Tra i migliori che ho letto!
ma non lo rileggerei

Lost Children Archive

scritto da Luiselli Valeria
  • Pubblicato nel 2019
  • Edito da Penguin Random House
  • Letto in Inglese
  • Finito di leggere il 11 settembre 2020
Ci sono libri che sovrastano il povero lettore per la complessità narrativa e stilistica; ci si sente inadeguati e si vaga tra le pagine, affascinati e spaventati, senza trovare il bandolo della matassa. E poi si scopre, o si crede di scoprire, il percorso seguito dalla talentuosa Valeria Luiselli, scrittrice messicana in lingua inglese. Come fare in modo che le voci del mondo non diventino solo echi di rumori di sotto fondo? "Il ricordo/giorno per giorno scompare/il cuore è sempre più sordo/ai miseri casi lontani"(Carlo Vallini "Da un giorno"). La risposta l'autrice pare trovarla nei bambini: nelle storie di quelli perduti e nelle vicende di quelli che coraggiosamente ripercorrono l'esperienza della scomparsa. Se nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso sono i cavalieri che vanno alla ricerca del santo sepolcro, della verità e della luce, (vedi recensione in questo sito) qui sono i bambini, come gli "Eagle Warriors"(bambini guerrieri dei nativi americani), che si inoltrano in un tunnel, timorosi ma determinati. "I bambini giocavano in questo tunnel, trattenevano il respiro come il treno correva verso l'oscurità, si permettevano di respirare di nuovo solo quando il vagone aveva attraversato la volta dell'entrata ritornando nella luce, e la valle si apriva di nuovo, come un fiore terrificante e accecante, sotto i loro occhi". Nella prima parte una giornalista è l'io narratore: madre di una bambina di quattro anni, ha sposato un ricercatore specializzato nella raccolta e archiviazione dei suoni della città; è a sua volta padre di un ragazzino di 10 anni. E' un matrimonio in crisi: l'amore si è raffreddato e soprattutto sono emersi i differenti interessi dei due partner, l'uomo un sognatore, sempre distante nei suoi pensieri, lei invece concreta, attenta alla cura dei figli e a ciò che succede nella società. Il marito decide di intraprendere un viaggio verso il Sud degli Stati Uniti, alla ricerca delle testimonianze degli Apache; la scelta è accettata con fatica dalla giornalista, la quale alla fine la condivide perché vorrebbe raccogliere notizie e testimonianze sui "bambini perduti": entrati clandestini e rinchiusi in centri di detenzione in attesa di rimpatrio, di questi bambini si perdono le tracce. Costretti nell'abitacolo di un'auto, i quattro percorrono insieme i tanti chilometri tra New York e il Sud, "guardando fuori dai finestrini un paesaggio ferito da decenni o forse secoli di sistematiche aggressioni agricole: terreni sezionati in griglie quadrangolari, vittime di stupri di gruppo da parte di pesanti macchinari, ingrassati con semi modificati e intrisi di pesticidi, (...) terreni ingabbiati dentro cerchi di verdi strisce di coltivazioni, simili all'inferno Dantesco;(...) e terreni trasformati in non terreni, sotto il peso del cemento, di pannelli solari, di serbatoi, di enormi pale eoliche..."Dapprima i figli sono spettatori inermi dello sgretolamento del matrimonio e di quanto succede intorno, poi, lentamente, "il nostro mondo razionale, lineare ed organizzato si dissolve nel caos delle parole dei nostri bambini, ...) i loro pensieri stanno riempiendo il nostro mondo...(...) Capisco adesso, forse troppo tardi, che i giochi ripetitivi dei miei bambini nei sedili posteriori erano forse l'unico modo per realmente narrare la storia dei bambini perduti". Il punto di svolta viene dalla vista dei piccoli immigrati che salgono, tutti in fila tristemente, sull'aereo che li riporterà nel paese di provenienza. Il figlio più grande, intriso della passione civile della madre e suggestionato dalla rievocazione del padre del Canyon degli Echi, dove le voci degli ultimi apache si dispersero, decise di andare alla ricerca dei bambini perduti. Parte, sacco in spalla, insieme con la sorellina.  A questo punto mutano la struttura narrativa e la scrittura. Il ragazzo diviene il narratore di questa avventura mentre si sviluppa in terza persona il racconto di sette bambini alla ricerca delle proprie famiglie: sono "L'Elegie dei Bambini Perduti": una serie di frammenti che elevano a canto una delle tragedie del nostro tempo e ricordano il poema di David Grossman per intensità e forza evocativa ("Caduto fuori dal tempo: storie a più voci" recensito in questo sito). Se nella prima parte lo stile è lineare, quasi saggistico, esso diviene sempre più lirico, affidandosi alle parole più che alla sintassi, dando forza ad un ritmo così incalzante e prepotente da lasciare senza difese la coscienza del lettore. Le due storie si ricongiungono nel deserto, in un ricovero di fortuna, e i bambini, ora insieme, possono raccontarsi le loro avventure: i bambini "perduti" possono lasciare una testimonianza di sé stessi. Fortunosamente i due fuggitivi riescono a trovare il Canyon degli Echi e gridando i loro nomi vengono sentiti dai genitori. I nostri ragazzi si salvano, mentre i piccoli immigrati scompaiono nel deserto, e solo gli scheletrini parleranno del loro destino, un domani. Il lieto fine conferma come pure il coraggio dei bambini sia inutile. Dopo aver fotografato i sette piccoli immigrati, "li stavo guardando, concentrato fortemente, quando tu venisti su d'improvviso con una intuizione, che era vera e intelligente ma pure terrificante. Dicesti: guarda, tutti in questa foto stanno scomparendo". Ed allora gli echi sono solo incomprensibili parole, solo rumori, "così strani che non sapevo se erano nella mia mente o nell'aria, (...) e mi chiesi se stessimo ascoltando il rumore di tutti i morti nel deserto, di tutte le ossa sparse lì".

"Il mondo è rotto" sintetizza l'autrice. "Nessuno è capace di catturare ciò che sta accadendo e dire il perché. Forse è soltanto che noi percepiamo l'assenza di futuro, poiché il presente è divenuto troppo oppressivo, così il futuro è diventato inimmaginabile. E senza futuro, il tempo è percepito solo come una accumulazione. Un accumulazione di mesi, giorni, disastri naturali, serie televisive, attacchi terroristici, divorzi, emigrazioni di massa, nascite, fotografie, sorgere del sole". Non ci resta che "registrare il rumore del vento, (...) cercando di catturare la loro passata presenza, farla udibile, a dispetto della loro assenza nell'oggi, archiviando qualsiasi eco che ancora riverbera di essi. (...) Echi dell'eco: "mem, mem, mem, mem, wa, wa, wa...cow, horse...bzzzzz, bee buzzing..." Come dice il poeta, "e immagina lo sterminato numero/ di perturbate permutazioni aperte (come un paroliere/ sconfinato, in un instabile/ caleidoscopio scarabeico), che dunque ci moltiplica" (Edoardo Sanguineti da "Senza titolo Glosse 15").

E' impossibile esprimere la bellezza caleidoscopica della scrittura di Luiselli: la ricchezza del vocabolario, lo stile cangiante, da quello tradizionale al periodare senza punti, la ricerca continua e innovativa, l'intenso coinvolgimento della lingua con l'oggetto narrato, mai affrontato in modo burocratico o prosaicamente letterario. E' un capolavoro! Invitiamo a leggere e rileggere la Quinta Elegia, splendida e fortemente evocativa, così come il gioco del telefono dei "bambini perduti", la disperata nostalgia: una pagina che ci toglie il respiro, da assaporare in apnea.

Perché leggerlo? un capolavoro.

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