovuto curare maggiormente la conclusione anche riducendo parti ridondanti del libro. Perché leggerlo? Si legge molto bene e la vicenda cattura lʼattenzione.
Io uccido
Il romanzo tratta di una serie di delitti avvenuti a Montecarlo, commessi da uno psicopatico, che uccide una serie di personaggi famosi in preda a un delirio di vendetta e per ridare una faccia a suo fratello, nato infelice e ucciso dal padre. Un agente americano si trova a dirigere le indagini in un groviglio di vicende collaterali e di colpi di scena. Si tratta del classico romanzo, che riprende lo stile e il ritmo narrativo dei libri di Ludlum, Le Carrè e così via: racconto poliziesco, che non si affida all’ambientazione (in realtà ridotta all’essenziale) né a un approfondimento dei caratteri dei personaggi né infine alla suspense. Ci si affida alla velocità della narrazione e, in questo caso, a una scrittura piacevole e piana. È un bel libro, forse troppo lungo (come tutti i romanzi di questo genere), ridondante (per esempio, dopo la scoperta dell’identità dell’assassino sino alla sua cattura), frettoloso (come il protagonista scopre l’identità dell’assassino) e infine poco verosimile per quanto riguarda l’ultimo colloquio tra il protagonista e il generale «cattivo». Altre pagine catturano l’interesse e l’attenzione: il primo assassinio nella barca, le telefonate alla stazione radio, la ricerca del commissario francese ad Aix en Provence e infine la cattura dell’assassino. Finalmente anche la letteratura italiana è entrata in un genere letterario che ha avuto e ha una grande fortuna all’estero e in Italia.


