Con un tempismo eccezionale Salgari pubblica nel 1897 un romanzo "d'avventura e d'amore", che parla dell'insurrezione delle Filippine tra il 1896 e il 1898: un conflitto tra il movimento indipendentista filippino e la Spagna, che porterà quest'ultima a perdere la colonia. Come era già successo per Cuba con la guerra ispanico americana del 1898, raccontata da Salgari in un altro romanzo (si veda la recensione di "La capitana del Yucatan" in questo sito), l'ambiguo appoggio statunitense ai patrioti filippini condurrà all'annessione delle Filippine agli Stati Uniti. Se nel romanzo ambientato a Cuba Salgari è chiaramente dalla parte della Spagna contro i perfidi imperialisti americani, qui la posizione dell'autore è ambigua; deve essere anticolonialista, e quindi contro la Spagna, ma traspare una vena crescente di razzismo: gli insurrezionisti sono eroici ma sanguinari e crudeli, sono privi di effettive capacità militari a fronte dei valorosi e abili ufficiali spagnoli. Si pensi alla descrizione del campo degli insorti: <<era un caos di tende piantate senza regole, di capannucce improvvisate, di tuguri d'ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi>>. E che dire delle <<svariate razze dell'Estremo Oriente>>: dai meticci, incrocio di sangue europeo con popoli asiatici, e quindi << di carattere vivace, dall'intelligenza svegliatissima e costituivano il nerbo dell'insurrezione>>, ai cinesi, <<colle loro facce color dei limoni maturi>>, sino ai malesi (<<dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere>>), ai tagali,<< dal volto quasi romboidale, ossuto ma simpatico>>. Pare leggere un trattato di Cesare Lombroso; d'altra parte nel 1885 abbiamo occupato l' Eritrea, è cominciata l'avventura coloniale italiana e Salgari coglie lo spirito dei tempi, nazionalistico, imperialista e razzista. L'inquadramento storico ideologico rischia di svilire il romanzo: oltre alle tradizionali avventure e colpi di scena dei racconti di Salgari, qui siamo dinanzi a una sofferta storia d'amore, che ci riporta al "Corsaro Nero" (si veda la recensione in questo sito). Il romanzo si apre con una scena sconvolgente, in cui un gruppo di ubriachi d'oppio, drogati da perfidi preti maomettani per vendicarsi degli infedeli, fanno strage tra la popolazione di Manila e stanno per fare scempio di Teresita, una giovane diciassettenne (<<due occhi d'un nero profondo (...) due labbra rosse come corallo>>), quando intervengono a salvarla due valorosi: il meticcio Romero Ruiz e il cinese Hang Tu. Romero è innamorato della ragazza, figlia di uno dei principali comandanti dell'esercito spagnolo. Come si fa ad amare la figlia di un nemico? A rendere ancora più intrigante il dilemma, di Romero è innamorata anche Than Kiù, eroina della rivoluzione e sorella di Hang Tu. Siamo dinanzi a un intreccio di sentimenti, dall'amicizia di Hang Tu per Romero alla passione della giovane cinese per il meticcio. Troppo amato, il meticcio non coglie la sofferenza, anche quando Hang Tu salva la vita al padre di Teresita e lo fa per Romero, e quando Hang Tu cura con dedizione il meticcio, gravemente ferito. Per Romero esiste solo la bella spagnola; d'altra parte come fa a innamorarsi di una cinese, lui quasi europeo? Than Kiù e Hang Tù, sorella e fratello, vanno incontro allo stesso destino di morte. << Guarda invece, dice Than Kù a Romero, la mia stella che segue quella della donna bianca. La sua luce pallida tremola sempre come se dovesse spegnersi da un istante all'altro. Quando sarà giunta sopra il mio paese morrà e quel dì morrà pure la figlia del paese del sole. (...) Hang Tu, sempre immobile, guardava la nera massa che spariva nelle tenebre. Quando i fanali scomparvero dietro la lanterna chinò il capo sul petto e si sedette accanto Than Kiù mormorando: - Io ti ho amato tanto, Romero, ma tu non hai amato mia sorella- >>.
Percorre l'intera narrazione un filo nero, romanticamente doloroso. Siamo dinanzi al solito Salgari, con una trama costruita intorno a combattimenti disperati, fughe per la giungla, momenti di grande tensione. Lo scenario è esotico, quasi sognante, abitato da spiriti maligni: <<in alto volteggiavano numerosi quei brutti ed enormi pipistrelli, (...) col corpo lungo circa quaranta centimetri, e le ali membramose larghe oltre un metro, (...) sugli alberi fruttiferi si vedevano agitarsi non pochi di quei piccoli quadrumani (...) dal pellame ricco e morbido di color bruno>>, e poi macachi, serpenti, coccodrilli, sabbie mobili. E' un mondo fantasticamente cupo, che riflette, forse, i tormenti e gli incubi dell'uomo Salgari. Apparentemente avventuroso, il romanzo è inquietante, presagio dell'orrido suicidio dell'autore. Emergono anche i limiti di Salgari: i personaggi sono stereotipi, lo scrittore non riesce a scavare la personalità dei protagonisti; le avventure sono ripetitive per chi ha letto altri romanzi dell'autore, c'è una sensazione di scontato, di già letto.
Perché leggerlo? E' tra i romanzi più complessi di Salgari, sia sotto il profilo storico che personale.