Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

Open City

scritto da Cole Teju
  • Pubblicato nel 2011
  • Edito da Random House
  • Letto in Inglese
  • Finito di leggere il 31 ottobre 2013

Quando si camminava per le strade di una città " ogni decisione, dove voltare, quanto a lungo rimanere perso nel pensiero dinanzi ad un edificio abbandonato, non era consequenziale, e per questa ragione era un segnale di libertà.
Percorrevo i quartieri della città come se li dovessi misurare con il mio passo, e le stazioni della metropolitana servivano come ricorrenti motivi del mio procedere senza fine".
Il protagonista e narratore di questo romanzo è un giovane psichiatra di origine nigeriana, figlio di un coppia mista, padre africano e madre europea.
Trascorre gran parte del tempo libero vagando per le strade di New York.
" Le camminate venivano incontro ad un bisogno: esse erano una fuga dallʼambiente mentale, strettamente regolato, del lavoro e una volta che le scoprii come una terapia esse divennero una cosa normale, ed io dimenticai comʼera stata la vita prima che io iniziassi a camminare".
Errare a piedi per la città è una grande metafora.
È un percorso toponomastico, una scoperta geografica e come tale " un regime di competenza e di perfezione".
Nel contempo è un viaggio nel labirinto della mente.
Come la pianta urbanistica di una città, la mente umana è una rete di intersezioni logiche, un modello razionale, allʼinterno del quale, tuttavia, noi ci muoviamo a salti.
Sono sufficienti unʼimmagine, uno stralcio di un discorso, un incontro casuale per portarci " lontano", ad altre immagini, a ricordi, alla profondità dellʼinconscio verso un " io" mai compiutamente esplorato e dischiuso.

Il romanzo può essere letto su tre livelli.
Innanzitutto è un resoconto del vagabondaggio urbanistico del protagonista.
Muovendosi senza meta egli incontra dei luoghi, descritti minuziosamente nella loro storia e funzione urbana; essi sono anche, e soprattutto, spartiacque tra quartieri e punti di imprevedibile svolta del percorso a piedi.
Camminare permette di travolgere il modello razionale, in quanto non si è costretti a seguire direttrici di traffico, e ciò porta, senza volerlo, a zone inaspettate della città, importanti per la storia ma ormai dimenticate nella coscienza degli abitanti.
Lʼimprovvisazione e la lentezza del camminare permettono anche di imbattersi in altre persone.
Molti sono incontri occasionali, altri invece riguardano frequentazioni abituali, ma sempre incontrate per caso.
Comunque sia, esse danno lʼopportunità di farsi narrare la vita degli altri, i loro ricordi, le loro aspirazioni e le idee che animano la loro esistenza.
Il nostro protagonista non ama parlare, preferisce ascoltare, ma lo fa senza curiosità, quasi dovesse assolvere, anche fuori dal lavoro, alla sua professione di psichiatra.
La città offre, poi, scoperte inattese, che riportano al secondo livello di lettura del romanzo: i genocidi compiuti dallʼuomo occidentale.
È incredibile, ma in Manhattan stessa, nel centro del capitalismo mondiale, ci sono luoghi che rimandano alla strage delle popolazioni autoctone, così come interi quartieri, fatti di grattacieli e di palazzi, sono stati edificati su un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi, morti nelle traversate dallʼAfrica o deceduti appena giunti in America.
Con tutta la sua prosopopea lʼ Occidente non rispetta neanche il culto dei defunti ! La città esprime, quindi, una ferita cosmica, un dolore universale, latente e nascosto nella coscienza dellʼuomo contemporaneo.
Il vagare senza meta suscita anche rimembranze, portandoci al terzo livello del racconto: lʼinfanzia con la breve ed intensa relazione con la nonna materna, il funerale del padre, lʼaccademia militare dove il giovane protagonista ha compiuto gli studi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti.
È la Nigeria, che riaffiora, con il suo spiritualismo così lontano dalla cultura occidentale.
Ma è soprattutto il rapporto non risolto con la madre, la quale porta con sé una ferita profonda: ella è frutto di uno stupro, del quale fa una colpa alla nonna materna, sua madre, e alla terra natale, il Belgio.
Inseguendo il labirinto della mente il protagonista è quindi arrivato ad un punto oscuro, il dolore esistenziale della madre, che le ha impedito di amare veramente il figlio.
Siamo giunti alla conclusione del viaggio nellʼinconscio ? Cʼè qualche cosʼaltro che il protagonista non vuole riconoscere ed accettare ? Nel peregrinare lungo le strade della città il protagonista incontra casualmente la sorella di un amico dʼinfanzia.
È lei a riconoscerlo e a parlargli.
Si scambiano i classici convenevoli di chi non si vede da molto tempo, tra persone la cui relazione è stata superficiale e poco importante.
Lʼamica invita il protagonista ad un party presso la casa del fidanzato.
Mentre guardano dal terrazzo le innumerevoli luci di Manhattan, lʼamica prende da parte il protagonista e gli ricorda che, " quando ella aveva quindici anni ed io ero di un anno più giovane .....
io avevo forzato me stesso dentro di lei...
dopo, lei disse, nelle settimane che seguirono, nei mesi ed anni che seguirono, io avevo agito come se non sapessi nulla, lʼavevo persino dimenticata al punto di non riconoscerla quando ci incontrammo nuovamente, e mai cercai di prendere atto di ciò che avevo fatto ...
ma non è stato così per lei, ella disse, il piacere della negazione non è stato possibile per lei".
" Ciascuno di noi deve, a qualche livello, prendere sé stesso come il metro di giudizio per la normalità, deve assumere che la dimora della propria mente non è, non può essere, interamente opaca a lui" Per me sono sempre lʼeroe " e così, che cosa vuol dire quando, nella versione di un altro, io sono il cattivo ?" Il romanzo si conclude con una metafora altamente evocativa.
La statua della Libertà è ciò che tutti gli emigranti vedono in arrivo verso New York.
Eppure contro questa grande statua si fracassano centinaia di uccelli, spinti dalle correnti e dal vento.
Esiste un sistema preciso di statistiche che registrano ciascuna morte: la specie, il numero, la data e le condizioni del tempo.
Con una precisione scientifica si vuole dare razionalità ad un fenomeno cosmico ed esistenziale, che racchiude il destino di ciascuno di noi, come popolo emigrante e come individuo alla ricerca di sé stesso.

Siamo di fronte ad un libro complesso, difficile nei suoi contenuti, intellettualmente ricco ma poco vigoroso, per certi versi criptico e prolisso.
A sorreggere una inesistente trama narrativa ed un altrettanto fragile sistema di personaggi è la scrittura: un inglese elegante, delicato, sofisticato e semplice ad un tempo.
Si legge con piacere ma ci si perde nella dispersione della narrazione e nello sforzo ossessivo di dare spazio a troppi argomenti e riflessioni.
Perché non leggerlo ? Troppo lungo e prolisso.
Ci si perde.

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