Gradimento Medio
e non lo rileggerei

La notte della cometa

scritto da Vassalli Sebastiano
  • Pubblicato nel 1984
  • Edito da Rizzoli
  • 318 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 17 gennaio 2021
Nell'inserto "Tuttolibri" della "Stampa" del 18 gennaio 2021 Donatella Di Cesare recensisce il libro di Giorgio Agamben "La Follia di Holderlin": libro che parla delle vicende che portarono il grande poeta a chiudersi in manicomio, dal 1802 al 1846. Fu vera pazzia o come sospettò Schelling l'amico aveva "assunto le maniere esteriori di chi è pazzo"? Holderlin era "lacerato, in una condizione esistenziale che sembrava spingerlo fuori e oltre la sua epoca". Alla stessa domanda cerca di dare una risposta Sebastiano Vassalli, ripercorrendo la vita di Dino Campana con una biografia documentata e romanzata, come dice lo stesso scrittore; così facendo smantella il luogo comune per cui la poesia di Campana trovi origine nella follia. Come è difficile credere che Holderlin, fuori di sé, abbia potuto tradurre Sofocle in tedesco, così ci chiediamo se un pazzo abbia potuto creare un capolavoro assoluto come "Genova" (da Canti Orfici): "Poi che la nube si fermò nei cieli/Lontano sulla tacita infinita/Marina chiusa nei lontani veli,/E ritornava l'anima partita/Che tutto a lei d'intorno era arcana-/mente illustrato del giardino il verde/sogno nell'apparenza sovrumana/De le corrusche sue statue superbe:"  Fermiamoci qui perché ci verrebbe voglia di parlare solo di questa poesia, invece che della triste vita di Campana. Nato nel 1885 a Marradi. "Tarchiato, biondastro di mezza statura, (...) Aveva una capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, e una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento" Così lo descrive un amico nel 1912, quando già il giovane Campana, considerato pazzo dalla famiglia e dall'intera Marradi, era stato allontanato più volte: prima rinchiudendolo nel manicomio di Imola, poi imbarcato per l'Argentina con un biglietto di sola andata, successivamente, al suo ritorno, inviato al manicomio di Firenze e quindi indotto a vivere in pensioncine sull'Appenino tosco-romagnolo. Nel 1914 Campana pubblica a sue spese i " Canti Orfici", che gli daranno una prima notorietà, gli apriranno le braccia di Sibilla Aleramo, con la quale avrà una tempestosa relazione d'amore. Infine, nel 1918, con la diagnosi di demenza da sifilide, verrà ricoverato in manicomio dove morirà nel 1932. Vassalli ripercorre le vicende umane di Campana con la stessa passione e impegno documentario che troviamo in uno dei suoi capolavori, "La Chimera". La protagonista, una giovane esposta ai pettegolezzi del paese perché libera e bella, ebbe la colpa di fare all'amore con un "camminante", di notte sotto una vecchia quercia, ritenuta dimora del diavolo: per questo fu messa al rogo come strega. (si veda la recensione su questo sito). In "3012", sempre recensito in questo sito, un giovane vitellone di Fellinia vuole riportare la guerra in un mondo spaventoso dove la pace viene imposta con la repressione: predica la guerra cavalleresca e viene ucciso dai guardiani della pace, diviene il Profeta. Entrambi furono perseguitati perché "fuori dal coro", spiriti liberi ma fragili. Così fu Dino Campana. Scrive lo scrittore. "Cercavo i matti: trovai i matti. (...) Ogni matto mi raccontava la sua storia. (...) I più, erano gente che davano fastidio. (...) Persone di cui bisognava liberarsi mandandole in America o in Australia, o internandole in un manicomio. (...) Di giorno, vivevo in mezzo ai matti; di notte, in albergo, continuavo a sognare le loro storie". Per loro, "il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l'anonimità misura,/il manicomio è il Monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta". (Alda Merini da "La Terra Santa"). Ed allora non resta ai presunti folli che cantare con Campana, "Non so se tra rocce il tuo pallido/Viso m'apparve, o sorriso/Di lontananze ignote/(...) E ancora per teneri cieli lontani chiare ombre correnti/E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera". (La Chimera da Canti Orfici").

"La notte della cometa" è del 1984; ed allora sollevò polemiche: chi accusò l'autore di imprecisioni se non menzogne, accuse che avevano origine nella disinformazione generata dal primo biografo di Campana (basti pensare che ancora nel 1993 Alberto Asor Rosa riportava in una sua prefazione ai Canti Orfici l'inverosimile sbarco del poeta ad Odessa nel ritorno dall'America, per poi andare a piedi ad Anversa, dove è veramente sbarcato dalla nave Odessa); chi, come Eduardo Sanguineti, lesse con supponenza la ricostruzione di Vassalli, soprattutto laddove l'autore chiarisce i rapporti tra Campana e Soffici (Sanguineti nella sua raccolta alla poesia italiana del novecento colloca Campana tra i "vociani", quando Dino disprezzava la rivista "La Voce"), chi, infine, si offese e querelò lo scrittore, come la città di Marradi, perché Vassalli aveva svelato l'astio e la cattiveria dei marradesi per il loro grande concittadino. Sono tutte polemiche datate, le quali appiattiscono la poetica unica e meravigliosa di Dino Campana alla sua sfortunata vita. La vera questione da porre oggi è un'altra: da dove nasce la poesia di Campana, quali furono i suoi maestri, come pervenne, ancora giovanissimo, a componimenti insoliti e straordinari per la nostra letteratura? Forse ha ragione Asor Rosa che "non resta che rileggerlo oggi come un frutto isolato e un po' misterioso delle nostre viscere italiane più profonde" (Alberto Asor Rosa prefazione ai Canti Orfici ed. L'Unità 1993); ossia un po' come Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda recensione in questo sito). E' sufficiente, o sarebbe il momento di indagare meglio la poesia di Dino Campana?

Con tutta l'ammirazione per Sebastiano Vassalli bisogna riconoscere i limiti di questa biografia romanzata: frammentaria e talvolta confusa, ripetitiva e prolissa, ricerca l'effetto letterario facendo perdere la vista d'insieme, trascura la formazione letteraria e ideale del poeta, rimandandola ad una sorta di ricerca solitaria, avvallando, in tal modo paradossalmente, il luogo comune di poeta "strambo": non pazzo ma strano.

Perché leggerlo? E' un libro che chiarisce la vita di Campana ed anche ciò che era il manicomio.

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