Gradimento Medio
e non lo rileggerei

Microcosmi

scritto da Magris Claudio
  • Pubblicato nel 1997
  • Edito da Garzanti
  • 273 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 12 dicembre 2011

Microcosmi è un insieme di " frammenti che a poco a poco si compongono in un romanzo ordinato, la cui struttura e il cui senso (gli) si rivelano alla fine, come accade nella vita".
E la vita è un insieme di luoghi, " luoghi e cose, difficilmente separabili dalle persone amate e dallʼimmagine del mondo che le avvolge".
Il primo frammento è il Caffè San Marco a Trieste, che dà il segno alla narrazione: un viaggio dove non ci si muove mai.
" Seduti al caffè, si è in viaggio; come in treno....
non si può apporre a nulla una vanitosa impronta personale, non si è nessuno.
In quel familiare anonimato ci si può dissimulare, sbarazzarsi dellʼio come di una buccia".
E che cosa cʼè di più immobile e nel contempo vitale delle lagune e dei grandi boschi ? Il racconto procede con la descrizione ricca di suggestioni e di ricordi del mare di Grado e delle foreste del Monte Nevoso.
Qui il bosco non è un luogo naturale o fantastico, ma è " insieme esaltazione e cancellazione di confini, una pluralità di mondi differenti e contrapposti, pur nella grande unità che li abbraccia e dissolve".
il capitolo successivo, dedicato alle colline torinesi, crea una placida e dolce atmosfera ( forse anni sereni e felici dellʼautore), che ci fa pensare che " anche sparire potrebbe essere una festa, come perdersi fra le colline che di sera sembrano un mare, grandi e calme onde del respiro lungo, possente".
E viene voglia di " salire in camera e lasciare che il mondo si arrangi".
I capitoli seguenti ( Assirtidi, che riguarda le isole della Croazia, in particolare Lussino e Cherso) e Antholz ( una valle dei Tirolo) portano a luoghi ( non detti esplicitamente) di vacanza dellʼautore.
Sono le pagine meno felici del libro, troppo ricche di citazioni storiche e di ambienti difficilmente identificabili dal lettore.
Con il capitolo dedicato al " Giardino pubblico" ( una vera chicca letteraria), Magris ci porta bruscamente alla propria infanzia facendola emergere in un bambino, che porta un pesce rosso agonizzante nel piccolo lago del giardino per cercare di farlo sopravvivere.
Il Giardino è un luogo di svago, ma anche di proibizioni.
Inoltrarsi nel giardino è per il bambino come immergersi nellʼacqua profonda, trovarsi " oltre tutte quelle porte che di solito sbarrano lʼingresso nel suo cuore segreto".
Il Giardino pubblico rispecchia la complessità e la varietà dellʼanimo umano.
Lʼio è come il Giardino una foresta oscura, un insieme di luoghi aperti, di grandi alberi secolari, di anfratti: " la foresta è tuttʼintorno, ma non si è dentro la foresta, soglie invisibili sbarrano il cammino ...
si è fuori, esclusi dal bosco, che forse incomincia un metro più avanti, ma la porta per entrare e arrivare dove cʼè quel rosicchiare e borbottare non si trova".
Il ritorno del bambino a casa introduce al capitolo finale, dal misterioso titolo " la volta", che finalmente parla esplicitamente di un episodio della vita dellʼautore, facendo emergere con estrema tenerezza la figura della madre.
Come in un sogno, il bambino ricorda un bombardamento aereo e la fuga in un rifugio, dentro una chiesa.
Il bambino ha paura ma è insieme con gli altri (" in tutta la chiesa, ci si salutava, ci si dava la mano, qualcuno si abbracciava") ed allora " non si stupì di vedersela accanto ...
mettiti a dormire, gli disse, ti sveglio io quando è il momento".
Ha paura ma sente delle voci che lo rassicurano.
Sono " due voci, quasi identiche alla sua, i figli, che avevano riempito la casa, i giorni, la vita, e gli dicevano di non aver paura".
Il ciclo della vita si chiude, dallʼinfanzia alla vecchiaia, tra le persone amate.

Microcosmi ha diverse qualità: lʼespediente letterario dellʼautore di narrare luoghi e persone della propria vita senza mai ricorrere allʼio, una scelta felice in una era, come la nostra, così narcisistica; la scrittura estremamente elegante, che sovente si innalza a livello della poesia; la profondità e lʼacutezza di molti pensieri, messi lì con noncuranza, dei veri e propri aforismi.
È difficile individuare un senso complessivo a frammenti di narrazione.
Si può dare, forse, una lettura psicoanalitica: riandare ai luoghi più significativi della sua vita permette allʼautore di ritornare alla propria infanzia, alla madre e di trovare un legame tra i diversi momenti della vita.
Ricorre poi la metafora della porta, ossia della difficoltà di entrare, ma dove ?, forse nella propria coscienza.
I pregi del libro sono anche i suoi difetti: non cʼè una trama, i riferimenti e le disgressioni sono spesso noiose, lo stile narrativo scivola facilmente nella ricercatezza erudita, perdendo di schiettezza.
Si sente il colto germanista, un pò snob e poco accogliente.

Perché leggerlo ? Leggere tutto il libro è pesante.
Vale la pena di soffermarsi solo sui capitoli dedicati al Caffè San Marco, alle colline torinesi e al giardino pubblico, questʼultimo un vero e proprio capolavoro.

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