Gradimento Medio
e non lo rileggerei

Il maestro e l'infanta

scritto da Riva Alberto
  • Pubblicato nel 2021
  • Edito da Neri Pozza Editore
  • 268 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 18 giugno 2021
Nel Canto XVII del Paradiso ai versi 43-45 Dante narra che l'avo Cacciaguida ricorra alla musica per spiegargli la visione del futuro esilio del poeta : "da indi (dalla mente divina), sì come viene ad orecchia/ dolce armonia da organo, mi viene/a vista il tempo che ti s'apparecchia". Il suono delle corde di uno strumento, insieme con la dolcezza della voce, sono un dono divino concesso agli uomini per lenire le ferite del corpo e quelle dell'anima, per Dante sopportare la profezia del suo doloroso peregrinare. E' vero o la musica è solo un palliativo? Se scaviamo il romanzo di Alberto Riva al di là delle apparenze, dobbiamo concludere come la musica dia una sorta di meraviglioso stordimento ma nulla può fare per guarire la solitudine, la depressione e la follia. Siamo nel diciottesimo secolo, tra il 1720 e il 1758, Domenico Scarlatti, figlio del più noto Alessandro, giunge a Lisbona per divenire musicista in una delle corti più ricche dell'Europa di quel tempo. Domenico "è un uomo sotto la quarantina che ne dimostra qualcuno di più, gran naso nodoso, gli occhi di una nocciola mutevole, distanti, forse guastati da un leggero strabismo: la pelle è chiarissima e i vestiti neri, un nero deciso e luttuoso. (...) Il padre, per anni, lo ha tenuto piegato, quasi inginocchiato sulla tastiera ore e ore ogni giorno, soprattutto la sera". Schivo sino alla scortesia, non è certo il classico cicisbeo né uomo di belle maniere, come vorrebbe l'elegante e vacua società settecentesca. E forse proprio per il suo carattere scontroso e indipendente non è disponibile ad avallare la volontà del sovrano di reprimere le inclinazioni musicali dell'Infanta, la grassottella e bruttina Maria Barbara. Al contrario, Domenico ne diviene precettore, raffina ed esalta le qualità naturali della ragazza; si crea un legame che durerà nel tempo, anche quando Maria Barbara andrà sposa all'erede di Spagna, e diverrà poi regina. Qualsiasi compositore del tempo, da Vivaldi al cantante Farinelli, avrebbe approfittato della circostanza per avere fama e ricchezza. Non è così per Domenico Scarlati; animato da una cupa frenesia, scompare nelle taverne, dove "ascolta fantasiosi  arrangiamenti traferiti sulle corde, portati da voci femminili". Frequenta, nella Spagna dell'Inquisizione, il mondo dei gitani, dove scopre che "dentro quel popolo di andalusi c'era una civiltà sepolta, e quella civiltà era la musica. Che la guitarra è il libro non scritto attraverso cui una storia viene tramandata. Ma non è solo la guitarra sono le mani, le voci, le dita, persino i piedi. (...) Ci dicono perché il nostro canto è profondo (spiega il vecchio gitano). Ci chiedono il segreto del cante.....E noi rispondiamo: il nostro canto è la ricerca, il nostro canto è il viaggio. (...) un dramma misterioso, un dramma senza finale". Per tutta la vita Domenico insegue qualcosa di indefinibile e lo trova, forse, girando nei quartieri più poveri e malfamati. "Chi avesse sorpreso il maestro in una di quelle notti, l'avrebbe visto leggermente accasciato, un gomito sul tavolo, una gamba allungata, un certo sguardo. (...) Si guarda le mani: la sua relazione è con lo strumento. (...) Quello con lo strumento è un rapporto di interrogazione. Di progressivo disvelamento". Se fosse stato per Domenico gli esercizi musicali, le famose Sonate di Scarlatti, sarebbero andate perse: forse il musicista riteneva che fosse inutile lasciare quelle composizioni incapaci a lenire il suo male oscuro. E' merito di Maria Barbara se noi le conosciamo.

L'impianto del romanzo è qualcosa di intermedio tra la ricostruzione storica e l'indagine introspettiva dei due protagonisti: Domenico Scarlatti e l'Infanta Maria Barbara, nonché le peculiarità della loro relazione. La musica, l'attrazione misteriosa dei Sonetti, hanno prevalso su una narrazione che avesse messo sullo stesso piano i due protagonisti: Maria Barbara resta sullo sfondo, appiattita nei doveri e nei compiti del suo rango; al di là del fascino degli esercizi musicali composti dal maestro, che cosa ha legato veramente Maria Barbara ad un uomo così chiuso e scortese? L'unico dato significativo è la testardaggine di Maria Barbara, la sua determinazione a salvare l'opera di Scarlatti e renderlo famoso. Potrebbe avere spinto la donna un represso amore per l'uomo? Non lo sapremmo mai perché la genesi  musicale e biografica dei Sonetti ha avuto il sopravvento e ha riportato Maria Barbara nell'oblio, dal quale l'autore voleva toglierla.

La scrittura è piana e fluisce tranquilla, senza attrarre né respingere. Solo quando l'autore descrive scorci di Lisbona emergono suggestioni piene di vivi colori. Ecco Lisbona, forse frequentata e amata dall'autore: "qualcosa di torvo, quell'odore degli animi insoddisfatti, degli uomini infelici, (...) e poi la città, aperta su un estuario che è già mare, fatta di colori mutevoli, di salite e discese, di improvvisi azzurri, turchesi, blu oltremarini." "E la Città comprende/E s'accende/ E la fiamma titilla ed assorbe/ I resti magnificenti del sole/E intesse un sudario d'oblio/ Divino per gli uomini stanchi". (Dino Campana, Genova in Canti Orfici).


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