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Foglie rosse
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Foglie rosse

Per William Faulkner il racconto è simile alla poesia, «quasi ogni parola deve essere quella giusta»; ed infatti la narrazione è densa, ermetica, ricca di simbolismi, di difficile interpretazione. Come avviene in «Foglie rosse», già la scelta del titolo solleva numerosi interrogativi: cosa vuole indicare? Per alcuni commentatori lo scrittore ha voluto riferirsi al ciclo delle stagioni e quindi starebbe a sottolineare come sia un destino naturale ciò che soffoca e distrugge il popolo Negro. Le foglie rosse esprimerebbero una condizione esistenziale, cosmica, come nella poesia di Giuseppe Ungaretti rivolta ai soldati della prima guerra mondiale: «Si sta come dʼautunno sugli alberi le foglie». Un grande capo indiano è morto; come vuole la tradizione della tribù, coloro che lo hanno servito in vita (il cane, il cavallo e il suo schiavo negro) lo devono seguire nella tomba. Due indiani si dirigono ai quartieri degli schiavi per prelevare lʼuomo. Ciò che li disgusta è la puzza dei corpi, un odore disgustoso. I negri > sembravano essere sospesi come su qualche cosa di remoto, inscrutabile. (...) Erano come le radici di un grande albero sradicato, la terra momentaneamente spaccata sul contorto, spesso, fetido groviglio della sua vita oltraggiata e senza speranza. Da ciò che dicono i due uomini veniamo a sapere come la schiavitù sia un fardello, frutto della contaminazione del puro popolo indiano con quello bianco. Nato da un matrimonio misto, tra un indiano ed una donna bianca, lo stesso defunto è stato in Europa ed è tornato con alcuni oggetti dei quali non comprende lʼutilità; tra questi un paio di pantofole rosse; ogni qualvolta il figlio prova a calzarle cade in uno stato di incoscienza. Che cosa significa? Forse perché > questo mondo (...) viene rovinato dagli uomini bianchi. Noi vivemmo sereni per anni prima che gli uomini bianchi ci imposero i loro negri. Nei giorni antichi gli anziani sedevano allʼombra e mangiavano granturco e carne di cervo, arrostito lentamente sul fuoco, e fumavano tabacco e parlavano di onore e di questioni importanti; ora che cosa facciamo? La contaminazione non rompe lʼassurdo rituale della morte, quasi a dire che la società bianca, tecnologica ed evoluta, rinsalda le abitudini ancestrali, invece di farle evolvere verso forme civili. È solo corruzione in una società immobile; non è progresso. La riflessione di Faulkner non riguarda solo il Sud degli Stati Uniti, che, almeno dalle notizie che abbiamo, sembra bloccato nella nostalgia del passato; pensiamo ad alcuni fatti che ci sembrano inspiegabili, come il femminicidio, lʼinfibulazione, lo sfruttamento brutale, così diffusi nella nostra avanzata Europa, a dispetto delle leggi e dei valori dichiarati. Solo atti individuali di Resistenza possono superare la corruzione e generare nuove visioni e regole morali. Paradossalmente è ciò che fa la vittima della nostra storia. Il negro, destinato a seguire il padrone nella tomba, scappa nella foresta e, quando viene preso, lotta per vivere sino allʼultimo: si amputa un braccio per salvarsi dalla ferita di un serpente velenoso, accetta lʼacqua sul punto di morte. > È che io non voglio morire, disse. Poi disse di nuovo, è che io non voglio morire, con un tono tranquillo, di lenta e sommessa meraviglia, come se ci fosse qualche cosa che, fino a che le parole non si fossero espresse esse stesse, egli trovava che non avrebbe saputo, o non avrebbe conosciuto la profondità e la dimensione del suo desiderio . La morte subìta, senza rassegnazione ma con serenità, è la testimonianza di una forza morale, che manca agli altri personaggi del racconto, corrotti dalla società bianca e nel contempo rinchiusi nei riti ancestrali. > Il Negro era ancora in procinto di muoversi, il suo ginocchio in alto nellʼatto di sollevarsi, la sua testa eretta, come se egli fosse sulla ruota di un mulino. Le pupille degli occhi avevano una luce selvaggia, fredda come quelle di un cavallo . Ralph Ellison, il primo grande scrittore afroamericano, ha detto che Faulkner > ha in realtà indagato la natura dellʼuomo. (...) Faulkner, più della maggior parte degli uomini, era a conoscenza della forza umana così come della debolezza dellʼuomo. Sapeva che comprendere e superare la paura era una larga parte della ragione di uno scrittore per esserci. La narrazione di Faulkner è impregnata di forte tensione etica, di una ricerca disperata della bontà dellʼuomo, di ciò che cʼè di più profondo nellʼessere umano. Persegue questo scopo nel suo mondo, il Sud degli Stati Uniti, laddove tutto sembra in realtà immobile e violento; ma ciò che narra riguarda tutti noi; e citando ancora Ungaretti si potrebbe dire: «Cerco un paese innocente». Al centro della sua scrittura è la parola, e non la trama né i personaggi; ed è proprio in questo il suo limite, almeno nei racconti: è difficile da comprendere, va letto troppe volte per capire i troppi significati, ci vuole troppa immaginazione per interpretarlo. Perché non leggerlo? È di difficile interpretazione e di fatto noioso.

William FaulknerModern Library Edition
For whom the bell tolls
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For whom the bell tolls

Il romanzo è ambientato in Spagna durante la guerra civile e si sviluppa nel giro di pochi giorni. Jordan, un americano, viene inviato al di là delle linee per distruggere un ponte, in funzione di un attacco dell’esercito repubblicano. Per svolgere questa operazione, entra in contatto con una banda di guerriglieri, tra i quali incontra Maria, di cui si innamora. Il gruppo fa capo a Pablo, che entra in conflitto con Jordan, e a Pilar, una donna molto forte ed energica. Pur tra contrasti interni, il gruppo compie l’operazione e Jordan distrugge il ponte, ma nella fuga viene ucciso. Il vero tema del romanzo sembra essere l’inutilità della guerra, la sua intrinseca crudeltà, che si esprime da entrambi i lati del fronte. Di forte tragicità sono le pagine che descrivono la conquista da parte del gruppo di Pablo di una città e l’uccisione dei fascisti: uno per uno escono dalla chiesa dove sono stati imprigionati e sono costretti a passare in mezzo alle file dei paesani e dei partigiani per essere scaraventati poi in un burrone. Dapprima la folla è incerta ma poi l’odio e il sangue prendono il sopravvento. La stessa crudeltà viene perseguita dai fascisti nell’assassinio di un gruppo di partigiani ai quali viene tagliata la testa. L’attesa dell’attacco finale, la presenza nel gruppo dei partigiani di un ragazzo ancora molto giovane, che difende, poco prima di morire, la rettitudine di un dirigente del partito comunista, il cui figlio si è rifugiato in Russia, e l’impossibilità tragica della banda di Jordan di poter intervenire in aiuto rappresentano momenti bellissimi del romanzo, che, più di altri, esprimono la crudeltà della guerra. Ma la guerra è anche inutile, oltre che crudele, ed è inoltre stupida e si conclude sempre con la morte: > che uno abbia timore oppure no, la morte è difficile da accettare: non c’è dolcezza nella sua accettazione . I personaggi sono trascinati in un ingranaggio di cui colgono l’inutilità e l’assurdità, ma del quale non riescono a liberarsi. La distruzione del ponte è totalmente inutile, in quanto l’esercito di Franco è a conoscenza dell’attacco dei repubblicani e possiede una forza aerea superiore e quindi molto probabilmente respingerà l’offensiva. Jordan cerca di avvisare il comandante dell’esercito repubblicano, ma la burocrazia, la diffidenza e le lotte interne impediscono che la notizia arrivi in tempo. E Jordan sa che «dovrà comunque distruggere il ponte». Tranne Pablo, che è un assassino, tutti gli altri personaggi si rendono conto della crudeltà: dal vecchio Anselmo, che non vuole uccidere ma si trova costretto a farlo, a Jordan, che legge le lettere di un soldato ucciso e appare evidente che si tratta di un giovane, con i suoi affetti e anch’esso trascinato in una guerra civile senza senso. La guerra travolge anche i sentimenti personali. Non bisogna pensare alle persone care, all’amore appena trovato e l’assurdo è che Jordan, nel momento in cui sta per morire e ha dovuto abbandonare Maria, ritiene di essere stato fortunato perché ha potuto vivere gli ultimi giorni con l’amore di Maria. Lo stile di Hemingway è molto articolato, più efficace nelle descrizioni che nei dialoghi, che talvolta risultano ripetitivi e noiosi.

Ernest HemingwayCharles Scribner's Sons
Freedom
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Freedom

Tra i possibili significati della parola Freedom, uno di essi la definisce come > essere capaci o avere la possibilità di fare ciò che si vuole senza subire restrizioni da qualche cosa o da qualche dʼuno ( Collins Dictionary). I personaggi di questo romanzo hanno vissuto sempre in bilico tra «lʼinsieme delle possibilità» e gli eventi ( ciò che un tempo si chiamava il destino), che spingono inesorabilmente verso una direzione di vita. Non ci sono vincoli imposti dallʼesterno ma è la natura delle cose che porta su una strada piuttosto che su altre vie. E la vita è fatta della complessità della struttura delle relazioni interpersonali, del conformismo e della ricerca di realizzazione di idee, spesso teoriche e generiche. La vicenda si svolge tra la presidenza Reagan e quella Obama, in un ceto medio americano sempre più spaventato, percorso da divisioni, da dilemmi morali e politici e dalla crescente consapevolezza del declino del paese. Come nelle buone storie borghesi, si inizia con un triangolo: Walter, un giovane serio e pieno di idee ambientaliste, ama Patty, una campionessa di basket, che si sente, per questa sua passione, rifiutata da una famiglia politicamente importante, appartenente allʼestablishment. Patty è a sua volta attratta da Richard, musicista e grande amico di Walter. Patty e Richard compiono insieme un viaggio in auto per raggiungere Walter ed è lʼoccasione perduta per Patty: Richard, un grande conquistatore, si rifiuta di portare a letto la fidanzata del suo più grande amico. Sul rimpianto si alimenta il legame tra Patty e Richard. > in tutti questi anni, ( Patty) aveva custodito la memoria del loro piccolo viaggio, lʼaveva tenuto chiuso in un profondo spazio interiore, lasciandolo invecchiare come il vino, così che, simbolicamente, la cosa che poteva essere accaduta tra loro rimaneva viva e cresceva più vecchia con loro due . In Richard cresceva «lʼinvidia del suo amico per il suo inconsapevole possesso della moglie». Il matrimonio tra Walter e Patty procede stancamente ( «non potevano vivere insieme ma non potevano immaginare di vivere separati»), quando una vacanza di Patty e Richard proprio nella vecchia, ed amata, casa di Walter in riva ad un lago in un meraviglioso ambiente naturale, fa precipitare gli eventi: i due vanno a letto insieme. Walter non può accettare di essere stato tradito dal suo migliore amico: i due si separano e lo fanno nel momento in cui Walter prende finalmente coscienza che non può inseguire astratte idee ambientali con i soldi del capitalismo americano. Ed è proprio dalla rottura di false relazioni interpersonali e dal disfacimento di vaghi ideali , che Patty e Richard si ritrovano e possono ricostruire la famiglia. In realtà il libro non si limita ai tre personaggi, ma coinvolge anche le nuove ( i figli di Walter e Patty) e le vecchie generazioni, narrando le vicende delle famiglie di origine. Numerose sono poi le incursioni nei temi politici e sociali che hanno caratterizzato lʼAmerica di questi anni; in particolare stanno a cuore dellʼautore i temi ambientali, visti anche come una rappresentazione dellʼipocrisia e della vacuità di molta borghesia. Il messaggio sembra essere sempre lo stesso: non è possibile cambiare il mondo, dobbiamo convivere con noi stessi e con i nostri problemi. Emblematico in questo senso è lʼultimo capitolo. Walter si è rifugiato a contatto con la natura ed esprime la sua missione di vita nella difesa degli uccelli migratori, in particolare nei confronti di un gatto domestico, che fa spesso incursioni omicide. Questo atteggiamento lo ha messo in conflitto con la piccola comunità del ceto medio, vicina alla riserva naturale. I problemi si risolvono quando ritorna Patty, che alimenta le relazioni sociali con i vicini ( il conformismo della borghesia americana) e poi riporta Walter a New York, in famiglia. A quel punto lʼente che gestisce la riserva costruisce un muro di separazione tra lʼambiente naturale, dove nidificano gli uccelli migratori, e la piccola comunità. Ma allora il mondo è fatto di tante mura, allʼinterno delle quali ciascuno ricerca la propria libertà? Ed allora la vera libertà sta forse nellʼaltro possibile significato della parola Freedom: «la condizione di essere capaci di muoversi intorno», pur allʼinterno di mondi separati. Il pregio maggiore nel libro sta sicuramente nello stile, fatto di dialoghi serrati e molto efficaci, nella profondità della ricerca psicologica ed esistenziale dei personaggi e delle loro relazioni reciproche. Il ritmo narrativo è lento e la narrazione procede stancamente. Domina in generale quellʼapproccio intellettualistico, colto ma spesso evanescente, che caratterizza molti scrittori americani contemporanei. Perché leggerlo? È interessante, ma si consiglia ad un lettore molto paziente.

Jonathan FranzenFourth Estate
Freedom from Fear and other writings
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Freedom from Fear and other writings

San Suu è nata nel 1945, due anni prima dellʼassassinio del padre, fondatore della Birmania indipendente ed eroe nazionale. Lʼannotazione biografica è fondamentale per capire questa raccolta di saggi, discorsi, lettere ed interviste, pubblicati tra il 1984 e il 1994. Variano le finalità e la scrittura, cambiano le circostanze, ma sempre traspare la preoccupazione di San Suu di capire lʼeredità del padre, > di comunicare quanto ha compreso e di applicarlo ai problemi del proprio paese . Il saggio che dà il titolo alla raccolta («Liberi dalla paura») non deve trarre in inganno: San Suu non è una filosofa morale, una sorta di santone moderno; è innanzitutto un personaggio politico, caratterizzato da una forte e prevalente dimensione etica. Quando la dissidente birmana invita a liberarsi dalla paura e dalla corruzione intende affermare > la ferma convinzione nella santità dei principi etici combinati con una visione storica: a dispetto degli insuccessi la condizione umana si colloca su un percorso finale di avanzamenti spirituali e materiali . In un recente discorso al Forum internazionale delle donne, San Suu ha definito la politica > il mezzo per cambiare la società, e il cambiamento deve essere effettivo, non simbolico. E quanto effettivo dipende da quanto correttamente valutiamo i bisogni del popolo e del paese (citato da La Stampa 9 dicembre 2014). Che questa sia una riflessione a lungo meditata emerge da un importante saggio incluso nella raccolta (Richiesta di democrazia). In esso ella afferma come > la vera misura della giustizia di un sistema sia lʼammontare di protezione che esso garantisce ai più deboli. Dove non cʼè giustizia non ci può essere una pace sicura . Parliamo quindi di giustizia sociale, non certo di concetti astratti, appartenenti alla sfera della filosofia e della religione. Per interpretare correttamente il pensiero di San Suu bisogna leggere lʼinteressante analisi che lʼautrice compie della vita intellettuale in Birmania e India durante il colonialismo. Non è possibile sintetizzare un saggio molto complesso: si può dire in breve come il confronto con lʼIndia permetta a San Suu di portare avanti una critica severa alla cultura birmana, allo stesso buddismo, una «religione monolitica (...) con inflessibili barriere»; di individuare le fonti del consenso del regime non tanto nella repressione, quanto nelle differenze etniche e nello sciovinismo contro le comunità cinesi e indiane; di chiarire come i suoi ispiratori siano Gandhi e soprattutto Nehru, il suo vero padre spirituale: un grande politico, quindi, è il suo riferimento. Se non ci si ferma alle parole, vacue e banali, di «Liberi dalla paura» (ma perché dà il titolo alla raccolta?), ci si accorge come San Suu non intenda affatto rinchiudersi nellʼimmagine spiritualista e buddista, che le vorrebbe attribuire lʼoccidente; vuole essere misurata per quello che riuscirà a fare per il proprio paese. A chi la invitava a lasciare la Birmania, > replicai che non avrei fatto nulla dallʼestero e se io avessi voluto impegnarmi in un movimento politico avrei dovuto farlo dallʼinterno del paese . Dopo aver letto lʼintera raccolta, ci si pone la domanda: San Suu ha fatto i conti con suo padre? La risposta è negativa. La figlia San Suu continua a idealizzare la figura paterna, senza porsi la questione di come mai la dittatura abbia avuto origine in un esercito forgiato dal padre: un uomo, istruito nei monasteri ma educato militarmente e politicamente dai giapponesi. Come succede spesso lʼamore filiale pregiudica la lucidità e la freddezza, comunque necessarie in un personaggio politico. Perché non leggerlo? È noioso, forse inutile. frammentario, ripetitivo e prolisso.

San Suu Kyi AungPenguin
From the land of Green Ghosts (Il ragazzo che parlava col vento)
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From the land of Green Ghosts (Il ragazzo che parlava col vento)

Mi sono sempre chiesto per quale ragione le edizioni italiane non mantengano il titolo originario. Spesso dà meglio il senso del libro, come nel caso di «From the land of green ghosts», diventato, chi sa perché, «il ragazzo che parlava col vento». Il titolo «dalla terra dei verdi fantasmi» sintetizza bene lʼautobiografia di chi, per salvarsi, ha dovuto perdere la propria identità, con il distacco dagli spiriti di un mondo ancestrale, fatto di frutti rigogliosi, coltivazioni di riso, foreste, acqua, uccelli e animali. Dʼaltra parte, deve essere lʼincomprensione il destino di questo romanzo, se nella sua prefazione lo stesso John Casey, salvatore, mentore e amico di Pascal, dà questa definizione: > questo è meno un libro di politica e di storia che una autobiografia spirituale, nel quale, in modo unico, (Pascal) scrive dal punto di vista di un membro di una tribù della società del bronzo, recentemente apertasi al mondo esterno, e nel contempo di chi è riuscito alla fine a ricevere una educazione occidentale in una famosa università inglese . Veramente una sintesi arrogante e riduttiva per chi ha attraversato terribili atrocità, assistendo alla distruzione materiale e sociale della Birmania! Il romanzo si articola in tre parti. La prima parte, «Lʼidillio della tribù», parla di un mondo tribale e contadino, ai margini delle grandi foreste. > Eravamo Paduang, eravamo cattolici e ci sembrava di vivere in un nostro proprio mondo, con le nostre cerimonie e tradizioni. Non avevamo nessuna sensazione che qualche cosa di diverso potesse irrompere. Il senso di essere al sicuro mi mostrava che noi vivevamo in paradiso . Lʼautore ci descrive, minuziosamente come fosse un antropologo, i costumi, il modo di vivere, lʼambiente naturale dei Paduang, persino, con dovizia di particolari per noi curiosi, il cibo e il modo di cucinarlo. Scopriamo il culto degli antenati, la grande autorità degli anziani, gli elementi spiritualistici e magici che caratterizzano ogni momento della vita. Anche se cattolici, ma lo stesso vale per i buddisti, la tribù continua a conservare, gelosamente, le proprie tradizioni, pur osservando i precetti della nuova religione. Le storie della nonna paterna permeano lʼinfanzia di Pascal: sono fiabe terribili, come tutte quelle delle società contadine, ma in esse gli animali, in particolare gli uccelli, segnano il destino degli uomini. Un giorno, il bambino Pascal cattura una civetta e vorrebbe cucinarla, ma la nonna gli dice di parlarle e liberarla, in tal modo un domani potrà chiederle aiuto. > Anni più tardi, quando fui nei più grandi pericoli, quel ricordo divenne per me carico di significati . Frequentando la parrocchia, Pascal riceve una prima istruzione e si appassiona allo studio. Si allontana dal villaggio per andare prima in seminario, poi allʼuniversità. Diviene uno studente, ossia si trova ad appartenere alla parte più dinamica e politicizzata della società birmana. Rispetto al regime, autoritario, crudele, bugiardo e corrotto, Pascal non prende ancora posizione. Non cʼè coscienza politica ed anche il dolore per la carcerazione e la morte della sua fidanzata non sembra tradursi in una consapevole scelta di campo. Ma è uno studente e quindi un nemico del regime. Deve fuggire e nascondersi nella giungla. La seconda parte, «Rivoluzione e lotta» narra appunto le vicende di Pascal tra i ribelli, che si sono asserragliati nelle zone di confine tra la Birmania e la Tailandia. Assistiamo, tramite la penna di Pascal, a innumerevoli atrocità; basti pensare che i soldati birmani avanzano nei campi minati, tra lʼaltro da loro stessi, mettendo dinanzi dei poveri civili, bastonati, terrorizzati e affamati, così da farsi aprire il cammino dai loro corpi disgregati dalle esplosioni. Tanto è la crudeltà che persino > gli animali e gli uccelli, che regolarmente bevevano dal fiume, sono scappati, lasciando soltanto gli esseri umani intrappolati in un accesso di pazzia . La terza parte, «Salvataggio», parla di come Pascal sia riuscito a fuggire in Tailandia e ad andare in Inghilterra, dove diventerà un professore di letteratura inglese. La storia ha un lieto fine, ma cʼè una scoperta inquietante. A Cambridge, ad una cena a casa di amici inglesi, viene a sapere che è stato prescelto per essere salvato, in quanto molti anni prima i commensali avevano assistito in un circo allʼesibizione delle «donne giraffa», ossia di donne Paduang dai lunghi colli, adornati da cerchi di metallo; insomma allʼuomo occidentale piace proteggere esemplari di specie rare e in via di estinzione. Ma Pascal ne è consapevole? No, perché come ci dicono le ultime righe, ormai i suoi sogni sono > immagini tutte mescolate, gli elementi sovrapposti. La neve potrebbe cadere sulle giungle, o le palme crescere sulle Alpi. Le visioni sono spesse rese indistinte dalla foschia . È un lungo romanzo, nel quale prevale uno stile narrativo piatto, incapace di trasmettere sensazioni e sentimenti. È come se fosse un cronista che indaga, descrive, dà un resoconto. È vero che i fatti parlano da soli, ma non è la scrittura a coinvolgerci; è la storia stessa della Birmania. Non è un caso che la narrazione catturi il lettore nella seconda parte, quanto il ritmo narrativo si accelera e gli episodi di guerra e di violenza non possono non sconvolgere. Ma anche in questa parte lʼio narrante e protagonista, Pascal, sembra quasi uno spettatore, uno scienziato sociale. Non sarà che lʼautore deve scrivere in una lingua che non è la sua? Oppure la sua apparente estraneità è una corazza psicologica per sopravvivere, per difendersi dalla memoria, da un dolore esistenziale distruttivo? Perché non leggerlo? Conviene leggere il libro solo se si è molto interessati allʼambiente e alla storia della Birmania.

Khoo Thwe PascalHarperCollins