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Copertina del libro Il romanzo di Ildegarda di Bingen: La guaritrice e La sognatrice

finito di leggere il: 12 ottobre 2026

Editore

Feltrinelli Editore

Anno

2010

pagine

988

Letto in

Italiano

Gradimento Medio-alto

Il romanzo di Ildegarda di Bingen: La guaritrice e La sognatrice

Quando il Signore alitò la vita in me e nel ventre di mia madre, instillò in me il dono della visione. Perché nell’1098 dall’Incarnazione di Cristo, sia la dottrina degli Apostoli che l’ardente giustizia che Dio aveva fondato negli uomini e nelle donne cristiane cominciarono ad essere pigre e vacillanti. Nacqui in quegli anni, i miei genitori mi donarono a Dio con il cuore pesante. Nel mio terzo anno vidi una tale Luce che tutto il mio corpo tremò, ma poiché ero soltanto una bambina non sapevo come dovevo raccontare ciò che avevo veduto.

È con queste parole che l’autrice immagina che Ildegarda sintetizzi la sua lunga esistenza, essendo morta a ottant’uno anni nel 1179. La Luce è quel “lume in forma di rivera fulvido di fulgore” (vedi i versi 60-63 del Canto XXX del Paradiso), quel dono, concesso a pochi mortali, permette di vedere Dio nella sua essenza. Per Ildegarda questa Visione non è una mera contemplazione, da vivere nel chiuso di una cella monacale;

quando parli con la mia voce, (dice la Luce Viva) l’aurora risplende nel tuo sguardo. Hildegarda, tu sei la mia sposa, quando m’incontri nell’amplesso dell’amore, divieni gravida. Il frutto della nostra unione è l’antidoto del peccato, è la virtù che rimargina e purifica, che mette ordine nel caos, trasforma la morte in vita.

Non è quindi uno stato di estasi, è la capacità di leggere l’unità dell’universo in tutte le sue forme, è la volontà di lottare per portare la pace in una Germania travagliata dalle guerre, dalla corruzione della chiesa e dall’eresia. Ildegarda sente in sé una missione: edificare un monastero che sia testimonianza e strumento insieme per essere un luogo di accoglienza e serenità: dall’infermeria per curare i malati, e mettere in pratica le arti delle erbe officinali, all’ospitalità dei pellegrini, degli indemoniati, e persino degli scomunicati. Il monastero deve essere pure un centro economico per dare benessere, e deve assolvere un ruolo politico, un saldo monito morale nello scontro tra l’Impero e la Chiesa. È entusiasmante che a farlo sia una fragile donna, minuta e spesso malata, con le sue spaventate monache! Ildegarda deve mettere in campo tutta l’astuzia femminile, come quando anticipa le accuse di eresia con una lettera a Bernardo di Chiaravalle, facendo dire al potente mistico le argomentazioni per convincere il Papa che la sua non è eresia: lei parla veramente a nome di Dio. È frustrante che lo stesso stratagemma sarà usato da Anna Kuliscioff molti secoli dopo, quando manderà una lettera a Engels per convincere i socialisti a sostenere i Fasci siciliani. Le donne hanno sempre bisogno di un grande uomo! Sottostante al destino di monaca mistica in tempi difficili, nella frase di sintesi della sua vita, Ildegarda sottolinea altri aspetti, che la scrittrice sviluppa con grande efficacia: l’entrata in monastero ancora bambina, rompendo ogni legame con la famiglia (non le viene concesso neanche di portare con sé l’amato giocattolo), il lungo e difficile percorso per affermarsi in un monastero maschile sino a conquistarsi un proprio convento, imparare a gestire le proprie doti di Veggente, per attirare pellegrini e accogliere ragazze da potenti e ricche famiglie; tutto ciò le dà potere perché porta ricchezza al monastero. Deve pure apprendere l’arte di negoziare, di quando tacere e quando affermare con forza le proprie idee: i colloqui con l’abate e il priore mostrano le abilità dialettiche della fragile Ildegarda. L’autrice ne indaga pure la vita affettiva: il lettore è avvinto dalla relazione con il monaco Volmar, figura reale, dalla loro affettuosa e intima amicizia che durerà tutta la vita. In un ambiente femminile così chiuso come il monastero, nasce anche un amore con una giovane monaca, un amore materno forse, ma certo passionale e sofferto. Ildegrada è un essere umano ricco di sfaccettature, non è rinchiuso in un edulcorato ruolo di Santa e Dottore della Chiesa, ci si deve rassegnare e accettare che le donne hanno le stesse passioni degli uomini, anche se sono Sante. E quando giungiamo alla fine di questo lungo e lento romanzo, non possiamo che condividere le ultime riflessioni di Ildegarda:

viviamo in un tempo femminile, (…) la chiesa è debole e ha perduto un po’ della sua forza vitale, deve abbandonarsi a una donna per riacquistare la sua forza.

Mentre descrive così bene la vita di Ildegarda, l’autrice pare parlare del presente. È vero che ci svela la vita monacale e quella feudale, ci narra di una donna del suo tempo, senza la cui conoscenza è difficile comprendere la figura di Ildegarda. Ma in questa eroina, vissuta in tempi scossi da inquietudini religiose e da intense lotte per il potere, noi sogniamo

una guerriera che non lasci la sua spada finché l’ingiustizia non giacerà sotto il suo piede;

un’illusione forse, visto che le donne al potere si comportano con la stessa disumanità degli uomini, ma speriamo che appaia una Ildegarda, con la sua ostinata ricerca del Bene.
Sotto il profilo narrativo il romanzo presenta numerosi difetti. Innanzitutto è lungo e prolisso, spesso ridondante. Le continue parentesi “visionarie”, senza dubbio di grande efficacia evocativa, frammentano la trama, disperdono l’attenzione e stancano il lettore. La scrittura è intensa, ricca, ma troppo analitica e spesso lascia in sospeso i passaggi fondamentali, soprattutto nelle relazioni tra i protagonisti. Se pensiamo che i due libri sono di quasi mille pagine, forse una bella sforbiciata non avrebbe fatto male.