Gradimento Medio
e non lo rileggerei

L'ha ucciso lei

scritto da Ben Jelloun Tahar
  • Pubblicato nel 2008
  • Edito da Einaudi
  • 99 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 21 ottobre 2012

Mohamed è emigrato dal Marocco in Francia per lavorare in fabbrica, una vita dura che gli ha permesso di crescere cinque figli.
Essi gli sono ormai estranei perché integrati nella società francese, mentre lui è rimasto legato alle proprie tradizioni, sentendosi marocchino piuttosto che francese.
La quotidiana fatica di unʼintensa vita lavorativa gli ha permesso di nascondere, innanzitutto alla propria coscienza, il disagio di una cultura che non condivide e il rifiuto dellʼintegrazione, della rassegnazione ai costumi occidentali.
Giunge, però, lʼetà della pensione e non può più sfuggire ad una sensazione di malessere che ha sempre avuto: di essere " uno che non ha mai trovato il proprio posto".
La maggior parte del breve romanzo è la narrazione di un percorso interiore.
Mohamed cerca in tutti modi di dare un senso alla vita da pensionato francese, ma dovrebbe trascorrere le sue giornate al bar, " bere birra ? Neanche per sogno.
Guardare la Tv, seguire i risultati delle corse, fantasticare su quelle ragazze seminude che popolano i telefilm americani ?" O seguire il consiglio di un compaesano: trasferirsi al paese e prendersi una bella ragazza come seconda moglie.
Nessuna delle due soluzioni è possibile.
È troppo forte in lui il legame con la propria tradizione, la religione, la terra, i costumi del suo Marocco.
La sua rettitudine e il suo senso del dovere famigliare non gli permettono, neanche, di offendere la moglie e di mettersi in contrasto con i figli.
" Mohamed si incamminò, con i pugni chiusi nelle tasche.
Pensava ai propri figli ed ebbe la sensazione di averli persi.
Si sentì precipitare nel vuoto, scaraventato nel nulla come un sacco di macerie.
Un sacco pieno di cose che non servono più.
In questo sacco cʼera un ratto morto da tempo.
E ne emanava un fetore insopportabile.
Si disse, Io sono il sacco e il ratto, sono le pietre e il ferro arrugginito, sono lʼanimale che nessuno ama ...
Mohamed non esiste più.
Più nessuno pensa a lui, invoca la sua presenza.
È finita, è giunto al termine del lungo cammino".
Ed allora Mohamed reagisce a questa angoscia nellʼunico modo che è immaginabile per lui, emigrato ed estraneo alla nuova patria: ritornare al proprio paese, costruire una grande casa in grado di accogliere tutta la sua famiglia.
Ma come gli disse unʼombra che gli comparve dinanzi, questo edificio sarà " un luogo di penitenza per anime perse come te, stranieri che non sanno più chi sono né da dove vengono".
Lʼultima parte del romanzo è, appunto, il racconto di questo percorso, che non può finire che con una morte solitaria, seduto in una poltrona che " sprofondava ogni giorno di più ...
solo la testa sporgeva ( sino a che) il quarantesimo giorno la terra inghiottì la testa..
(e) in pochi giorni la tomba si ricoprì dʼerba verdissima".
E come se il Marocco lo riprendesse dopo una vita di esilio: un immagine tenebrosa ma bellissima.

Il romanzo affronta alcuni temi tradizionali della condizione dellʼemigrato, in bilico tra la terra dʼorigine e il paese di accoglienza.
La pensione è lʼelemento scatenante per uomini che nel lavoro hanno trovato il modo per nascondersi quel profondo disagio esistenziale, che deriva da una condizione sempre più isolata, se non in contrasto, con le nuove generazioni.
È molto interssante che tutto il racconto ruoti intorno al rapporto intergenerazionale, piuttosto che affrontare scontate problematiche culturali e sociologiche.
Lʼelemento peculiare del romanzo è la figura di Mohamed.
Non cerca scappatoie e mezze misure, ma affronta, caparbiamente e miseramente, la propria estraneità rispetto alla società francese e il sogno di un ritorno alla propria cultura.
Ma allora a chi si riferisce lʼautore con quel Lei del titolo: alla nostalgia per la sua terra che lo ha ucciso o, invece, proprio alla rettitudine di Mohamed che lo porta a non accettare compromessi ?

Scritto molto bene, è un peccato che si senta unʼimpronta intellettualistica, che toglie sincerità alla narrazione.
È troppo forte il salto tra gran parte del libro, fatto di introspezioni psicologiche, e la parte finale, onirica e surreale.

Perché leggerlo ? È scritto molto bene, lʼautore si perde, tuttavia, nei meccanismi psicologici del protagonista.

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