Le comte de Monte-Cristo
La trama del romanzo è nota. Edmond Dantés viene imprigionato a torto. Riesce a liberarsi e diventa enormemente ricco e quindi dedica la sua vita alla vendetta mediante una serie di inganni e di atti di crudeltà. Sembra che il romanzo abbia avuto spunto da una vicenda vera. Si sviluppa su tre diversi livelli:l’avventura, assicurata solo talvolta da un ritmo avvincente, come nella prima parte (la prigionia, la conoscenza dell’abate Farina e la fuga) e in alcuni momenti successivi. Troppo spesso il romanzo si sviluppa in modo lento e noioso anche quando si è di fronte a sorprese e colpi di scena;l’ambientazione che emerge dalla descrizione di Roma, della stessa isola di Monte Cristo e della società parigina. In alcuni casi si tratta di un affresco efficace anche se un po’ di maniera (come nel caso di Roma), in altri casi si è di fronte ad una descrizione superficiale e frettolosa;il super eroe, impersonato dalla figura del conte di Monte Cristo, un eroe che si rivela negativo, in quanto porta avanti la sua vendetta con un sadismo ed una voluttà, che non sono giustificati dal solo desiderio di giustizia. Da questo punto di vista appaiono molto più vivi e reali «i cattivi» del romanzo, che sono di fatto i veri personaggi, in quanto dotati di un loro spessore e mossi da contraddizioni che li rendono umani. Il romanzo è ripetitivo e noioso ed è veramente difficile arrivare sino in fondo.
Desert
È un libro che si sviluppa su due percorsi narrativi apparentemente differenti, ma tra di loro collegati da un legame ideale. Da un lato viene narrata la storia di una popolazione del deserto, seguace di uno sceicco, ritenuto un santo, che intende resistere alla conquista da parte dei francesi dellʼAfrica sahariana. La marcia disperata di questo popolo è vista dal punto di vista di un ragazzo, che forse costituisce il nonno di Lalla, la protagonista del romanzo. Da un altro lato, infatti, viene descritta la storia di Lalla, nata tra i cespugli e accolta dalla zia in un piccolo villaggio ai bordi del mare. Lalla vive selvaggia, nel vento e tra le dune, amante della solitudine e del deserto. Nelle sue lunghe passeggiate solitarie si accompagna ad un pastore, Hartani, un ragazzo che non parla la sua lingua ma che conosce profondamente il senso della natura, degli uccelli, della vegetazione, del mare e del deserto. Hartani fa parte degli «uomini blu», degli uomini del deserto, della stessa popolazione che ha partecipato alla grande e disastrosa marcia, narrata nellʼaltra parte del romanzo. Lella dovrebbe andare in sposa ad un ricco mercante ed allora fugge con Hartani verso il deserto. La storia riprende poi con Lella che arriva su una piccola imbarcazione a Marsiglia per trovare accoglienza presso la zia, che lì si è trasferita. Lalla è incinta, ma nasconde la sua gravidanza e vive una vita altrettanto selvaggia nella grande città francese: ma ciò che nel villaggio erano luce e simbiosi con tutti gli esseri viventi, a Marsiglia diventano invece oscurità e solitudine. Lalla vive presso un albergo che ospita tanti emigranti, che disperati vengono a lavorare in Francia. La ragazza conosce poi anche un ragazzo, che vive rubando e mendicando. Lalla è scesa agli inferi, ma trova con i disperati una forte solidarietà e un aiuto. Casualmente conosce un fotografo che la rende una famosa modella, ma alla fine Lella decide di ritornare in Africa e di partorire il bambino tra le dune, nella freschezza e nella dolcezza dellʼombra di un albero. Il vero soggetto è il contrasto tra la civiltà occidentale e quella nord africana. Questo contrasto è sintetizzato non tanto nei personaggi, troppo stereotipi e senza profondità e complessità, né nella trama, di fatto inesistente e per certi aspetti inverosimile ( come la vicenda del fotografo che rende famosa Lalla), ma nei paesaggi e nella capacità di dare densità e cromatura alle descrizioni. Sulle dune di sabbia «Lalla spalanca gli occhi, lascia il cielo entrare in essa» e sente la presenza di Dio: > dove sta la strada? Lalla non sa dove sta andando, alla deriva, trascinata dal vento del deserto che soffia, vendicativo e crudele, il vento che trascina gli uomini e fa franare le rocce ai piedi delle montagne. È il vento che va verso lʼinfinito, al di là dellʼorizzonte, al di là del cielo sino alle fredde costellazioni, la Via Lattea, al sole . Se il deserto é luce, infinito e felicità, la città é morte. > Lella guarda quelli che se vanno verso altre città, verso la fame, il freddo, la disgrazia, quelli che vanno ad essere umiliati, che vanno a vivere nella solitudine. Essi vanno verso le città oscure, verso i cieli bassi, verso il vapore,verso le malattie che distruggono il petto . Ma Lalla ha un sogno, é il sogno di libertà degli uomini del deserto, di vivere liberi nel sole e nel vento. Èscritto in un francese splendido, con uno stile fortemente lirico, pieno di suggestioni e di vibrazioni musicali, che riesce a tradurre nellle parole le sensazioni di una natura e di un ambiente. Al di là delle singole pagine, questa visione di una società «buona» in contrapposizione alla società occidentale sembra un pò falsa, una forma intellettuale estetizzante più che una volontà di narrare veramente la complessità e la sofferenza di una società oppressa, distrutta e migrante. È un pò la ricerca dellʼuomo occidentale della presunta purezza delle altre società.
L'Abyssin
Il romanzo è ambientato a fine ‘600 all’epoca di Luigi XIV e narra le vicende di un francese, Poncet, il quale visita l’Abissinia a seguito di una spedizione, voluta dai gesuiti, che aveva la finalità di riprendere i contatti con questo impero dopo l’espulsione dei preti cattolici cinquanta anni prima. Il protagonista è un giovane avventuroso, che si presta a questa iniziativa per amore della figlia del console francese de Il Cairo. Si trova in tal modo all’interno di una serie di intrighi tra diversi ordini religiosi (i cappuccini contro i gesuiti) e differenti correnti cortigiane della corte del re di Francia. La storia ha ovviamente un lieto fine, i due innamorati riescono a sposarsi dopo numerose avventure. Si tratta di una via di mezzo tra i Tre Moschettieri (il grande romanzo francese) e le storie di Maalouf, ma manca totalmente l’ambientazione storica, il ritmo avventuroso e l’analisi dei personaggi. Per esempio la trasformazione della giovane figlia del console da devota ragazza ad avventuriera si sviluppa in modo piatto rivelandosi di fatto inverosimile.
L'affaire Saint Fiacre
Maigret ritorna nel paese nel quale è cresciuto, in quanto è morta una vecchia contessa e sospetta che sia stata uccisa. Esistono tutti i protagonisti di una possibile vicenda torbida: il giovane amante della contessa, il figlio che fa la bella vita, un giovane parroco, che forse conosce più di quanto dice e così via. Nasce il ritratto di un ambiente di provincia, tratteggiato in realtà in modo superficiale e poco interessante. Anche i personaggi ne escono piatti senza una reale analisi delle motivazioni che sono alla base delle azioni e dei fatti. L’aspetto poliziesco è quasi inesistente e Maigret sembra una comparsa più che un commissario di polizia in grado di gestire e dirigere le indagini. Probabilmente sono sfortunato, in quanto non riesco a leggere un libro di Simenon che mi piaccia.
Les Misérables
Il romanzo racconta le vicende di Jean Valjean, un forzato, che dopo l’incontro con un vescovo (un santo), si converte in un uomo buono e giusto: diviene prima un ricco imprenditore, ritornato poi in galera, fugge per salvare ed educare una bambina, Cosette, che, una volta grande, si innamora di un giovane rivoluzionario. Jean Valjean salva il giovane da morte sicura (durante le rivolte del 1832), e poi decide di scomparire per non compromettere il futuro dei due giovani con la sua natura di carcerato fuggiasco. Ma la bontà trionfa e, come dice l’autore, «la notte era senza stelle e profondamente oscura». Senza dubbio, nell’ombra, qualche angelo immenso era uscito, con le ali spiegate, ad attendere l’anima dalla suprema ombra alla suprema aurora«. Come ha scritto Victor Hugo:»il libro che il lettore ha sotto i suoi occhi in questo momento, è, da un capo all’altro, nel suo insieme e nei suoi dettagli, quelle che siano le intermittenze, le eccezioni e le lacune, la marcia del male al bene. Dell’ingiusto verso il giusto, del falso al vero, della notte al giorno, dell’appetito alla coscienza, dalla putrefazione alla vita; dalla bestialità al dovere, dall’inferno al cielo, dal nulla a Dio. Punto di partenza: la materia, punto di arrivo: l’anima. L’idra (il male) all’inizio, l’angelo alla fine > Questa concezione è basata sulla fiducia nel progresso (che si identifica in Hugo in Dio e quindi in un socialismo umanistico e cristiano) e sulla sollevazione del mondo dei miserabili > dovuto a forze sociali inarrestabili. Da questo punto di vista gli innumerevoli personaggi del romanzo diventano degli archetipi > , rappresentativi di un ruolo da assolvere nella grande trasformazione del mondo e privi quindi di una loro profondità: i sentimenti e le motivazioni vengono solo apparentemente analizzati ed approfonditi, in realtà è solo un susseguirsi di figure retoriche (predomina la formula interrogativa) per illustrare contraddizioni e dilemmi che non fanno parte della sfera intima (e in questo senso universali) ma di una funzione sociale e storica. Basti pensare alla conversione > di Jean Valjean e all’analisi dei problemi di coscienza che il protagonista incontra nel corso del romanzo (la decisione di presentarsi ad un processo per evitare che un innocente risponda delle sue colpe e quella di ritirarsi nell’ombra per non compromettere la felicità dei due giovani): in tutti i casi si è dinanzi ad una sorta di illuminazione divina e di imperativo morale, mentre la descrizione della conseguente infelicità del personaggio (a causa della perdita di Cosette) è piatta e schematica. Ancora più paradossale e incredibilmente privo di qualsiasi spessore psicologico o filosofico appare uno dei episodi più drammatici dell’intero romanzo. L’ispettore Javert (il grande persecutore di Jean Valjean) è rinchiuso nella morsa tra la legge degli uomini, che vorrebbe l’arresto dell’ex carcerato, e la coscienza che lo porta a liberare Jean Valjean, che gli ha salvato la vita. L’incapacità di uscire da questo dilemma lo conduce al suicidio. È evidente che Hugo intende attaccare gli approcci burocratici e freddi all’applicazione di una legge, che spesso è ingiusta perché di parte (acutissima e di grande effetto è l’ultimo scritto di Javert, un mero elenco di suggerimenti per il capo della polizia), ma basta immaginare che cosa avrebbe scritto un Dostoevskij sulla contraddizione tra coscienza umana ed imperativi imposti da qualsiasi regola e norma per rendersi conto di quanto l’autore francese sia lontano dallo spirito moderno e sia ancorato ad una visione fredda e moralistica dell’uomo e dei suoi problemi. Anche la rappresentazione della storia francese (dalla rivoluzione francese al re borghese) è una serie di vicende epiche, dominate dalla Provvidenza: la stessa sconfitta di Waterloo è dovuta ad un destino che intende chiudere il periodo napoleonico per aprire una nuova fase di trasformazione sociale che condurrà ai grandi rivolgimenti del 1848. Ma esistono veramente gli individui e le classi sociali o tutto è già determinato da una forza oscura e immanente, ad un tempo religiosa e scientifica: il Progresso?I Miserabili sono un’opera profondamente datata e richiusa nella cultura dell’Ottocento, che può dire poco all’uomo del post-modernismo e della globalizzazione. Come succede spesso ai grandi autori (si prenda la stessa Divina Commedia di Dante ) le parti più valide riguardano componenti ed approcci, che non sono riconducibili alle finalità dichiarate. Victor Hugo è un autore romantico, che ricerca continuamente il grottesco e l’immaginifico: caratteristiche del suo stile che rendono talvolta pesante la lettura ma che contribuiscono a scrivere pagine molto belle e ricche di suspense. Si pensi alla descrizione di Cosette, che, bambina di otto anni, deve andare a prendere l’acqua in piena notte, che guarda il tramonto di Giove e sente la natura che la circonda e che sembra muoversi per catturarla: le erbe alte formicolavano sotto il vento di tramontana come delle anguille. Le rocce si torcevano come lunghe braccia armate di artigli cercando di prendere delle prede…. > ; all’episodio del tranello teso dai malfattori a Jean Valjean, così pieno di colpi di scena e di imprevisti ed infine al bellissimo capitolo ( Comment de frère on devient père > ) nel quale i due bambini abbandonati approfittano del pane gettato ai cigni per mangiare. In poche pagine l’autore riesce a descrivere la tranquillità del parco del Luxembourg, la solitudine dell’infanzia, la solidarietà tra bambini e la grettezza e l’ipocrisia della cultura borghese. Il vero capolavoro del romanzo è costituito dall’episodio dell’elefante: immagine bellissima e di grande effetto con la quale un monumento destinato ad esaltare il potere diviene rifugio di tre bambini. È presente poi un altro protagonista del romanzo: la città di Parigi. L’attenzione toponomastica dell’autore, la descrizione minuta delle strade e delle case (molte delle quali scomparse già durante la vita di Victor Hugo) forniscono unʼambientazione romantica al romanzo e al suo contesto. Siamo prima dei grandi boulevard ed in presenza di una città reticolare, nella quale è facile perdersi e scomparire. Sono poi di grande interesse le pagine relative al dialetto parigino in uso tra i miserabili" ad indicare un’attenzione quasi antropologica dell’autore. Ma l’idea del Progresso è veramente autentica o soltanto letteraria e politica e nasconde in realtà una nostalgia romantica per il medioevo e per la storia pre-rivoluzionaria?Il romanzo è in generale prolisso, in molti tratti noioso ed è un fumettone.
Monsier Malaussène
Nel quartiere di Belleville vive la tribù di Malaussène e con loro una miriade di personaggi. Belleville è una periferia di Parigi, distrutta dalle manie postmoderniste degli architetti, dalla stupidità dei politici e dallʼavidità degli speculatori, ma è anche un luogo magico, una sorta di foresta di Sherwood, dove Robin Hood è Benjamin Malaussène e lo sceriffo si identifica con chi vuole espellere i vecchi inquilini per permettere la distruzione dei vecchi edifici e costruirne di nuovi per gli uffici e la ricca borghesia. > Se tu mi domandi un giorno a che cosa rassomiglia la felicità, e tu me lo domanderai, io ti risponderò: a qui A Belleville, dove è possibile proiettare lʼultimo film della storia del cinema ( un film che poi dovrà essere distrutto) in una sala dimenticata, dove è possibile tatuare nel corpo di una persona tutte le strade di Belleville a testimonianza vivente del quartiere. A Belleville cʼè anche un illusionista, che ti fa sembrare le cose che non ci sono, a Belleville > gli angeli che talvolta si annoiano, sono attirati verso di noi dal calore e dal ribollire dei sentimenti e si personificano in una suora detective. Tanti i personaggi del romanzo e molti i fatti che si intrecciano: delitti, scomparse, amori, strane vicende, persecuzioni. Al centro come un eroe cʼè Benjamin Malausséne, un punto fermo in una lanterna magica, in un caleidoscopio pieno di luci e di illusioni. Non cʼè una vera trama ed è un romanzo difficile da seguire.Devo confessare che non sono riuscito a leggerlo tutto, in quanto mi sono perso fra tanti personaggi e tante parole. Ma forse era questa la finalità dellʼautore, dimostrare che non esiste una razionalità nellʼesistenza ma tutto si svolge in un labile confine tra realtà e immaginazione. Perché non leggerlo? Sinceramente è molto confuso e prolisso.
Le père Goriot
Balzac vive nella prima metà dell’ottocento e descrive quindi la società di Luigi Filippo. Nel romanzo è raccontata la vicenda di un uomo che per amore delle figlie vive una vita miserabile e disprezzata. Il suo amore paterno è in chiaro contrasto con una società nella quale prevalgono i valori del denaro, dell’apparenza e della salita nella scala sociale a tutti costi. L’approccio è moralistico, lo stile noioso e pesante, il francese difficile: in sintesi un «brutto» romanzo, che non sono riuscito a finire. Se si confronta Balzac (almeno di questo libro) con Stendhal la differenza di qualità è evidente: tanto Stendhal è leggero ma nello stesso tempo profondo nella descrizione dei personaggi (quest’ultimi ricchi di contraddizioni), quanto Balzac appare rigido, pedagogico e scontato. In Stendhal esistono gli "eroi", in Balzac personaggi opachi e condannati già a una vita rinchiusa nei vincoli del denaro e della scalata sociale. Forse è più vera la società di Balzac, ma è senza dubbio più noiosa. Non parliamo poi del francese. In Stendhal fluisce ed è la struttura della frase e il suo ritmo che forniscono il significato al racconto (e non c’è bisogno di troppi aggettivi), in Balzac è necessario ricorrere alla ricchezza dei vocaboli per dare espressione al racconto.







