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Giovanni Raboni

Original biography in Italian.
Giovanni Raboni è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano appartenente alla "generazione degli anni Trenta", insieme ad alcuni dei più conosciuti nomi della letteratura italiana.
Source: Wikipedia(Full article→)

Poems

(original Italian text)

Figure nel parco da "Le case della Vetra" 1966

E dire che ci sono curve spaziose in questi viali, siepi basse o trasparenti… Con la mia vista (poco) mi domando come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo, dall’alto, da dietro le targhe delle piante rare muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con (cura, le corna piene di muschio, a coda bassa. Non domandano non dicono l’ora ai comuni passanti. Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno. Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi, i capelli, aggiustando con cura la cravatta, in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno. Sulla panchina piega minuziosamente mutande, bende, accomoda la stampella, apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte, pronto a farsi redimere o scannare. Alta cm 105 ma in grado di far rotolare una botte con un ramo lungo discese leggerissime scardinatrice di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo di polvere puntando alla quota trappola dello stagno. La cosa impercettibile, quantità di polvere su una scarpa sola o modo di asciugarsi il sudore sulla fronte ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino l’uomo che uccide con la luna piena e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a (chiamare i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia. Commento del 20 giugno 2024 E’ un paesaggio tipicamente urbano, un parco di città in cui si rifugiano persone senza tetto e dove si va a passeggiare; lì c’è il mostro. Il maniaco, l’assassino, il lupo mannaro sono tutti gli incubi della nostra infanzia, richiamati dalle madri e dalle nonne in quelle città degli anni’ 50, ancora abitate dai bambini. E il piccolo Giovanni con i suoi pattini corre per il parco, attento al mostro che si nasconde dietro le siepi (ma come fa non vederlo se sono “basse e trasparenti”?). Si riconosce facilmente il mostro perché è ben vestito e sta per conto suo. Cambiando il punto di vista, dal bambino al maniaco, il poeta immagina i pensieri del mostro, il sadismo crudele insieme con un ordine ossessivo dei poveri indumenti della “strega”. Realtà o fantasia di un bambino? Il piccolo Giovanni non è spaventato, anzi è un eroe, capisce da segni impercettibili la presenza del mostro e corre a chiamare la polizia. Raboni è considerato un poeta civile, che canta le trasformazioni della società milanese con la passione tipica di un intellettuale impegnato, e non rinchiuso nell’intimismo psicologico (come in Valduga) né in un pessimismo nostalgico, come in Zanzotto. Si sente la stessa passione di Pasolini, senza quel soffermarsi su preziosismi stilistici (si pensi all’uso frequente dell’ossimoro). La rima si percepisce appena, s’intravede nella successione delle vocali e delle sillabe: si pensi a “domando… fondo, cura ..ora, cravatta… stampella”. Ogni verso è chiusa in un punto ma il ritmo nasce da questa strana rima. Nella sua raccolta di poesie contemporanee Alberto Bertoni ritiene che in questo componimento Raboni si sia ispirato a un episodio delle Metamorfosi di Ovidio, dove Apollo insegue la ninfa Dafne (ma quante volte ritorna questo racconto nella poesia italiana?), o a un poemetto di Stephane Mallarmé (il pomeriggio di un Fauno 1876); a me pare più corretto dire che qui “bada a porre in primo piano un mondo visto dal basso dei reietti e degli emarginati, con conseguente abbassamento straniato dell’io lirico, apertura e modalità (anche sul versante metrico-ritmico non di rado avvicinato a intonazioni prosastiche) e memoria viva dei vangeli apocrifi” (Alberto Bertoni “la poesia contemporanea” 2012).

Ci sono sere che vorrei... da "Quare Tristis" 1998

Ci sono sere che vorrei guardare da tutte le finestre delle strade per cui passo, essere tutte le rade ombre che vedo o immagino vegliare nei loro fiochi santuari. Abbiamo, sussurro passando, lo stesso sogno, cancellare fino a domani il sogno opaco, cruento del giorno, li amo anch'io i vostri muri pallidamente fioriti, i vostri sonnolenti acquari televisivi dove i lampadari nuotano come polpi, non c'è niente che mi escluda tranne la serratura chiusa che esclude voi dalla paura. Commento del 5 ottobre 2024 La poesia esprime la comunanza con il mondo, con gli altri ritirati “nei loro chiusi santuari”. Che cos’è che ci unisce? E’ lo stesso sogno: dimenticare la visione di una vita quotidiana opaca e cruenta, spenta e crudele a un tempo. Questa appartenenza allo stesso destino porta ad amare le testimonianze squallide della vita borghese, come i terrazzi “pallidamente fioriti” e “i sonnolenti acquari televisivi”. Non ci sarebbe nulla che possa escludere il poeta se non la stessa chiusura da parte dell’altro, la paura che ci sovrasta. La nota di speranza in apertura si estingue verso la fine del componimento; Raboni, poeta sociale per eccellenza, coglie l’attuale dimensione esistenziale: la paura verso l’altro. Vissuto nel passaggio da una società ricca di voglia di partecipazione, il poeta esprime l’atmosfera emergente dagli anni ’70, quelli del terrorismo, e dagli anni’80, quelli del consumo individualistico e portatore dell’indifferenza. Nella prima stanza, che si conclude con “santuari”, non collocata alla fine della frase, il ritmo è fornito dalla lettera “e”, dove vegliare riprende guardare (perché osservare è come custodire) e strade e rade forniscono un’assonanza comune. La seconda stanza termina semplicemente con una virgola, per non creare una cesura così come è avvenuto con la prima. La lettera “o” permette di giocare con le assonanze della parola sogno e avvia lievemente, con “amo”, alla terza stanza, articolata nei suoni, quasi a indicare il ripiego su se stessi.