Archivio Libri

Genova sembrava d'oro e d'argento
RecensioneItaliano

Genova sembrava d'oro e d'argento

Il libro non parla di Genova, malgrado il titolo. La città è solo un luogo, senza immagini e senza spessore, dove raccontare la vita di un poliziotto. Il protagonista è un giovane, che non ha speranze e pensa che la vita sia > solo uno schema del sistema, uno dei tanti, ma non sono gli uomini a controllarlo, neanche quelli riuniti a Palazzo Ducale. Il sistema è una macchina senza testa, una macchina autonoma . Quello che conta è il gruppo, lʼappartenenza ad azioni coraggiose e violente. Tutta la vita di questo giovane poliziotto è un susseguirsi di esercitazioni, libere uscite, straordinari ed interventi contro tifosi e manifestanti. Viene inserito in un gruppo speciale che viene addestrato per il G8 a Genova. Le esercitazioni, pesanti e finalizzate ad azioni anti guerriglia, rafforzano lo spirito di corpo. A Genova le convinzioni del giovane vengono messe a dura prova non tanto da ciò che succede ma dallʼamore per una ragazza, che, forse, riuscirebbe a convincerlo che il destino è nelle nostre mani, che non è vero che «lʼessere umano è quello che é». Poi tutto precipita: il poliziotto partecipa allʼazione di Via Diaz e scopre che la misteriosa ragazza, conosciuta a Genova, è lì tra i giovani picchiati e sanguinanti. Ancora una volta è stato il destino a decidere: > ero fottuto, lo ero sempre stato, piangevo perché aveva ragione Sara, avevo avuto la mia possibilità di scegliere, piangevo per me, perché capivo che adesso davvero era finita . Il grande tema del romanzo è il cinismo come conseguenza di una vita senza speranze. Il racconto, tuttavia, si sviluppa monotono e lento senza ritmo narrativo e senza che lʼautore riesca a dare profondità psicologica ai personaggi, cominciando dal protagonista. La delusione maggiore viene poi da Genova, che non cʼè ( é mai stato lʼautore nelle strade dove sono avvenuti gli scontri del G8?) con il risultato che tutta la vicenda appare fredda ed artificiosa. Perché non leggerlo? È noioso ed inutile.

Giacomo GensiniOscar Mondadori
Il gioco dell'angelo
RecensioneItaliano

Il gioco dell'angelo

David Martin eʼ un giovane giornalista, che comincia a scrivere alcuni racconti a puntate sul suo giornale. Questi racconti hanno un notevole successo e quindi viene stipendiato da un editore per scrivere una serie di romanzi, di un ciclo chiamato La città dei maledetti. Con i soldi guadagnati prende in affitto una casa misteriosa, da molti anni abbandonata, e posseduta prima da uno strano personaggio Diego Malasca. Nel frattempo si intrecciano diverse vicende: David eʼ innamorato di Cristina, che lo convince a scrivere un libro, di nascosto, per un ricco amico, che vorrebbe diventare un famoso scrittore. Viene contattato da un editore francese, che si rivelerà poi essere il diavolo o la personificazione del male, che lo convince, per un lauto compenso, ad elaborare una nuova religione. Su richiesta di un amico libraio, assume come assistente una giovane ragazza (Isabella), che vorrebbe diventare una scrittrice. David, pur continuando a scrivere il libro commissionato, avvia unʼindagine per capire chi eʼ lʼeditore francese e perché vuole elaborare una nuova religione. Si succedono a questo punto una serie di orrendi omicidi e David viene coinvolto in vicende surreali e inverosimili, tutte, però, caratterizzate dal mistero. Invano Isabella cerca di riportarlo alla realtà, David insegue disperatamente il mistero e con esso lʼamore infelice per Cristina. Tutte le persone a lui vicine, amiche e nemiche, muoiono in modo orrendo e misterioso: Cristina, per esempio, diventata pazza, muore affogata in un lago gelato dinanzi agli occhi dellʼamico. Dopo una serie di vicende tenebrose e di morti terribili, David riesce a fuggire in un paese straniero e lontano per incontrare un giorno, molti anni dopo, il diavolo, che gli affida Cristina bambina, aprendo in tal modo una prospettiva di futuro. La scena rispecchia fedelmente una fotografia, che David aveva trovato molti anni prima e che riportava il diavolo a passeggio mano nella mano con Cristina bambina. Il mistero domina incontrastato. Qualʼeʼ il significato di questo libro? Esistono, senza dubbio, molte ipotesi interpretative: la costruzione di una religione di morte che viene tuttavia sconfitta dallʼamore, una infelice storia di amore, un "noir > inspiegabile, un labirinto di idee e di situazioni di cui non si capisce il filo conduttore. A me piace pensare che il motivo comune sia costituito dal libro. Sono i libri i veri protagonisti del romanzo e con essi la fantasia e lʼimmaginazione. Allʼinizio del romanzo, quando lʼautore parla di sé bambino, David ricorda che dove i miei amici vedevano tracce dʼinchiostro su pagine incomprensibili, io vedevo luce, strade, persone. Le parole e il mistero della loro scienza occulta mi affascinavano e mi sembravano una chiave con cui aprire un mondo infinito > . In un altro punto del romanzo, Samperi, il libraio amico, prevede che David diventerà un nuovo Edgar Poe. E sembra proprio essere questo scrittore il punto ispiratore del romanzo. Le vicende narrate sono vere o il frutto dellʼimmaginazione e della fantasia? Non sono sempre le Cittàʼ dei maledetti a dominare la scena? David potrebbe avere inventato tutto, in una forma di delirio e dentro la casa maledetta, oppure essere lui stesso lʼesecutore di tanti delitti? Da questo punto di vista, trova un senso la figura di Isabella, che costituisce la realtà, la concretezza, la pedanteria in una situazione nella quale la fantasia più sfrenata ha preso il sopravvento. Come dice il diavolo, Tutto è racconto, narrazione, una sequenza di eventi e personaggi che comunicano un contenuto emotivo". Un libro complesso, che si rivela, tuttavia, prolisso e sempre alla ricerca di situazioni di effetto, che non riescono a creare,tuttavia, un vera suspense neʼ una reale azione. Le vicende si susseguono scontate e in alcuni casi eʼ evidente il ricorso ad immagini prelevate di petto da immagini letterarie. Secondo me, il romanzo non ha vita, è formale e letterario.

Carlo Ruiz ZafonOscar Mondadori
I giorni innocenti della guerra
RecensioneItaliano

I giorni innocenti della guerra

Durante la seconda guerra mondiale, si sviluppano una serie di vicende personali in una piccola città di provincia, vicino Roma, e nella grande Londra. Stefano, appassionato di diritto e impiegato presso il Tribunale, sposa in seconde nozze Nina, una ragazza irrequieta, che accetta un marito molto più anziano per accontentare la famiglia, ma è in realtà innamorata di Sergio. Nello stesso tempo Ally è un pilota inglese, omosessuale, che è legato da una profonda amicizia con Edna, unʼeccentrica ragazza inglese. Stefano e Sergio partecipano alla lotta partigiana, alla quale dà un importante contributo anche Nina come staffetta. La ragazza conduce una relazione clandestina con Sergio, ad insaputa di Stefano, che peraltro ha una relazione con una prostituta. La situazione precipita, quando Ally cade con il suo aereo e viene nascosto da Sergio: i due ragazzi vengono sorpresi in atteggiamenti affettuosi da Nina e da Stefano, il quale si accorge dalla reazione della ragazza che Sergio era il suo amante. Stefano torna a casa e le dà fuoco uccidendosi nell’incendio. Nina si accorge, troppo tardi, di amare Stefano, mentre Edna capisce il profondo legame con Ally, malgrado la sua omosessualità. La guerra è solo uno sfondo, che chiarisce i rapporti tra le persone, che sono tuttavia sempre basati sulla complessità e ambiguità dei sentimenti umani. Come dice l’autore: > la vita non è altro che una gran confusione. Un disordine e un rimescolio di cose e di sentimenti, che però alla fine è tutto quanto ci lega agli altri e ce li fa amare .

Mario FortunatoBompiani
Giustizia
RecensioneItaliano

Giustizia

Il romanzo descrive una vicenda paradossale. Un consigliere cantonale uccide un suo amico in un ristorante davanti a una folla di testimoni. Una volta in carcere, assolda un avvocato (l’autore del manoscritto) per individuare un diverso assassino. L’avvocato recupera una serie di informazioni che permettono di fare assolvere in corte di assise il consigliere cantonale. L’avvocato, convinto di essere stato una pedina del consigliere (che è in realtà il vero assassino) cerca di ucciderlo ma manca l’obiettivo. Il romanzo si conclude molti anni dopo, quando lo scrittore (lo stesso Durrenmatt) viene a conoscenza delle motivazioni alla base dell’assassinio e della reale successione delle vicende che hanno condotto al delitto. Il tema dominante del romanzo è costituito dall’incomprensibilità del reale e dal suo possibile rovesciamento in situazioni assurde, prive di logica e di qualsiasi forma di senso sociale e storico. Come scrive lo scrittore, > la storia che è diventata reale soltanto nella mia fantasia e che ora, descritta, si allontana da me, è forse più assurda della storia del mondo, meno solida del suolo su cui edifichiamo le nostre città? . Questo tema filosofico viene tradotto in un ritmo narrativo incalzante, che da una struttura tradizionale (da romanzo ottocentesco) si evolve in una successione di personaggi e di avvenimenti che si sovrappongono e si intrecciano, anche su piani temporali differenti. Anche lo stile diviene convulso, fatto di frasi brevi e tronche, così da manifestare l’eccitazione dell’autore e l’assurdità o la mancanza di logica delle vicende e delle situazioni descritte. È tuttavia un romanzo tutto ripiegato in se stesso: non esiste di fatto una trama che dia un minimo di suspense e di interesse a seguirla, i personaggi appaiono privi di un proprio spessore e carattere, quasi marionette in mano al destino, le descrizioni degli ambienti sono ripetitive. È di fatto un romanzo noioso, intellettualistico, che non riesce a esprimere in forma d’arte il tema filosofico che ne è alla base. Una conferma deriva dal fatto che le parti più interessanti e leggibili sono quelle che assumono le caratteristiche del saggio.

The Glass Palace
RecensioneItaliano

The Glass Palace

È un libro insignificante. È ambientato in Birmania dopo il 1886, quando lʼInghilterra trasformò questo vasto regno in una provincia dellʼIndia britannica, esiliando lʼultimo sovrano. Il palazzo di vetro, titolo del romanzo, è la metafora di un mondo travolto dallʼimperialismo e dal capitalismo, ai quali ci si deve adeguare, pena lʼestinzione o, nel caso migliore, lʼoblio. Il protagonista, Rajkumar, è un ragazzino, > uno straccioso indiano... con una sorta di vigile determinazione.. non cʼera alcuna semplicità nel suo viso, nessuna innocenza: i suoi occhi era pieni di concretezza, curiosità, appetito. Era come doveva essere . Tradizione, radici culturali, valori ideali non possono avere dimora quando tutto viene sconvolto e bisogna sopravvivere e possibilmente arricchirsi. Eppure anche in Rajkumar, già adulto quando era ancora ragazzino, cʼè spazio per i legami di affetto e lealtà, che non siano > relativi a se stesso e alle sue immediate esigenze, ciò era quasi incomprensibile . Proprio durante il saccheggio del palazzo reale, il protagonista conosce Dolly, dodicenne damigella delle piccole principesse, figlie dei sovrani sconfitti e umiliati. Si accende un amore che non abbandonerà più Rajkumar. La storia si sviluppa in parallelo, permettendoci di seguire la scalata sociale del protagonista e la vita della famiglia reale, isolata e controllata strettamente dagli inglesi. Nello sfacelo della casa regnante, Dolly matura in una donna riservata, apparentemente timida, ma sicura, colta e indipendente. Si sposa con Rajkumar, diventato nel frattempo un ricco uomo dʼaffari, giovane ma già pingue. Ma lo fa per amore o semplicemente perché vuole fuggire da una sorta di clausura dorata? Non posso rispondere alla questione se il matrimonio di Rajkumar e di Dolly sia frutto di un vero amore o più semplicemente del desiderio di entrambi di abbandonare il vecchio per il nuovo, la tradizione per la cultura del dominante imperialismo inglese. Quando mi sono accorto che ero ancora al 40% del romanzo dopo ore di noiosa lettura, ho riposto il libro, sconfitto dalla pochezza della trama, dalla superficialità dei personaggi e dalla prosaicità della scrittura. Leggendo il libro di Ghosh viene voglia di rileggere Kim di Kipling: un bieco cantore dellʼimperialismo inglese, ma ben altro scrittore! Perché non leggerlo? È noioso, inutile, banale.

Amitav GhoshRandom House
The glassmaker (la maestra del vetro)
RecensioneItaliano

The glassmaker (la maestra del vetro)

In questo romanzo Tracy Chevalier, autrice del bestseller «Girl with a Pearl Earring» (si veda la recensione in questo sito) si misura con Venezia, la «Città dell'Acqua», e con uno dei suoi tesori immortali: Murano, «l'Isola del Vetro».  Nella prefazione Chevalier si chiede > se gli artigiani della Città dell'Acqua e dell'Isola del Vetro paiono invecchiare più lentamente di quanto avviene nel mondo esterno. (...) Pittori, scrittori, intagliatori, maglieristi, tessitori e, perché no?, artigiani del vetro: i creatori vivono spesso in uno stato sospeso che i psicologi chiamano flusso, in cui le ore passano senza che loro le notano. L'ammirazione per l'arte ha condotto l'autrice a elaborare un racconto, che pretende di seguire la storia di Murano nei secoli, da uno stato primigenio di perfezione e isolamento alla realtà attuale, intrisa di consumo e qualità artigianali insieme. E' un grande affresco storico che induce Chevalier a ricorrere a un espediente ardito: la storia di Orsola e della sua famiglia torna nei secoli, con gli stessi personaggi, passioni e vicissitudini, in un contesto sempre diverso. Partiamo dal 1486, in una Venezia ancora potente e ricca, per andare poi all'inizio del Settecento, quando è ormai evidente la decadenza della Serenissima, e quindi passare alla cessione all'Austria nel 1797, quando Venezia perse la sua indipendenza, sino alla prima guerra mondiale e agli anni a noi più vicini. Dicevo un espediente ardito perché Orsola non invecchia con i tempi della Storia, ma lo fa più lentamente; e se ciò può essere rappresentativo dell'immobilismo di Venezia, questo accorgimento letterario rende inverosimile il racconto. E' meglio, quindi, non seguire la scrittrice lungo l'intero romanzo, ma soffermarsi sulla prima parte «Calici, Perle e Delfini»: ambientata nel 1486 essa racchiude il senso del libro. Orsola è una bambina, poi ragazza, appartenente a una famiglia di artigiani del vetro a Murano. Lei desidera ardentemente imparare l'arte. > La vita di Orsola si svolgeva intorno a una pila senza fine di panni da lavare, di cura dell'orto e di lavori di pulizia, ma, quando poteva, trovava i modi per andare nel laboratorio, con la scusa di consegnare messaggi o portare dei biscotti ai lavoranti. (...) Allora si sarebbe voluta intrattenere a guardarli fare vasi o bicchieri e ornare i calici. Di nascosto, va da una famiglia concorrente, da una donna, famosa artigiana e mercante. Questa donna le insegna a creare delle perle di vetro e le consiglia di lavorarle in cucina, lontano dal laboratorio. Pare un piccolo sotterfugio ma saranno le perle a salvare economicamente la famiglia alla morte improvvisa del padre di Orsola, con il quale si perde gran parte delle maestrie del laboratorio. Chevalier è abile a dipingere il contesto e le relazioni familiari, a spiegare le modalità di lavorazione del vetro, e a descrivere i commercianti veneziani che si arricchiscono sull'isolamento cui è condannato Murano dai regolamenti della Repubblica. L 'incompetenza del fratello maggiore, che ha assunto il ruolo di capo famiglia e non comprende l'importanza delle relazioni commerciali, costringe Orsola ad andare a Venezia, a scoprire la «Città dell'Acqua», con i suoi canali e gondolieri, le osterie e i bordelli, la magnificenza dei palazzi e i quartieri malfamati. > Sembrava che ogni gondoliere sul canale imprecasse allegramente insulti, quasi cantando: > Buzaròn, Mona!, Magnamerda!, Visdecasso!, Copri le orecchie, gridava Giacomo, e lei rideva delle volgarità Insieme con la città, e con i mercanti, Orsola conosce anche il bel pescatore, di cui si innamora, rompendo, anche qui, le rigide regole della società di Murano, che voleva che ci si sposasse tra le stesse famiglie, per conservare i segreti dell'arte e l'isolamento dell'isola. Con malizia, forse, il bel pescatore > si fa assumere come garzone nel laboratorio, impara l'arte del vetro e poi fugge all'estero, portando con sé  le conoscenze e le capacità così ben custodite. E' stato quindi un amore a porre fine a un monopolio che garantiva ricchezza e prestigio a Murano, e a Venezia? Ci vogliamo credere; resta il fatto che Orsola rimane in attesa di un amore vagheggiato, la cui unica testimonianza sarà un delfino di vetro > , che le verrà spedito lungo i secoli. Dobbiamo ammettere che Chevalier non è Ken Follett, se vogliamo inquadrarla nell'ambito dei thriller storici: le manca la capacità di dare ritmo alla storia, di creare le sorprese e i cambi di direzione alla trama (di Ken Follett si possono leggere in questo sito le recensioni di A place called freedom" e «World without end»). Come nello scrittore inglese i personaggi non sono approfonditi in termini psicologici: per esempio, la figura di Orsola, eroina tenace e infelice (qual è il mistero di questa donna?), non è analizzata nei suoi aspetti umani e sociologici. D'altra parte come era possibile che ciò avvenisse, se l'autrice si muove nei secoli, quasi che un'artigiana del Quattrocento esprimesse lo stesso vissuto di una donna del Settecento e del Novecento! Chevalier ha una scrittura elegante, un inglese piacevole con una sintassi lineare e limpida; un lessico vasto ma comprensibile rende facile la lettura, senza impoverirla. L'attenzione al parlato veneziano, le descrizioni precise dell'ambiente (si pensi agli stessi percorsi tra l'isola e la città), le spiegazioni delle modalità di lavorazione del vetro e dei meccanismi commerciali, indicano come la scrittrice si sia immersa nella storia e soprattutto nella stessa «Città dell'Acqua». Distrutta dal turismo e dall'abbandono dei suoi abitanti, Venezia conserva un fascino incredibile, attira e si fa amare, nonostante ci impegniamo a distruggerla. Perché non leggerlo? Alla fine è prolisso e inverosimile.

Tracy ChevalierHarperCollins
Gotico Americano
RecensioneItaliano

Gotico Americano

Il romanzo è ambientato a New York e racconta la vita di Bruna, un' italiana, docente in scienze politiche, trapiantata negli Stati Uniti per seguire il marito Tom, medico italo americano. Con due figli, Minerva e Mario, si innamora di un suo studente afroamericano, Yunus, che andrà poi a combattere con l'Isis e morirà nella difesa di Mosul. Già così ci sarebbero tanti temi, ma l'autrice ci mette molto altro: il declino dell'America, le lacerazioni razziali e sociali, l'integrazione di diverse culture, il terrorismo e l'islamofobia. Nelle note alla fine del libro Farinelli cerca di dare un filone interpretativo unitario e lo propone nell'identità e nelle sue diverse facce: religiosa, politica, di classe, di orientamento sessuale, di conflitto generazionale. > Io credo che al di là dei confini nazionali e delle differenze etniche, culturali e religiose che ci contraddistinguono e spesso separano, siamo anzitutto cittadini del mondo e mi auguro un giorno anche cittadini della stessa democrazia cosmopolita . E brava la professoressa! Ma dov'è Bruna? Nonostante tutto, il romanzo non è un saggio politico, è il racconto della vita della protagonista. Ed allora partiamo da Bruna. La narrazione prende avvio dalla fine: Bruna ha appena saputo che il suo amante studente è un combattente dell'Isis; è il giorno della vittoria di Trump; per addormentarlo Bruna ha raccontato al piccolo Mario un episodio del Corano, laddove Yunus fu scaraventato nel ventre della balena e salvato da Dio perché era un uomo giusto. Perché Dio non salva ogni uomo, come cantavano gli schiavi neri d'America? Dovrebbe rispondere al figlio ma > le parole le soffocano in gola. (...) Con il pugno continua a stringere il lembo di seta nera come se tentasse di schiacciare quell'oscurità. Mario allora le prende il viso tra le mani e dolcemente le accarezza le guance, lì dove le lacrime hanno cominciato a scendere scavando dei rivoli chiari sul trucco pesante...(...) Ho mentito a tutti . La sua vita è in frantumi; convinta di potercela fare da sola, si è scontrata con la famiglia italo americana di Tom, combattendo i loro pregiudizi e la loro invadenza, poteva essere più conciliante e remissiva; ha cercato di rendere Tom un uomo forte e autonomo non accettando la sua natura di eterno bambino; non è stata ambiziosa e competitiva rinunciando alla carriera universitaria; e poi è arrivato Yunus e se n'è andato, poteva dirgli che era rimasta incinta, ma > il silenzio aveva inghiottito tutte le parole, forse perché nessuna delle cose che avrebbero voluto dirsi aveva la forza di cambiare il corso della loro vita. (...) Possiamo levigare la superficie, addolcire le asperità, riempire qualche crepa ma cambiare no, neppure per amore . Eppure, c'è un ancoraggio in questa desolata  rassegnazione. Minerva > infila le mani fredde sotto la camicia da notte della madre. Le appoggia sulla sua pancia calda, come per sentire. (...) Non ti preoccupare di nulla, ti aiuterò io . E il fragile Mario, diventato Maria, > l'aveva abbracciata e poi aveva messo la testa sulle sue gambe con la faccia schiacciata contro il suo grembo . Cara professoressa cosmopolita, dopo tutto è il nostro italico familismo che ci salva! Il romanzo è un'occasione mancata. Il grande tema dell'amore resta sullo sfondo. Intravediamo come sia difficile amare quando tanti idealismi ci sommergono e restiamo sospesi, insoddisfatti, incapaci di chiarire le relazioni con le persone della nostra vita. Travolta dagli avvenimenti e dalle novità Bruna avrebbe potuto approfondire le ragioni dei suoi presunti fallimenti e forse scoprire che aveva conquistato una migliore conoscenza di sé stessa, di ciò che era e che avrebbe voluto essere. Mossa da alte finalità politiche l'autrice non ha approfondito ciò che veramente contava nel racconto e che lo avrebbe reso interessante. E la vita di Bruna scivola così come sassolini in un pendio; come dice il poeta, > nulla mutaron nella vostra vita/gli anni che sguscian facili nell'ombra/quando una teda basta alla penombra/e la discesa è quasi una salita . (Marino Moretti «La Madonna del Sassoferrato» da Poesie Scritte col lapis, 1919). A pregiudicare il racconto sono pure la scrittura e lo stile narrativo. La prima si sviluppa incerta; dapprima caratterizzata da periodi brevi con un ampio ricorso alla punteggiatura, in seguito maggiormente ariosa, però sempre banale, scialba e scolastica. Il ritmo narrativo è lento, con lunghe prolusioni ideologiche e una ripetizione frequente di poche azioni, non sufficienti a dare dinamicità e suspense al romanzo. La descrizione dei personaggi è fragile: anch'essi non hanno un'evoluzione nel corso del libro, tutto è scontato e già detto. Perché non leggerlo? Prolisso e inutile.

Arianna FarinelliBompiani