<< Se questo fosse, ad esempio, un racconto di Hemingway, già al secondo capoverso il suo protagonista starebbe sparando ai fascisti, (...) un'infermiera si sarebbe innamorata di lui (...). Naturalmente, si tratterebbe di una donna così meravigliosa e premurosa da morire insieme al bambino durante il parto, pur di salvarlo dalla monotonia della vita familiare. (...) Tuttavia, io non sono Hemingway. Guardando realisticamente le cose, per lo più faccio solo da comparsa nel mio racconto personale>>. La narratrice, una tale nullità che non ci viene detto neanche il nome, è una giovane donna che passa il tempo davanti alla TV a guardare le amate serie televisive. Come fanno i giapponesi a barricarsi in casa, non l'hanno una madre? Ed essa a costringere la nostra protagonista a lasciare la propria cuccia, così confortevole e protettiva, per andare al funerale della zia Stana, che si è strozzata con un ossicino di pollo. Si ritrova scaraventata dentro le ancestrali e corrose relazioni familiari, nel villaggio della propria infanzia, dove riaffiorano le dinamiche dell'adolescenza, da tanto tempo rimosse o solo seppellite nel più profondo dell'animo. Il racconto è causticamente ironico e insieme così violento da richiedere alla narratrice di fermarsi spesso <<e prendere una boccata d'aria fresca>>. I parenti sono figure estreme, caricature dei ruoli che s'incontrano in ogni famiglia: le personalità forti e quelle remissive, gli odii e i disprezzi reciproci solidificatesi negli anni, la ripetitività dei comportamenti e dei gesti, l'avidità per un eventuale eredità. E al centro lei, la narratrice, invisibile, come quando <<i conducenti degli autobus mi passavano accanto senza fermarsi, anche se mi mettevo in mezzo alla stazione facendogli persino un cenno con la mano>>. Gli avvenimenti precipitano. Una pioggia torrenziale travolge tutto, trascina la nostra protagonista in una fossa di fango dove finalmente potrebbe marcire in pace; anche se, per la sua sfortuna, è probabile che degli scavi archeologici la riesumeranno dopo secoli: <<non c'è verso che la gente vi lasci in pace>>! Quando per un colpo di fortuna trova un bel rotolo di euro, nascosto in un cappotto. << In quel momento, mi è balenata in mente un'idea geniale. Mi piacerebbe raccontarvela nei dettagli, ma purtroppo non ne ho il tempo. La collina sopra di me scomparirà in una terribile esplosione, e ora come ora non ho granché voglia di partecipare allo spettacolo. Devo partire subito. Se non mi affretto, tutto può ridursi facilmente in polvere>>.
Il romanzo è ambientato in Bosnia, ma il contesto potrebbe essere il Giappone, l'Italia, qualsiasi parte del mondo. Il fascino e il limite di molti scrittori dell'Europa dell'Est sono l'universalità delle loro storie. Come in "Melanconia della resistenza" di Làslò Krasznahorkai e in "La buona condotta" di Elvira Mujcic (si vedano le recensioni in questo sito), anche in questo caso l'autrice si muove in una dimensione astorica, surreale e kafkiana. Se da un lato ci si ritrova nella narrazione (chi di noi non è stato a un funerale tra parenti sconosciuti?), dall'altro non si percepisce il dramma di un Paese, come la Bosnia Erzegovina, da anni lacerato da differenze religiose, linguistiche e nazionali, sempre in bilico sulla guerra civile. O è questa una fuga da una realtà difficile e angosciante, che permette di raccontare storie incredibili, come dice l'autrice nella postfazione? Sotto il profilo narrativo la lettura scorre piacevole all'interno di una trama ben costruita, anche se alla fine ripetitiva e scontata. E' vero che la narratrice è una "comparsa", ma il racconto diviene più interessante proprio quando lei emerge, con suggestive finestre sulla sua vita e con evasioni oniriche, troppo brevi scorci sulla sua personalità.
Perché leggerlo? Per la sua rappresentazione ironica e surreale di una famiglia.