Gradimento Medio
e non lo rileggerei

The Grass Harp (l'arpa d'erba)

scritto da Capote Truman
  • Pubblicato nel 1945
  • Edito da Vintage Int. Edition
  • 120 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 02 aprile 2017

"Lʼarpa dʼerba" è un romanzo di formazione, ma va letto come una assonanza di immagini meravigliose e suoni straordinari, "unʼarpa di voci che raccontano una storia" E a noi non resta che ascoltare.
Come già si è visto nel "Giorno del Giudizio" di Salvatore Satta, la rimembranza non è un succedersi di eventi, una sequenza di situazioni e personaggi; è invece come chiudere gli occhi "per fissare la loro immagine, (...) una serie di ricircoli, anelli che non evolvono con la libertà di una spirale: per me passare dallʼuno allʼaltro è stato un salto, non un cambiamento graduale".
In questo caso a ricordare è un adolescente: Collin.
Orfano di entrambi i genitori viene accolto nella casa delle zie, in una piccola cittadina di campagna.
Verena, la più giovane delle due sorelle, è una donna autoritaria, esperta negli affari, sempre pronta ad imporre regole e restrizioni.
Dolly, lʼaltra sorella, è bizzarra, con gli occhi di "una persona dotata di un naturale talento, gentili, trasparenti occhi, di un colore verde luminoso, come una crema alla menta".
E poi cʼè lʼunica amica di Dolly, Catherine.
"Erano sempre insieme ed ogni cosa che dovevano dire lo dicevano lʼuna allʼaltra: appoggiando lʼ orecchio ad una trave potevo ascoltare lʼaffascinante tremore delle loro voci che fluivano come un ronzio tra i vecchi tramezzi di legno.
(...) Lo so: Dolly, dicevano, era la croce di Verena.
(...) Forse era così.
Ma quelli furono anni felici.
(...) Se qualche folletto volesse farmi un regalo, mi dovrebbe dare una bottiglia colma delle voci di quella cucina, gli ha ha ha e i bisbigli del fuoco, una bottiglia strapiena degli odori di forno, di burro e di dolci, anche se Catherine puzzava come una scrofa in calore".
Verena, sempre avida di guadagni, vorrebbe che la sorella accettasse di mettere in commercio le ricette di erbe naturali, delle quali Dolly è famosa, ma anche giustamente gelosa.
Per la prima volta le due sorelle si scontrano e Dolly, così fragile e docile, mostra tutta la sua caparbietà: decide di andarsene, porta con sé Collin e Catherine e sceglie come dimora un albero: "spazioso, robusto, (...) era come un battello fluttuante su un mare di rami, (...) Dolly sapeva, e faceva in modo che io sapessi, che era una nave, che starci era veleggiare lungo le coste nuvolose di ogni sogno, (...) noi le appartenevamo, come le appartenevano i rami illuminati dal sole, nido di uccelli notturni." È un scandalo, è chiaramente una rivolta, verso Verena e contro lʼintera città.
Ed infatti più volte lo sceriffo, il reverendo, i compaesani vanno sotto lʼalbero per convincere Dolly a scendere.
La situazione diviene ancora più imbarazzante quando un vecchio giudice in pensione si aggiunge ai "rivoluzionari", i quali a loro volta permettono che si accampi vicino allʼalbero una strana e numerosa famiglia di vagabondi.
Lʼordinata vita cittadina è sconvolta.
Si arriva allo scontro fisico, allʼazione di forza, Catherine viene arrestata.
Alla fine sarà Dolly a decidere: la sua saggezza, e lʼaffetto per la sorella, per Collin e Catherine, la convincono a scendere, anche perché Varena ha compreso di aver sbagliato.
Il racconto si conclude con la lunga malattia di Dolly e con la sua morte.
È tempo per Collin di andarsene.

Che cosa simboleggia lʼalbero ? Tante cose: la libertà, il sogno,la natura, e in particolare un legame così forte da sopravvivere alla morte: quello tra Collin e Dolly.
"Avrei inventato qualcuno, una storia per ritrovarla, poiché lei sembrava andare avanti verso il futuro, mentre io ero incapace di seguirla nella mia monotona immobilità".
Ma come andavo avanti nello scrivere "noi fluivamo insieme di nuovo come una corrente dʼacqua che per un istante unʼisola ha diviso".
Come si era già visto nel Grande Gatsby lʼocchio del giovane narratore, un adolescente, illumina con lʼimmaginazione la figura di una modesta donna di provincia e di una banale casa sullʼalbero, costruita da altri ragazzi per gioco.
La fantasia è il mezzo più potente (il solo ?) per trasfigurare la realtà, e renderci felici.

Il primo capitolo è splendido; poi il racconto procede lento, senza ritmo, con troppe divagazioni e con lʼingresso di un numero eccessivo e ridondante di personaggi.
Insomma lo scrittore ha tirato un poʼ per le lunghe, non riuscendo a sviluppare lʼidea geniale della casa sullʼalbero come rifugio e luogo di sogno e libertà.
Forse ha nuociuto aver voluto creare una trama, e non lasciarsi, invece, immergere nellʼ atmosfera misteriosa del bosco: troppa prosa, poca poesia !

Perché leggerlo ? Vale la pena leggerlo solo per il primo capitolo.

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