Archivio Libri

Dal Vero
RecensioneItaliano

Dal Vero

Il libro è una raccolta di racconti, pubblicati da una giovanissima Matilde Serao, allʼetà di 22 anni. Nel 1883 lʼautrice ventiseienne, dopo «quattro anni di vita artistica militante», avrebbe voluto «cambiare tutto», trovando questi scritti giovanili scorretti nella forma, di «poca profondità di impressioni» e confusi da un «intralcio delle idee». Leggendoli ad oltre un secolo di distanza, questo giudizio appare troppo severo: Serao si avvicina al mondo con una lucidità sorprendente ed una dirompente e canzonatoria voglia di vivere. Nel racconto intitolato «Per i bagni», lʼautrice immagina che unʼamica scriva a Lulù e le esprima un sospetto: > il tuo costume da bagno è troppo elegante. Di tela azzurra oscura, è ricamata col filo rosso, (...) il grande cappello di paglia col suo gruppo di papaveri; le scarpettine di tela di paglia, legate con i nastri di croce, troppa eleganza, perché rimanga inoperosa ed inefficace. (...) Il tuo costume da bagno è troppo grazioso, perché tu non voglia farlo vedere a qualcuno con la personcina dentro. Nevvero? (...) Non sorridere, disgraziata creatura, non distrarti nel tuo sogno: ti aspetta la più crudele disillusione, la più orribile realtà. (...) Se vedi un uomo in costume da bagno nellʼacqua, separato dai suoi antipatici indumenti, ti sembra la cosa più lamentevole, più compassionevole che sia sul globo terraqueo. (...) O Lulù che non sei americana, emancipata, vecchia zitella, moglie sorvegliata o sorvegliatrice, ma semplicemente una creatura bianca e adorabile, (...) O Lulù bionda, azzurra e soave, o mia donnina, non andare a nuotare con quei signori e con quelle signore! Lontana dalle apparenze, avversa al destino borghese della donna, la giovane Matilde non vuole un > amore fine, leggero, profumato, sottile, lasciato, ripreso; (...) ma niente più che unʼombra, amore palliduccio . Né, tuttavia, intende lasciarsi trascinare dalla passione, rendersi sottomessa alla volontà di un uomo; e si chiede, insieme alla protagonista del suo racconto intitolato «Fulvia», se potrà e saprà amare. In realtà la scrittrice vuole vivere intensamente gli avvenimenti sociali e culturali, invece di rinchiudersi in un limitato mondo domestico. Anche quando tratteggia le «fugaci e dolci impressioni» della campagna campana e dei confortevoli ambienti borghesi, persino dinanzi al tramonto su Pompei, la scrittrice riconosce che > noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con lʼardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei grandi orizzonti. (...) E trabalzati, scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra lʼidea e la parola, scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, (...) noi siamo intimamente felici . Dove stare? Si chiede Serao nel racconto «Alla decima Musa». > Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dallʼambiente dolcemente caldo. Una lampada lascia piovere la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore, le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; (...) lʼandare, il venire, lʼincontro, lʼurto di una folla fitta, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla. (...) Allora colui che legge, è preso dalla nostalgia della strada, della nebbia, dellʼagitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede: e con un soffio gigantesco, la strada vince la stanzetta . Forse, come disse la stessa Serao, cʼè troppo «intralcio delle idee», come è ovvio in una adolescente; i racconti sono, tuttavia, piacevoli perché traspirano, nei personaggi, nella descrizione degli ambienti e nelle stesse parole, di una sensualità incontenibile, di un desiderio di fresca trasgressione. Lo stile narrativo è vario, passando da dialoghi serrati a descrizioni minuziose, sempre con lʼaiuto di un lessico ricco ed elegante. La sintassi non è sempre sicura, la punteggiatura è talvolta approssimativa,ma la prosa è efficace, va diritta al segno. Perché leggerlo? È una bella scoperta.

Matilde SeraoMadella
Demetrio Pianelli
RecensioneItaliano

Demetrio Pianelli

Il romanzo è ambientato a Milano, alla fine dellʼottocento: città con i > grandi rettilinei e le botteghe di lusso, (...) il movimento dei tram e il viavai della gente affaccendata, che pensa a far quattrini, che lavora, che produce, che non bada tanto alle ciarle, che se la gode senza tante fisime ; nel sottofondo delle vicende umane predomina un gran frastuono, eppure non così distante cʼè anche la serena campagna, persino la vista del Monte Rosa. Che può fare un poverʼuomo in una città > più buona che cattiva, che dà volentieri da mangiare a chi lavora, ma dove (...) chi non sa fingere non sa regnare ? Demetrio Pianelli è un impiegatuccio, con «la fronte bassa coperta dai capelli», che conduce una vita scandita da ferree abitudini e da piccole felicità. Ecco come descrive De Marchi lʼ arrivo di Pianelli al posto di lavoro. > Aprì il cassetto e controllò i due panini nel cartoccio. Fece una rapida ispezione al suo cappello rotondo, (...) e lo collocò nella sua vestina sullʼometto. Poi aprì un altro cassetto e trasse fuori le due manichette di tela lucida chʼegli metteva per scrivere. Se le infilò: diede una nervosa e rapida fregatina alle mani, chiudendo gli occhi, accartocciando tutte le rughe della faccia . Le tre stanzucce dove vive hanno un terrazzino, dal quale Pianelli può ammirare i fiori, e più ancora «le erbe, le erbe semplici, vestite soltanto di verde»; e quando vuol pigliarsi una boccata dʼaria, gli è sufficiente andare a spasso, > a poche miglia fuori di porta Romana, (...) la terra classica del verde, delle marcite, delle praterie color smeraldo, lunghe, larghe, distese a perdita dʼocchi, sprofondate tra i filari dei salici grigi e dei pioppi tremolanti . La vita di questʼuomo è travolta dal suicidio del fratello minore, Cesarino detto Lord Cosmetico: bello ed elegante si è goduto la vita, e la giovane moglie (soprannominata «la Bella Bigotta»), è vissuto al di sopra delle proprie risorse, ha contratto molti debiti, incapace di affrontare il disonore e il carcere, ha preferito togliersi la vita, affidando a Demetrio la moglie e i tre figli, due bambini e una ragazzina. Dapprima Demetrio non vuole farsi carico della famiglia del fratello e di onorare i debiti; successivamente, dietro le insistenze della nipote, accetta di correre in aiuto. > Demetrio (...) sentiva al di sotto della roccia indurita scorrere, come un fiume, una profonda commozione che cercava modo di uscire. (...) Demetrio si contrasse nella sua scontrosità coma una foglia secca. I nervi del viso guizzarono sotto la dura corteccia. (...) Perché non dovrei aver la volontà di aiutarvi? Ah dunque, (...) Lʼho provata anchʼio la miseria e so che sapore ha: ma contro la miseria non cʼè che un rimedio: volontà di lavorare e risparmio, risparmio e volontà di lavorare . Povero Demetrio! Pensa che sia così semplice, che basti essere un gran lavoratore ed una persona seria, per essere apprezzato e conquistarsi, perché no?, anche lʼaffetto della bella cognata e costruirsi in tal modo la famiglia che non ha mai avuto. Ci vuole ben altro! È necessaria una solida posizione economica, come quella del cugino proprietario terriero, lui sì che può ambire alla «Bella Bigotta». E quindi Demetrio è un vinto? Quando viene a sapere che il capo ufficio, il potente cavalier Balzalotti, ha tentato di sedurre la cognata, Demetrio si ribella alla gerarchia, al posto fisso, al suo destino di povero impiegatuccio, e urla al furfante tutto il suo disprezzo, dinanzi ai colleghi stupefatti. > La gente che giudica allʼingrosso poteva credere che avessero vinto gli altri, cioè i potenti e i furfanti , anche contro le intenzioni dellʼautore, noi crediamo che abbia vinto un galantuomo. Per la maggior parte dei critici, il tema del romanzo è la rassegnazione, di manzoniana memoria. In un contesto piccolo borghese, ipocrita, attento al soldo e alle proprietà, intriso di una religiosità bigotta e superstiziosa, a chi sta in basso della scala sociale non resta che arrendersi, vivacchiare nel proprio cantuccio. Al di fuori del «guscio», nel mondo, cʼè solo posto per chi conosce lʼarte del vivere, che > consiste, pare, nel prendere le cose come Dio le manda e nel lasciarla andare come il diavolo le porta (secondo la saggezza del cavalier Balzalotti). Ed è così che si muovono i diversi personaggi del romanzo, tanto che appaiono degli stereotipi, persino caricaturali, verniciati di una sottile ironia. Ma non è cosi per Demetrio: è vero è un orso, «un oggetto fuori dʼuso», eppure proprio per questo esprime un caparbio e indomito coraggio, un distacco dal vociare rumoroso e futile; ci invia in tal modo un messaggio di «resistenza», nonostante tutto. Il tratto peculiare dello stile narrativo di De Marchi è lʼironia, la quale si alimenta di modi di dire e di espressioni della lingua lombarda. In tal modo lo scrittore si allontana radicalmente da Manzoni; contamina lʼitaliano e ci riporta con i piedi per terra, nella lingua parlata. È un uso folcloristico del dialetto, purtroppo, il quale precorre ciò che verrà molto più avanti, nel secondo novecento; basti pensare a Camilleri e a De Cataldo. De Marchi, lui sì è timoroso, non ha il coraggio di andare fino in fondo, il dialetto resta un espediente lezioso e fine a sé stesso. Perché leggerlo? Una Milano piccolo borghese deliziosamente descritta, un piccolo e inconsapevole eroe.

Marchi Emilio DeEditrice Torinese
Divorzio all'islamica a viale Marconi
RecensioneItaliano

Divorzio all'islamica a viale Marconi

Issa è in realtà un ragazzo italiano di nome Christian. Conosce perfettamente lʼarabo. I servizi segreti decidono, quindi, di arruolarlo ed inviarlo in Viale Marconi a Roma sotto le vesti di un immigrato tunisino. La sua missione è raccogliere informazioni su una presunta cellula terroristica, che si nasconderebbe presso un call center. Sofia, o meglio Safia, è unʼegiziana che ha sposato un connazionale a seguito di un matrimonio combinato. Il marito fa il pizzaiolo a Roma, è molto religioso e costringe Sofia a portare il velo. Le vicende di Issa e di Sofia si sviluppano in parallelo. Ciascuno dei due racconta la propria storia: un espediente letterario che non riesce a dare animazione ed attrattiva alla narrazione, rendendola anzi superficiale per il poco spazio dato ai protagonisti. Per Issa essere un immigrato tunisino comporta la scoperta del mondo dellʼimmigrazione: precarietà, paura, appartamenti sovra affollati, affittuari e datori di lavoro prepotenti, contrasto di nazionalità e soprattutto tra praticanti e non praticanti. Per Sofia la vita a Roma è lʼopportunità per trovare spazi di libertà e per perseguire il proprio sogno, quello di fare la parrucchiera. Sofia è religiosa ma autonoma nei suoi giudizi e mal sopporta i pregiudizi e lʼautoritarismo del marito, di cui non è innamorata. Issa e Sofia si incontrano casualmente e solo per brevi momenti, ma si capisce, dagli sguardi e dallʼattenzione reciproca, che tra di loro è nato qualche cosa. Il rapporto potrebbe passare da uno stato di sospensione, tipica degli innamorati segreti, a qualche cosa di più concreto ed intimo. Issa riceve dal marito di Sofia la richiesta di sposare la moglie, che è stata ripudiata in uno scatto dʼira. Secondo la legge islamica Sofia e il marito si possono risposare solo dopo che lʼex moglie si sia maritata con un altro uomo, abbia consumato il matrimonio e poi abbia divorziato. A Sofia lʼidea piace, non perché voglia ritornare con il marito ma in quanto è innamorata di Issa. Ma il giovane non sa decidersi, perché non se la sente di ingannare Sofia: lui infatti non è né tunisino né mussulmano. Il finale è una sorpresa, che non può essere svelata. Ma resta la domanda: Issa e Sofia si metteranno insieme? Lakhous è uno splendido scrittore: frasi breve, piccoli ritratti e una lieve ironia sono i pregi fondamentali della sua scrittura. In questo romanzo, tuttavia, la voglia di dilungarsi in considerazioni sociali e culturali ( sul mondo mussulmano e su quello degli immigrati e degli italiani) va a scapito del ritmo narrativo. Il racconto è talvolta noioso e scontato, risultando un pò artefatto. Solo a sprazzi ritornano lʼautenticità e il brio che avevano caratterizzato il precedente libro dellʼautore. Perché leggerlo? È piacevole, interessante e per molti aspetti istruttivo. Ci si affeziona ai due personaggi tanto che si vorrebbe conoscere la fine della loro storia dʼamore, come in una telenovela.

Amara LakhousEdizioni e/o
Le due Tigri
RecensioneItaliano

Le due Tigri

L’ambientazione è l’India e i crudeli Thugs, che hanno rapito la figlia di Tremal-Naik per renderla la «vergine della pagoda» al servizio della crudele divinità, Kalì. Sandokan e Yanez intendono liberare la bambina e iniziano una spedizione che li porterà nel delta del Gange, in una zona paludosa infestata da animali feroci e dominata dal colera, nei sotterranei dove vivono i Thugs sino a Delhi nel pieno dello scontro tra indiani e inglesi durante l’insurrezione del 1857. Sono presenti tutti gli ingredienti dei grandi romanzi di Salgari: l’ambiente ostile, il tradimento, il coraggio e la forza di Sandokan, i temi dell’amicizia e dell’onore. Emerge, tuttavia, con forza un tema, spesso sotteso nei romanzi di Salgari ma mai esplicitato fino in fondo: il tema del colonialismo e della crudeltà del conquistatore nei confronti del popolo indiano. Da questo punto di vista Sandokan assume una posizione ambigua: non sta, ovviamente, con gli inglesi, anche se si salva grazie a un salvacondotto dell’esercito britannico e grazie anche allʼamicizia con un ufficiale francese; ma non prende neanche posizione per i rivoltosi e rimane indifferente dinanzi all’uccisione di massa di donne e di bambini. > Urla spaventevoli s’alzavano da tutte le vie, accompagnate da scariche tremende... Fuggiamo anche noi, disse Sandokan . La Tigre di Monpracem non è il Corsaro Nero: è una figura rinchiusa nel proprio mondo di pirata e ancorato a rapporti di amicizia, che non si evolvono verso una reale coscienza politica. È come sospeso tra l’ostilità verso l’oppressore e l’idea di poter risolvere la propria lotta individuale da solo e con gli amici. È paradossale che la Tigre dell’India, il crudele Suyodhama, capo dei Tughs, che viene ucciso da Sandokan, senta maggiormente il tema dell’indipendenza del continente indiano rispetto al pirata di Monpracem, eppure valoroso e onesto. La posizione di Salgari sembra essere diversa, in quanto conclude il romanzo con una nota di ammirazione verso il capo dei rivoltosi: > ormai l’insurrezione era domata e sole il prode Tantia Topi, colla bellissima e fiera Rani di Jhansie, e un pugno di valorosi, teneva ancora alta la bandiera della libertà, fra le folte jungle e le numerose foreste del Bundelkund . Perché non ha scritto un romanzo su questo grande personaggio?