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The Yiddish Policemen' s Union
RecensioneInglese

The Yiddish Policemen' s Union

Sitka è una remota isola dellʼ Alaska, dove lʼautore immagina che si sia insediata una comunità di ebrei, di lingua Yiddish e proveniente dallʼEuropa dellʼEst. I rapporti con i nativi si sono rivelati difficili tanto da indurre il governo degli Stati Uniti a trasferire gran parte degli ebrei in altri paesi. In una situazione sospesa nellʼincertezza, Landsman, ebreo scettico e deluso, è un commissario di polizia, solo, alcolizzato e lasciato dalla moglie, che viene coinvolto nellʼomicidio del figlio di un potente capo di una setta ebraica. Malgrado gli ostacoli frapposti dalle stesse autorità di polizia, Landsman persegue in modo testardo la ricerca degli assassini per scoprire che esiste un complotto internazionale per far saltare la grande Moschea di Gerusalemme. > I tempi sono sempre stati strani per essere un ebreo, così come lo sono sempre stati per una gallina . Questa frase può sintetizzare il libro, il cui motivo fondamentale è lʼisolamento della società ebraica, sempre più rinchiusa in visioni escatologiche: la ricerca della terra promessa, lʼattesa del Messia, lʼattrazione per i simboli magici ed esoterici. Ma in realtà dominano anche il denaro e il potere. Lʼavvio del romanzo è promettente, in quanto lʼautore rende efficacemente la figura del protagonista, il contesto freddo e rigido dellʼ Alaska, nonché riesce a creare la suspense tipica di un racconto poliziesco. Lʼimportanza nella trama del gioco degli scacchi, la vittima era un grande campione, introduce un elemento stimolante generando aspettative legate, appunto, agli schemi di questa disciplina. Poi il libro scivola nello zibaldone, si affollano gli elementi narrativi più scontati della fiction dʼassalto: abbondanza di personaggi, relazioni familiari sempre più complesse, gruppi terroristici, servizi segreti ed infine un improbabile complotto internazionale. Gli altri motivi del libro sono la lingua Yiddish e lʼidea, storicamente perseguita, di una terra promessa, non necessariamente in Palestina, dove si potesse usare lʼYiddish come lingua ufficiale. Ma gli «yids» sono in grado di convivere con gli altri? A questa domanda Chabon dà una risposta negativa: non esiste una conclusione felice alla diaspora. Lʼeccezionalità del romanzo, ma anche lʼestrema difficoltà della lettura, risiedono nel linguaggio. Lʼautore travolge lʼinglese imponendo una sua lingua, soprattutto nellʼuso delle parole. Basti pensare, per esempio, che Chabon usa «shalom» per pistola, ma «shalom» in Yiddish significa pace ( in inglese peace), mentre nello slang viene usato «piece» per pistola. Si tratta di un abile gioco di significati, che richiedono una notevole conoscenza linguistica e molta attenzione da parte del lettore. Perché non leggerlo? È un fumettone, prolisso e prevale nettamente lʼintellettualismo dellʼautore, oltre ai suoi problemi esistenziali con il popolo ebraico, cui appartiene.

Michael ChabonHarper Perennial
You, Me & other People
RecensioneItaliano

You, Me & other People

Terminata con fatica la lettura di questo libro, mi pongo la domanda: noi maschi siamo così narcisi da pensare a noi stessi anche quando dichiariamo il nostro amore e chiediamo perdono? A conclusione del romanzo, dinanzi alle rimostranze vittimistiche di Adam, il marito infingardo (i miei genitori «non mi amarono a sufficienza ed ultimamente neanche tu»), Beth, la moglie tradita, dichiara, prendendogli la mano, > ti amai con tutto il mio cuore. (...) Il problema non fu mai quanto, o se ti amassi. Era il modo con il quale tu ricambiavi lʼamore. Metti prima te stesso, non me . Tradimenti, segreti e bugie attraversano lʼintera narrazione. Beth ha scoperto che Adam la tradiva da tempo con unʼaltra donna, più giovane e di grande fascino erotico. Lo caccia di casa: Adam si dispera, ma non fa nulla per riconquistare la moglie, non abbandona lʼamante. Adam ha avuto una relazione molti anni prima: a suo dire un incontro fuggitivo, dal quale, tuttavia, è nato un figlio. Non ha ritenuto di dire nulla alla moglie perché, così dirà una volta scoperto, la madre del bambino voleva crescerlo da sola. A parte il fatto che questa donna è la principale cliente del suo fondo dʼinvestimento (tanto occasionale non poteva essere la relazione!) Adam è costretto a svelare il segreto: il bambino è affetto da leucemia e solo un trapianto di midollo della sorellastra (la figlia di Adam e Beth) può dare qualche speranza di salvezza. Adam ha sempre detto alla moglie che i suoi genitori sono morti in un incidente stradale: ovviamente non è vero, si sono suicidati. Ricapitoliamo: ha tradito Beth, non le ha detto che aveva un figlio, ha tenuto nascosto la verità sulle vere ragioni per le quali è rimasto orfano. Non basta! Beth ha deciso di vendere la casa coniugale; nel fare il trasloco trova tra le cose del marito fotografie e regali per il bambino, dimostrano come Adam avesse sempre seguito la vita del figlio. È lʼennesima bugia! E ce ne sarebbero altre, che risparmiamo al povero lettore! Accanto ai segreti e alle bugie di Adam ci sono le storie di altri personaggi, a cominciare dalle vicende e dai sentimenti di Beth. Mentre gli altri si evolvono, cambiano, liberandosi dal passato e trovando nuove strade, Adam è sempre lì: dichiara il suo amore, dà per scontato il perdono, si stupisce di non essere nuovamente accolto. E Beth? Si è vero, si è fatta unʼaltra vita, ma respinge lʼex marito con dolcezza materna, quasi con colpa. Ed allora mi chiedo: non è che noi maschi siamo fatti così, fatui, egocentrici, fragili e sempre pronti a farci compatire, perché immenso è lʼaffetto delle donne per noi? La storia è esageratamente densa di vicende, anche inverosimili, a scapito dellʼapprofondimento dei personaggi, ripetitivi e scontati. La struttura rende particolarmente pesante il romanzo: i capitoli si susseguono alternando lʼio narrante: una volta Beth, unʼaltra Adam, e così per tutto il racconto. Questo espediente letterario, apparentemente originale, non dà ritmo narrativo; inoltre, prevalgono i dialoghi, di fatto soliloqui, con gli interlocutori meri megafoni dellʼio narrante. Sembra, quasi, che lʼautrice non sia stata in grado di analizzare i personaggi così come il contesto (totalmente carente) e si affidi alla forma del colloquio: modalità che non può reggere la narrazione quando si tratta di prosa, e non di teatro, dove ci sono gli attori che danno forza ai personaggi. Perché non leggerlo? Storia inverosimile e superficiale, ritmo narrativo noioso, racconto prolisso.

Fionnuala KearneyHarperCollins