Shantaram
Shantaram è un libro di circa 1.200 pagine e, in alcune recensioni, è stato paragonato a Guerra e Pace. In realtà é un polpettone, una storia inverosimile, nella quale si mescolano tutti gli stereotipi sullʼIndia( di noi occidentali) con lʼimmancabile ritornello secondo cui lʼarretratezza economica dovrebbe essere vista come autenticità culturale. Il problema è che il libro, scritto peraltro in un ottimo inglese, è prolisso, noioso, privo di azioni e senza alcun approfondimento dei personaggi, i cui caratteri restano solo accennati, a cominciare da quello del protagonista. Devo confessare che il mio giudizio, così drastico, si basa solo su meno della metà del libro, perché, sfinito e sconsolato, ho deciso di interrompere la lettura, cosa che non faccio mai. Può darsi che la seconda parte del romanzo sia splendida, ma lascio lʼonere della prova ad altri lettori, più pazienti del sottoscritto. La storia dovrebbe riprendere la vita dellʼautore. Il protagonista è fuggito da una prigione australiana e ha trovato rifugio nella grande e multiforme Bombay. Qui conosce un gruppo di occidentali, che vivono sul confine tra il mondo indiano e quello occidentale. Le occasioni, la curiosità e lʼamicizia con un uomo del posto ( Prabaker, lʼunico personaggio tratteggiato con cura) lo portano ad abbandonare questa posizione da «spettatore»: > improvvisamente ho realizzato che se volevo vivere qui, a Bombay, la città di cui mi ero innamorato, dovevo cambiare, dovevo farmi coinvolgere.... dovevo aspettarmi che mi avrebbe trascinato nel flusso della sua gioia e della sua rabbia. Presto o tardi, lo sapevo, avrei dovuto abbandonare le zone sicure e gettarmi fra la violenza della gente, e mettere il mio corpo in gioco . E così ha fatto, andando a vivere in una delle tante baraccopoli della città. E da qui in poi cominciano le vicende inverosimili: apre una clinica per fornire le prime cure agli abitanti dello slum, fa amicizia con un gruppo di mafiosi che governano la baraccopoli ( criminali che amano discutere di filosofia), ha persino occasione di abbracciare un orso, combatte contro i cani selvaggi e così proseguendo. Gli episodi si susseguono senza un filo conduttore, mettendo insieme tutto ciò che noi turisti ci aspetteremmo dellʼIndia, La narrazione, che vorrebbe essere realistica e cruda, è invece pervasa di ipocrisia e di artefatto. Certo, il nostro protagonista è colpito dalla sofferenza, dalla miseria e dagli scoppi di violenza del popolo, ma si adagia, serenamente, sui valori di solidarietà che pervadono la povera gente, senza accorgersi che questi valori non hanno fondamento nella coscienza di cambiare, ma derivano dalla rassegnazione, dallʼaccettazione di un mondo ingiusto. Anzi non ha senso il cambiamento: > quando noi agiamo, perfino con le migliori intenzioni, quando noi interferiamo con il mondo, noi rischiamo sempre un nuovo disastro che potrebbe anche non derivare dalla nostra azione, ma che non sarebbe avvenuto senza di noi. Alcune delle peggiori ingiustizie sono causate da gente che cercava di cambiare le cose . Con questa filosofia non ci si stupisce che il protagonista si trovi più a suo agio con i mafiosi che governano la città e con il gruppo di occidentali che passano il tempo a fumare marijuana. Né si può essere sorpresi che il protagonista si troverà coinvolto nelle lotte tra le bande criminali. Ma di questa parte non posso scrivere perché, come ho già detto, ho interrotto la lettura. Lʼeleganza e la fluidità dellʼinglese fanno venire il sospetto che questo libro sia un prodotto di marketing, ossia sia stato costruito ad arte intorno ad un tema ricorrente e abusato nella letteratura e nella cultura occidentale: il fuggitivo che trova una nuova vita nella multiforme India. > Come tutti i fuggitivi, tanto più avevo successo, tanto più a lungo e avanti andavo, tanto meno conservavo la mia identità. Ma cʼera gente, alcuni che potevano raggiungermi, alcuni nuovi amici per la mia nuova identità che stavo imparando ad avere..... un tale gruppo così disperato, i più ricchi e più disgraziati, educati e illetterati, virtuosi e criminali, vecchi e giovani, sembrava che lʼunica cosa che avessero in comune fosse il potere di farmi sentire qualchecosa Un bellʼegocentrismo occidentale! Perché non leggerlo? È noioso, stucchevole e fastidioso.
Star of the Sea: Farewell to Old Ireland
Tra il 1845 e il 1849 una carestia colpì lʼIrlanda, dando vita ad una grande emigrazione verso la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Canada. Fu una massa enorme di gente allo stremo delle forze, denutrita e afflitta da tifo, tubercolosi e colera, già ridotta alla povertà e alla fame negli anni precedenti dalle avide politiche dei proprietari terrieri. Il romanzo vorrebbe raccontare questa tragedia umana e lo fa in modo originale ed intrigante: nel rigido inverno del 1847 una nave salpa per New York con a bordo centinaia di persone in fuga da una terra devastata. > La nave non era diretta in America, ma in qualsiasi paese o territorio che non fosse il Regno Unito; non importa quanto ostile e freddo potesse essere . Con toni che richiamano Conrad se non persino Melville, lʼautore presenta la nave come > una colossale bestia di un peso opprimente, le sue vertebre scricchiolanti come se potessero spaccarsi, trascinate da una divinità in una loro ultima tribolazione, lʼossatura già a metà priva di vita e noi passeggeri suoi parassiti. (...) un organo a pezzi di una cattedrale un tempo maestosa ; la metafora, insomma, di unʼIrlanda distrutta, di un popolo disperato. Seducono pure le molte voci narrative, come il giornale di bordo del capitano, il quale scandisce i giorni del viaggio con lʼelenco dei deceduti per malattia e deperimento; oppure le lettere di alcuni passeggeri, che testimoniano la speranza, ma anche la fatica e la disperazione degli emigranti. Peccato che la trama e i personaggi non sorreggono lʼapproccio narrativo né tanto meno rispecchiano la tragicità storica ed esistenziale che si intende narrare. A bordo, insieme con centinaia di emigranti, ci sono una cameriera con un segreto devastante, un proprietario terriero in bancarotta con la sua famiglia, uno scrittore alla ricerca di un successo che non arriva, un assassino desideroso di vendetta. Le vite di questi personaggi sono tra loro intrecciate. Dissolvendo ogni cosa la grande carestia ha rotto le convenzioni e le gerarchie, liberando ad un tempo energie potenziali e desideri repressi: si è liberi finalmente ma questa libertà porta anche allʼauto distruzione. Al centro della storia cʼè la figura del proprietario terriero, David Merridith: innamorato della cameriera, che scopriremo essere sua sorella, deve limitarsi ad una relazione platonica, che non ha più senso nella nuova situazione; attratto dal sesso più torbido ed ambiguo ha contratto matrimonio per convenzione, e non certo per amore, e rimpiange la vita che avrebbe potuto avere; animato da aspirazioni sociali ha assunto, suo malgrado, il ruolo del «cattivo» verso i suoi contadini, tanto da alimentare lʼodio e il desiderio di vendetta. Alla fine David Merridith muore misteriosamente (assassinato? suicida?), liberando della sua presenza ormai ingombrante gli altri protagonisti, che possono rifarsi una vita in America. Personalizza la vecchia società e la sua scomparsa testimonia la rottura con il passato? Iniziato con grande aspettative il romanzo si riduce ben presto allʼennesimo zibaldone: si dilunga nella vita dei personaggi, abbandonando la nave e i suoi passeggeri per raccontare le premesse con dovizia di particolari, facendoci perdere la sorpresa; si sofferma a lungo su scene scabrose, violente, persino sulla sifilide del misero David Merridith; si sforza di fornire un ampio ma scontato affresco dellʼIrlanda e dellʼInghilterra della metà dellʼottocento. Volendo mettere insieme troppi argomenti e troppe situazioni lʼautore rende la trama noiosa e prolissa, sfilaccia lo stile narrativo, che perde le suggestioni immaginifiche alla Conrad per divenire banale e ridondante. Perché non leggerlo? È lungo e noioso.
Sunset Park
Moris Heller, il padre del protagonista, è in aereo e guarda un vecchio film hollywoodiano («I migliori anni delle nostre vite»), il quale parla del ritorno a casa dei soldati dalla seconda guerra mondiale, delle loro vite che si devono ricomporre; e gli viene in mente quanto gli ha detto un vecchio amico, un noto scrittore: > lʼidea con la quale sto giocherellando è di scrivere un saggio sulle cose che non succedono, sulle vite non vissute, le guerre non combattute, il mondo oscuro che corre parallelo al mondo che noi pretendiamo che sia reale, il non detto e il non fatto, il non ricordato. Un territorio rischioso, forse, ma potrebbe valere la pena esplorarlo . Miles Heller, figlio di Moris, ha la passione di fotografare le cose abbandonate da chi deve lasciare in fretta la propria casa, a seguito di un ingiunzione di sfratto. Non ha progetti, non ha speranze, «pezzo per pezzo» ha ridotto i desideri al minimo. Perché un giovane ventenne, un tempo brillante studente, conduce una vita così vuota? Fugge dal senso di colpa, da un male di vivere che non riesce a confessare: è convinto di avere ucciso il fratellastro spingendolo sotto una macchina. A indurlo a scomparire è stato quanto ha origliato in una conversazione fra il padre e la matrigna. > È un ragazzo brillante, lo ammetto. Ma freddo, fragile, disperato, ho i brividi se penso al suo futuro. (...) Lo stavano tagliando a pezzi. Sezionandolo con incisioni calme ed efficienti come patologhi in unʼautopsia, parlando di lui come se fosse già un morto che cammina. (...) Forse la cosa migliore per tutti è di rimuovere se stesso dalle loro vite, di scomparire . La sofferenza è così profonda che non riesce neanche ad aprirsi con una giovane ragazza, della quale si è fortemente innamorato. Lʼha conosciuta casualmente perché leggevano tutte e due «Il Grande Gastby», il romanzo emblematico di una forte personalità. Per alcune pagine speriamo che Miles possa trovare nellʼamore la soluzione alle sue angosce, ritrovare la serenità ed essere felice. Ma è costretto a lasciare la Florida in fretta e furia e ritornare a New York, perché potrebbe essere accusato di aver abusato di una minorenne, la fidanzata, infatti, non ha ancora compiuto la maggior età. Accetta lʼinvito di un amico (Bing Natham), il quale ripara oggetti di tutti i tipi in una sorta di «Ospedale delle cose rotte», ed è andato a vivere in una casa abbandonata, insieme con due ragazze: Ellen ed Alice. Il racconto si concentra, quindi, sulle storie degli altri personaggi, così come ripercorre le vite dei genitori di Miles, del padre, della matrigna e della madre. Scopriamo che tutti hanno una sofferenza interiore, un non detto e un non ricordato: qualcosa che non sono capaci di esprimere, di riconoscere, di ammettere. Andando avanti nel racconto sembra che si aprano squarci di luce, prospettive di speranza: Miles prende contatto con i genitori e finalmente confessa i motivi della fuga, liberandosi in apparenza dei sensi di colpa. Poi tutto precipita indietro. Durante lo sgombero dellʼappartamento da parte delle forze dellʼordine Miles reagisce colpendo un poliziotto. Rischia il carcere, potrebbe consegnarsi ma preferisce la fuga. > Si chiede se vale la pena sperare in un futuro se non cʼè nessun futuro, e da adesso in poi, dice a sé stesso, egli smetterà di sperare in qualche cosa, e vivrà soltanto per lʼoggi, questo momento, questo attimo che passa, lʼoggi che è qui e che non è qui, lʼadesso che se nʼè andato per sempre . Perché? Forse non riusciremo mai a liberarci dallʼangoscia che è dentro di noi, è possibile sopportare lʼesistenza solo se ci rinchiudiamo nella quotidianità della vita. Come in gran parte dei romanzi di Auster prevale una impronta intellettualistica; dietro la fine psicologia dei personaggi emerge un senso di artificioso, quasi che essi siano figuranti di un ragionamento astratto, chiuso nella mente dellʼautore, poco attento ai meccanismi reali della vita. Di fatto Miles, Bing, Ellen, Alice e così via non sono il vero oggetto del racconto: sullo sfondo cʼè New York, lʼambiente colto e raffinato degli intellettuali, un recinto fuori dal quale cʼè il mondo reale, quello del quale Auster non può o non vuole parlare. Lo stile narrativo è caratterizzato da lunghi periodi, nei quali la virgola separa frasi in sé stesse compiute. È come un fiume in piena, un susseguirsi di parole e di strutture sintattiche; dapprima affascinano e mettono in risalto lʼindiscussa abilità dellʼautore, ma poi lentamente annoiano trasformando il racconto in un lungo soliloquio: è Auster che parla? È un saggio o un romanzo? Perché non leggerlo? Bello dapprima poi diviene noioso..


