Leon l'Africain
Il romanzo è ambientato tra il 1400 e il 1500, narra le vicende di Hassan al-Wazzan, detto Leone l’Africano. Costretto a lasciare Granada dopo la conquista dei castigliani, il protagonista conduce una vita avventurosa: prima a Fès nell’Africa settentrionale, poi al Cairo e quindi a Roma; compie inoltre numerosi viaggi e conosce personaggi e ambienti molto differenti tra loro. Come tutti i romanzi dell’autore, la narrazione delle vicende e la descrizione delle civiltà del mediterraneo sono l’occasione per affrontare il tema delle diversità religiose e culturali e per immaginare una società nella quale sia possibile la convivenza e lo scambio di popoli e di tradizioni. Emerge inoltre un quadro della società musulmana estremamente più tollerante e aperto rispetto a quello tipico delle nazioni cristiane. Predomina un sentimento di nostalgia per un contesto storico e sociale, quale quello delle società mediterranee prima del ‘500, che è stato distrutto dal fanatismo dei regni cristiani, in particolare di quello nascente costituito dalla Spagna, nonché dagli obiettivi di predominio dell’impero turco, anch’esso in fase emergente. Sotto il profilo della narrazione, il romanzo è molto bello nella prima parte (la vita di Granada e di Fès) per poi perdersi in una accelerazione delle vicende che contribuisce alla caduta del ritmo e dello stile. In particolare, la quarta parte, ambientata a Roma e in Italia in generale, appare frettolosa: non vengono approfonditi sufficientemente i comportamenti del personaggio, che risultano singolari e superficiali: l’accettazione della vita romana e della stessa religione cattolica avrebbe dovuto essere meglio esplorata e analizzata.
La mort de Belle
Un insegnante che ha sempre condotto una vita tranquilla e monotona, viene sconvolto dall’uccisione di una ragazza, ospite presso di lui da alcuni mesi. Una sera, infatti, il protagonista si trova solo in casa, in quanto sua moglie è uscita per giocare a carte presso alcuni amici. La ragazza ritorna a casa, saluta distrattamente e va direttamente in camera sua. Alla mattina viene trovata cadavere. I sospetti della polizia, ma anche del vicinato, si dirigono immediatamente verso l’uomo. Il protagonista si vede crollare il suo mondo, si sente emarginato dalla comunità: i cui membri si sentivano forti ascoltando le parole del pastore, scrive Simenon, > essi si sentivano la legge, la giustizia, ogni frase nuova che passava sopra le loro teste li rendeva più forti, mentre Ashby, tra di loro, diveniva sempre più debole e solitario . La polizia indaga anche nel passato del protagonista, per scoprire che il padre è stato un ubriacone, uno sperperatore delle ricchezze familiari per finire suicida. Questa indagine riporta indietro il protagonista, all’angoscia della sua giovinezza, all’idea, cioè, di poter diventare come suo padre: > ciò che lo impressionava non era tanto tale o tal’altro vizio determinato, un pericolo preciso, ciò che lo attraeva era qualche cosa di vago, di certi quartieri delle grandi città, di certe strade, di certe luci, persino di certi odori . La paura di essere attratto inesorabilmente verso il vizio e la depravazione lo ha spinto a ricercare la sicurezza, la pace, l’ordine sino al punto di sposarsi con una donna verso la quale prevale l’amicizia piuttosto che la passione. Il sentirsi accusato ingiustamente, abbandonato dagli amici e dalla comunità, e il richiamo al passato sono elementi che riportano alla luce questa fatale attrazione, rompono quel guscio che il protagonista si era creato. Inesorabilmente, come spinto da una forza fatale, il protagonista uccide una giovane donna, commettendo lo stesso delitto di cui era ingiustamente accusato. È solo apparentemente una storia poliziesca. In realtà Simenon, in modo eccezionale, tratteggia la falsità della vita, di una comunità ipocrita, che abbandona, in modo ambiguo, un suo membro solo perché è sospettato di un delitto. Per tutti è naturale che Ashby si sia invaghito della ragazza e l’abbia uccisa in un momento di passione omicida. Ma la capacità di Simenon sta anche nella costruzione di un protagonista, che è combattuto tra due forze contrastanti: l’ordine sociale e l’attrazione verso la libidine e la violenza. Quando le regole di convivenza sociale, nelle quali credeva il protagonista e che erano state la difesa contro i propri impulsi, si dissolvono e rilevano tutta la loro vacuità, il protagonista dà sfogo alla proprie inclinazioni. Viene portato avanti un tema di grande attualità: il rapporto tra legami comunitari e la complessità dei sentimenti e delle inclinazioni delle persone. Il delitto non è che l’elemento scatenante di una polarità che è all’interno della società (solidarietà contro ipocrisia e reclusione) e nell’individuo (ricerca della pace e della stabilità contro voglia di trasgressione).
Porte de la paix céleste
Il romanzo inizia con la vicende di Piazza Tienanmen e con la fuga di una delle ispiratrici della rivolta (la protagonista Ayamei): questa ragazza si rifugia presso una famiglia di pescatori in una zona isolata, dove viene ricercata dall’esercito cinese al comando di un giovane ufficiale, Zhao. Per non essere catturata Ayamei fugge nel bosco e si immerge in una nuova vita, a contatto con la natura e «nelle montagne non respira che per la luce, il vento e la foresta». Il romanzo si conclude in modo misterioso: Ayamei sale sulla cima più alta delle montagne e Zhao, che ha capito dove si è nascosta la ragazza, guarda con il binocolo sulla montagna e vede una figura di donna, che cade nel vuoto, lo fissa e > gli occhi negli occhi, egli dimenticò tutta la sua vita passata. Lo sguardo era nero, intenso. Le labbra rosse . La rivolta di Piazza Tienanmen è solo un’occasione per sviluppare un racconto che è un insieme di romanticismo, di presa di coscienza dei limiti e delle ipocrisie di una società intrisa di regole e, infine, di una storia «magica» tipica del mondo cinese. L’amore di Ayamei per Min, un compagno di scuola ribelle e anticonformista è la classica storia occidentale di una relazione contrastata dalla società e dai genitori, che termina nel suicidio del ragazzo, così come vuole la trama scontata delle storie di amore della nostra letteratura. L’assunzione di consapevolezza di Ayamei e di Zhao costituisce un percorso differente e parallelo che li conduce a comprendere la vacuità e la crudeltà di una società che affida a ciascuno un ruolo e una responsabilità all’interno di una predominanza delle esigenze collettive su quelle individuali. Infine il tema più tipicamente cinese: la riscoperta della natura e delle sue caratteristiche mitologiche e magiche, il perdersi in una dimensione pre-razionale nella quale i valori della bellezza e dell’equilibrio sono fini a se stessi e non strumentali. Come dice la protagonista, > è possibile dimenticare che ogni bellezza è effimera, è possibile vivere l’irreale? o la domanda di Zhao se sia giusto uccidere l’aquila, che > magnifica è appollaiata su una roccia. I suoi muscoli sono duri come l’acciaio: i suoi occhi brillano come la lama affilata di un pugnale; il suo piumaggio nero assomiglia ad una corazza . La risposta non può essere che affermativa in una società nella quale a ciascuno spetta una funzione e quindi al cacciatore quella di uccidere la preda («è il nostro mestiere, i cacciatori non hanno pietà»). Questo miscuglio di ispirazioni è il limite del romanzo, che non trova un suo equilibrio narrativo e presenta numerose cadute nel ritmo e nello sviluppo degli argomenti (si prenda, per esempio, il resoconto del diario di Ayamei, spesso noioso e scontato). Anche lo stile ne risente: ad un avvio molto efficace (frasi corte ed essenziali) si sostituisce via via un tono sempre più lirico, che se favorisce la percezione della crescente dimensione irreale, fa perdere tuttavia le caratteristiche asciutte della scrittura che sono uno dei pregi principali del romanzo.
Le rouge et le noir
Il romanzo racconta le vicende di Julien Sorel: figlio di un carpentiere, riesce con le proprie forze e la propria intelligenza a salire nella scala sociale, prima nella borghesia provinciale e poi presso lʼaristocrazia parigina. Viene chiamato a fare il precettore dei figli del Sindaco, con la moglie del quale allaccia una relazione. Conduce quindi gli studi in seminario e per una serie di vicende fortunose diventa segretario di un potente aristocratico, con la figlia del quale ha un’altra storia d’amore. La giovane nobildonna, altera e orgogliosa, è perdutamente innamorata di Julien, dal quale aspetta un figlio. La moglie del Sindaco, convinta dal proprio confessore, invia al padre della ragazza una lettera nella quale si infanga il nome di Julien. In preda alla rabbia per l’onore offeso e per il tradimento da parte dell’ex amante tenta di ucciderla, viene quindi messo in prigione, processato e condannato a morte. Durante la prigionia si accorge di essere innamorato della prima amante ma è ormai troppo tardi. Sembra che la trama del libro corrisponda ad una vicenda reale; ma al di là della verosimiglianza il racconto può essere letto da tre punti di vista. Sotto il profilo del contesto storico, il romanzo descrive la scalata sociale di un rappresentante del popolo attraverso la borghesia sino all’aristocrazia. In Julien non ci sono né remissività né tanto meno umiltà: è convinto di valere come, se non più, dei rappresentanti della borghesia e dell’aristocrazia che incontra nel suo cammino. Via via che li conosce meglio, dopo una prima fase di ammirazione, ne segue un’altra di disillusione per la ristrettezza della borghesia provinciale e per la vacuità dell’aristocrazia. In questo senso il romanzo di Stendhal assomiglia a quello di Proust, anche se mancano totalmente i riferimenti filosofici che caratterizzano la «Ricerca del Tempo Perduto». Anche il quadro che emerge del clero è profondamente negativo. In questo senso il titolo «Il rosso e il nero» indicherebbe il conflitto tra lo spirito progressista e democratico e la reazione e il conservatorismo delle classi superiori nella prima metà dell’ottocento. Il titolo sembra tuttavia rispecchiare peculiarità e contrasti più profondi e in qualche misura universali. I personaggi del romanzo si muovono tutti in un clima di falsità e di ipocrisia, che caratterizza anche il comportamento di Julien. Basti pensare quali sotterfugi utilizza per conquistare e dominare la bella Matilde o il fatto che sino all’ultimo momento continua a mantenere un comportamento ambiguo nei suoi confronti, dimostrandole dell’affetto nel momento in cui è innamorato della sua ex amante, la moglie del Sindaco. Alla base di questi sentimenti predominano una diffusa superficialità e una logica dettata dalla convenienza. Questa ambiguità scompare solo nell’atto rivoluzionario di Julien, a questo punto un «vero eroe», che cerca di punire le false accuse ricevute ed accetta la morte con coraggio e dignità. Dinanzi all’ingiustizia e alla morte, Julien abbandona l’ipocrisia e la convenienza per comportarsi in modo coerente anche se in maniera inesplicabile per i suoi contemporanei. Il terzo punto di vista è rappresentato dalle due donne, la moglie del Sindaco e Matilde, che costituiscono le vere eroine del romanzo. Sin dallʼinizio i loro sentimenti sono profondamente veri: la moglie del sindaco accetta un matrimonio infelice ed affronta il nuovo amante con stupore ma con un grande coraggio; Matilde, così altera ed aristocratica, ma disponibile a perdere tutto, con slancio, per il suo innamorato. Si pensi alle pagine che raccontano l’avvicinamento di Matilde e di Julien. Da parte della ragazza è in atto un profondo conflitto tra il suo spirito aristocratico e il crescente innamoramento, da parte di Julien predomina solo il timore di essere «preso in giro» e la volontà di predominare anche con l’inganno. Julien non capisce la grandezza delle due donne, pensa che vi siano dei sottointesi, dei tranelli per poi vagheggiarne l’amicizia dopo la sua morte. In realtà la fine delle due donne sarà tragica e profondamente vera, come il loro amore: la moglie del sindaco morirà di crepacuore, Matilde porterà con sè la testa del suoi innamorato, in preda alla pazzia.



