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The Tale of Murasaki (la storia di Murasaki)
RecensioneItaliano

The Tale of Murasaki (la storia di Murasaki)

Come si legge in Wikipedia, Murasaki Shikibu (973-1014) è stata una poetessa giapponese famosa per il poema «Storia di Genji», scritto probabilmente intorno all'anno mille quando la donna era dama di corte. Murasaki (in giapponese viola) è il nome della protagonista femminile del romanzo; nome attribuito anche alla poetessa in quanto di lei non si conosce quello reale. La «Storia di Genji» assunse in breve tempo un'ampia diffusione tanto da fare di Murasaki un'icona, esaltata come fondatrice della lingua giapponese, finalmente portata allo stesso rango della dominante letteratura cinese: insomma, Murasaki può essere considerata una sorta di Dante giapponese. A conferma della fama popolare di Murasaki una leggenda vuole che la poetessa cominciò a scrivere l'opera in estasi dinanzi alla luna piena e, presa dalla frenesia, usò il retro delle sutra (testi sacri del buddismo giapponese) e per questo finì all'inferno. Nella sua biografia romanzata Liza Dalby ripercorre la vita di Murasaki: la giovinezza e lo studio del cinese malgrado l'esclusione delle donne dalla formazione letteraria (quando il padre elogiò la figlia agli amici, questi gli fecero notare che era tempo che si sposasse), i primi sonetti con l'invenzione di Genji, il soggiorno a Echizen, dove finalmente venne in rapporto con i marinai, i mercanti e i diplomatici cinesi, il matrimonio con un importante funzionario della corte imperiale, la vedovanza e il ruolo di dama di compagnia dell'imperatrice, ed infine il ritiro in un monastero buddista. Per noi che conosciamo poco del Giappone antico, il romanzo è di grande interesse storico: i rapporti economici e culturali con la Cina, l'approccio verso la natura, proteso a coglierne il «cuore» superando la visione naturalistica della letteratura cinese, la descrizione minuziosa del variegato e attento abbigliamento delle donne giapponesi (incredibile l'attenzione ai colori e alle stoffe), le lotte di potere all'interno della Corte imperiale. Al di là delle tante suggestioni, tramite Murasaki l'autrice affronta un tema centrale: è possibile una «poesia onesta» come diceva Umberto Saba? E' possibile una coerenza tra vita e letteratura? All'inizio del diario immaginato da Dalby, Murasaki afferma che > la vita da sola non è mai stata sufficiente. Diviene reale per me solo quando l'arricchisco nelle storie. Tuttavia, in qualche modo, malgrado tutto ciò che ho scritto, la vera natura delle cose che cercai di afferrare nel mio romanzo riesce ancora a scivolare tra le parole e stare, come mucchietti di polvere, tra le linee . E' una consapevolezza che la poetessa ha fin da giovane letterata ma che trova drammatica conferma via via che Murasaki accetta il doloroso destino delle donne. Genji è un personaggio romantico, femminile e maschile insieme, al quale la donna può affidarsi completamente, con fiducia e sicurezza. > Genji avrebbe dovuto porre fine alla brezza di volontà malata che generalmente distrugge le relazioni tra uomini e donne . E' una fantasia, elaborata per alleviare la propria malinconia e quella delle sue amiche. Le loro scelte la pongono subito dinanzi alla contraddizione tra vita e letteratura: la prima amica va sposa ad un anziano funzionario e in un'opaca solitudine svaniscono i sogni adolescenziali, la seconda si uccide pur di non fare la stessa fine, la terza, con la quale Murasaki ha un'intensa relazione intima, decide di chiudersi in monastero. Il sogno si infrange definitivamente quando Murasaki viene violentata. > Ero irritata di come poco la letteratura ci prepari alla vita reale. (...) Incerta se accadde o no, tristemente spegnendomi, a stento mi accorsi dei ridenti fiori del mattino .  Potrebbe ritirarsi in un monastero come l'amica, ma ambiziosa e presuntuosa è convinta di poter governare il proprio destino. Già acclamata per il suo romanzo, entra nel palazzo imperiale come dama di corte. > C'era un lato oscuro in quel posto. Talvolta mi ricordava di uno di quelle mostruosamente grandi ragnatele che avevo visto in Echizen . Diviene l'amante del reggente, che la usa come brillante cronista di corte e non ha certo la gentilezza di Genji. Si lascia impigliare nelle lotte di potere, nelle rivalità e maldicenze delle quali è pervaso l'ambiente femminile, nelle molestie sessuali degli uomini ai quali le dame si devono rassegnare. > Mi sentivo come il bruco che sta nascosto nell'ombra, digerendo lentamente esperienze per poterle volgere in qualche cos'altro. (...) Non potevo negare che Michinaga (il reggente) avesse lentamente influenzato il carattere di Genji, ma non era a causa di qualcosa che avesse operato direttamente. Genji era cambiato da solo. Se era divenuto un po' rozzo, bene, ciò era accaduto quando ci si muove nel mondo. (...) Ero venuta alla conclusione che il mio personaggio Murasaki era vissuto più a lungo della sua utilità. Avevo creato una donna così perfetta che non c'era niente da fare per lei se non morire. Ci volle molto tempo a realizzare che avevo bisogno di sacrificarla per andare avanti. E mi ci volle ancora di più prima che realizzassi che il problema non stava in Murasaki, ma in Genji. (...) Il ragno prolifica, perso tra le spoglie canne lucenti per il gelo, incapace di prevedere quando edificherà di nuovo la sua rete . Nella prima parte del romanzo, quando Murasaki non è ancora entrata nel palazzo imperiale, si ha l'impressione che l'autrice stia scrivendo di una giovane donna di Jane Austen: determinata, indipendente, pur all'interno dei vincoli della società. Poi, lentamente, la vitalità appassisce, subentra la rassegnazione, Murasaki si piega assoggettandosi al potere degli uomini. L'attenzione dell'autrice si sposta sul contesto, la narrazione diviene dettagliata e ripetitiva, perde di ritmo, quasi che la scrittrice non sapesse, o non volesse, scandagliare l'animo di Murasaki. E' vero che la poetessa torna spesso a casa, per riposarsi e concentrarsi nella sua opera, ma perché accetta di farsi di nuovo intrappolare: non era possibile, attratta dalle lusinghe del potere, dalle capacità ammaliatrici del reggente? Sono domande alle quali sarebbe stato intrigante dare una risposta. Io ne ho una: la ricerca della gloria. La scrittura è elegante, raffinata, ricca in termini lessicali all'interno di una sintassi lineare. Il ricorso in brevi poesie, in giapponese e inglese, evoca l'atmosfera romantica e raffinata del mondo letterario giapponese, di Murasaki e della stessa Dalby: i sonetti sono di particolare bellezza e suggestione. Dispiace che nella seconda parte la narrazione perda di ritmo e diventi prolissa e noiosa. Perché leggerlo? Interessante sotto il profilo storico, affascinante la figura di Murasaki

Liza DalbyRandom Penguin Book
Taras Bul'ba
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Taras Bul'ba

Per noi che abbiamo sognato le battaglie e gli eroi dell'Iliade, Taras Bul'ba di Gogol ci ricorda il grande poema omerico (vedi recensione in questo sito). C'è un popolo guerriero, il cosacco, che sorse dall'«antico pacifico spirito slavo» come una «vampata di fuoco», > una straordinaria manifestazione della forza russa, che l'acciarino delle sventure fece sprizzare dal seno della nazione. In luogo degli antichi principati, delle minuscole città, piene di allevatori di cani e di cacciatori, in luogo dei piccoli signori che con quelle città guerreggiavano e commerciavano, sorsero stanziamenti temibili, unità militari, campi trincerati, legati al comune vincolo del pericolo e dell' odio per i predatori miscredenti , l'ottomano così come il polacco cattolico. C'è poi una città, che, come Troia, resiste all'assedio dei cosacchi, e c'è Agamennone con Achille ed Ettore: è Taras e i suoi figli, Ostap e Andrij. Con pennellate superbe Gogol ne tratta i caratteri. > Taras era uno dei vecchi colonnelli autentici. (...) Egli amava la semplice vita cosacca. (...) Perpetuamente inquieto, si considerava legittimo difensore dell'ortodossia. (...) Otsap era considerato uno dei migliori compagni. (...) Era duro a cedere a stimoli che non fossero quelli della lotta o di una allegra sfrenata bevuta. (...) Anche Andrij ardeva della sete di distinguersi in imprese di guerra, ma l'animo suo era accessibile ad altri sentimenti. (...) L'immagine della donna cominciò sempre più spesso a sorgere nella sua immaginazione ardente , tanto più dopo che a Kiev aveva conosciuto una giovane aristocratica polacca. Sullo sfondo non ci sono solo accampamenti militari, bevute collettive, saccheggi e combattimenti, Gogol canta anche la pianura ucraina, la cui natura > non aveva bellezza che si potesse eguagliare; tutta la superficie della terra appariva come un oceano verde-dorato, su cui fossero zampillati milioni di fiori variopinti. (...) Immobili, levati in cielo, si libravano gli sparvieri ad ali spiegate e gli occhi fissi sull'erba. Il grido di uno stormo di oche selvatiche in moto riecheggiava da chissà mai quale lago remoto. In un'atmosfera epica e lirica insieme, si sviluppano le tragiche vicende di Taras e dei suoi figli, una sorte di metafora del destino dei cosacchi, che scompariranno dalla storia sotto il dominio zarista. Invaghito della bella polacca, Andrji tradisce i compagni ma Taras non è Priamo. > Tradire così? Tradire la fede? Tradire i compagni? urla Taras incontrando Andrji, > stai lì fermo e non ti muovere! Io ti ho generato e io ti ucciderò!. Sovrastati dall'esercito polacco, i cosacchi soccombono, Ostap è mandato al patibolo. Dinanzi alla morte il giovane esclama, quasi a cercare un ultimo aiuto dal padre. > Babbo, dove sei? Senti tutto questo?, Lo sento, si udì nel silenzio generale e nello stesso istante migliaia di uomini rabbrividirono. La voce di Taras si perde nel nulla, nella morte, mentre il grande fiume scorre tra molte insenature e banchi di sabbia, > vi echeggia lo stridore sonoro del cigno, e la fiera anitra selvatica lo percorre veloce. Chi ha letto la recensione sino a questo punto si chiederà di cosa stiamo parlando: chi erano questi cosacchi? Chi è interessato a saperlo, può fare una ricerca sulla rete; qui è sufficiente dire che parliamo di una storia lontana nel tempo e nello spazio, quasi una leggenda. Gli avvenimenti raccontati da Gogol riguardano l'Ucraina e il Seicento; ma Taras Bul'ba parla anche di oggi. Gogol è il cantore di un popolo che vuole essere disperatamente libero, divenendo in tal modo l'araldo di tutte le genti che combattono per la propria terra e il proprio destino. Leggiamo le sue parole, squillanti di dolore sociale, allora come oggi, sotto tante violenze e oppressioni.  > Ci sarà, ci sarà un suonatore di bandura dalla barba canuta sparsa sul petto; sarà forse ancora virilmente umano, vecchio soltanto per la testa canuta. (...) Così si diffonderà alta per tutta la terra la loro fama e quanti nasceranno poi alla luce del mondo, tutti parleranno di loro, poiché la voce possente del cantore giunge lontano, (...) chiamando, senza distinzione, tutti gli uomini alla santa preghiera. Gogol è conosciuto per un romanzo incompiuto, «Le Anime Morte» (si veda recensione in questo sito), in cui in tono comico grottesco e con notevole finezza psicologica l'autore descrive la provincia russa, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E' notevole la differenza di stili e di motivi rispetto a Taras Bul'ba, i cui personaggi fanno parte di una storia corale, quasi prigionieri del loro tragico destino, mentre sono un popolo e una terra al centro della scrittura; scrittura che pare riflettere echi di grandi poemi, come la stessa Commedia di Dante; per esempio in similitudini con cui Gogol si serve di episodi della vita quotidiana per descrivere la morte in battaglia.  Un cosacco è trafitto mortalmente da una lancia, > a flotti sgorgò il suo giovane sangue, come vino generoso che in un recipiente di vetro servi malaccorti abbiano portato dalla cantina; (...) il padrone, accorso al rumore, si mette le mani nei capelli; aveva conservato quel vino per un buon momento della sua vita, (...) per poter ricordare (...) il passato, un altro tempo quando, in modo diverso e migliore, si divertivano gli uomini. Perché leggerlo? Libro potente, canto della libertà.

To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)
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To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)

> Mentre tornavo a casa, pensavo che Jem ed io saremo diventati grandi, ma non cʼera molto altro per noi da imparare, tranne lʼalgebra . Con questo giudizio Scout, la piccola narratrice del romanzo, sintetizza le vicende del libro. Ma che cosa ha imparato realmente la bambina? Maycomb è una citta del sud degli Stati Uniti: > una vecchia e stanca città. (...) Nella stagione delle piogge le strade si trasformavano in una rossa fanghiglia; lʼerba cresceva sui marciapiedi, il tribunale affondava nella piazza. (...) Cʼera in realtà un sistema di caste in Maycomb, ma per me lavorava in questo modo: i vecchi cittadini, lʼattuale generazione di famiglie che erano vissute accanto per anni ed anni, erano totalmente prevedibili gli uni agli altri: essi davano per scontato atteggiamenti, cambiamenti di carattere, perfino gesti, poiché si erano ripetuti in ogni generazione e fissati nel tempo. Scout è una bambina vivace, indipendente, irrequieta. Il suo "eroe > è Jem, il fratellino maggiore, il suo riferimento ideale è il padre. Atticus, viene chiamato per nome dai figli, è uno stimato avvocato e rappresentante della città nel parlamento dello stato; vedovo, educa i figli nel rispetto degli altri e della comunità, ma soprattutto secondo valori autentici, di giustizia e libertà. Tutti hanno il diritto al pieno rispetto delle proprie opinioni, ma prima che io sappia vivere con le altre persone, devo vivere con me stesso. Lʼunica cosa che non si attiene alla regola della maggioranza è la coscienza personale > . Scout e Jem trascorrono le lunghe e calde estati nella continua esplorazione del cortile accanto. In particolare li attira una casa, dove vive nascosta una persona, avvolta nel mistero. Chi è? È un essere mostruoso e pericoloso? Perché vive senza mai uscire? I ragazzi cercano in qualche modo di scoprire questo tenebroso segreto. Ed ancora una volta, come in tanti episodi del romanzo, emerge la serena saggezza di Atticus: ciascuno ha il diritto di vivere come crede; ciò che fa Mr. Radley (lʼoscuro personaggio) ci potrebbe sembrare strano, ma ciò che fa non è strano per lui«E poi, è giusto, chiede Atticus,»mettere la storia della sua vita in pubblico così che sia alla mercé dei chiacchiericci dei vicini > ? Atticus tratta i figli alla pari, dando loro consigli ma anche accettandoli: che cosa farei, si chiede Scout, se Atticus non sentisse la necessità della mia presenza, aiuto e consiglio > ? La storia potrebbe proseguire secondo i toni e i ritmi di un racconto dʼinfanzia, quando irrompe una vicenda tipicamente di stampo razzista. Un negro viene accusato di aver stuprato e picchiato una ragazza bianca; Atticus é lʼ avvocato dʼufficio, incarico che accetta pur sapendo che si metterà in contrasto con la comunità. Se non lʼavessi fatto, (dice alla figlia), non avrei potuto andare in città a testa alta, non avrei potuto rappresentare la contea in parlamento, e soprattutto non avrei potuto dire a te e a Jem cosa non fare > . Ciò che si svolge nellʼaula del tribunale conferma la grande abilità di Atticus, come avvocato e uomo. La sua arringa finale è la sintesi di che cosa è la democrazia. Thomas Jefferson una volta disse che tutti gli uomini sono stati creati uguali. (...) Noi sappiamo (...) che alcuni sono più intelligenti di altri, alcuni hanno più opportunità perché sono nati privilegiati, alcuni uomini fanno più denaro di altri...(...) Ma cʼè una cosa in questo paese nella quale tutti gli uomini sono stati creati uguali.(...) Questa istituzione è il sistema giudiziario > . La Giustizia è un ideale, esiste comunque la giustizia perché per la legge tutti gli uomini sono uguali. Atticus si illude: il ragazzo nero, pur chiaramente innocente, viene condannato in quanto negro; poi viene ucciso durante la fuga dal carcere. È una doppia sconfitta: il sistema giudiziario non è imparziale, il ragazzo non ha creduto nella giustizia della legge.Il padre della ragazza bianca decide di vendicarsi in quanto durante il processo il suo onore > sarebbe stato infangato da Atticus; tutti hanno capito che è stato lui a picchiare la figlia. Durante la notte di Halloween Scout e Jem sono aggrediti dallʼuomo. Jem cerca di salvare la sorella e nella colluttazione lʼaggressore si accoltella e si uccide (o viene ucciso dal ragazzo?). Jem, incosciente e ferito, è portato al sicuro proprio da Mr. Radley, il mostro della porta accanto. La storia potrebbe avere un lieto fine, se non fosse che Atticus è convinto che sia stato il figlio ad uccidere lʼuomo e vuole che lo sceriffo proceda contro Jem. Se questa cosa venisse messa a tacere sarebbe semplicemente negare di fronte a Jem il modo con il quale ho cercato di educarlo. Talvolta penso che io sia un totale fallimento come genitore, ma io sono tutto ciò che hanno. (...) Se io convivessi con tutto ciò, non potrei francamente guardarlo negli occhi, e il giorno in cui non potessi farlo saprò di averlo perso. Non voglio perdere lui e Scout, perché essi sono tutto ciò che ho. > Lo sceriffo rifiuta di procedere, forte della sua autorità, concludendo in modo sconcertante: lasciamo che il morto seppellisca il morto > , ossia che giustizia sia fatta, con la morte di chi è stata la causa della condanna e dellʼuccisione di un uomo innocente. negro. Ed allora che cosa ha imparato Scout? Ha appreso che non esiste la Giustizia, non cʼè un sistema giudiziario imparziale; ciò che giusto e ciò che non è giusto, il bene e il male sono fissati dalla comunità in cui si vive: essa decide, secondo valori ancestrali e radicati, quando intervenire, quando condannare un uomo innocente, perché non si metta in dubbio la distinzione tra le classi e le razze, e quando invece nascondere le colpe con lʼomertà, perché perseguirle significherebbe incrinare i presupposti di convivenza e di rispetto reciproco. Una frase enigmatica conclude il romanzo. Atticus si rivolge alla figlia e le chiede se anche lei è convinta che lʼuomo si sia ucciso. Scout lo rassicura dicendo: bene: sarebbe come uccidere un usignolo, non è vero? > La mia interpretazione è la seguente: lʼusignolo è lʼinnocenza, che crede ancora nella Giustizia, fingere di credere che lʼuomo si sia ucciso è come riconoscere che non esiste la giustizia con la G maiuscola, prevalgono solo e saldamente i legami familiari e i valori della comunità. Scout è pronta a diventare una piccola donna. Dopo tutto, se la zia può essere una signora in un tempo come questo, potrei esserlo anchʼio". Scout si è omologata, è uscita dallʼinfanzia. Accanto al grande tema etico, quello della Giustizia, il romanzo dà una splendida rappresentazione della società del Sud, del suo ambiente e dei suoi meccanismi sociali: una narrazione da parte di una bambina, con gli occhi sbalorditi dellʼinfanzia. Ad arricchire lʼaffresco è la scrittura: essa attinge alle parole e alle costruzioni sintattiche del della tipica lingua del Sud, dando in tal modo freschezza al racconto e privandolo di una possibile pesantezza, che avrebbe potuto derivare dai suoi connotati moralistici. La lettura in lingua originale non è ovviamente agevole, anche perché un normale dizionario non aiuta la comprensione delle parole e dei modi di dire. Le lunghe digressioni sulla vita della città sono interessanti, tuttavia rallentano il ritmo narrativo, non sempre incalzante. Perché leggerlo? Non ci può fare a meno di innamorare di Atticus e dei suoi figli.

Harper LeeLippincott Company
Tutti i nostri segreti
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Tutti i nostri segreti

Per il versetto 41 della Sura XXIX del Corano la casa di chi non segue Allah è fragile come la tela di un ragno ( > coloro che si sono resi patroni al di fuori di Allah assomigliano a un ragno che si è dato una casa. Ma la casa del ragno è la più fragile delle case. Se lo sapessero! ). Huseyin e Emine hanno sempre osservato salde regole morali e ottemperato ai propri doveri, ma ciò non ha impedito alla loro famiglia di dissolversi. Dopo anni di duro lavoro in Germania, Huseyin si è comprato un appartamento a Istanbul, e proprio quando è pronto ad accogliere la famiglia muore d'infarto. > Solo una settimana, per passeggiare con loro sul lungomare, per offrire un cay ai tuoi figli, per prendere la mano di tua figlia e dirle quanto le vuoi bene, per dire ai tuoi figli che sei fiero di loro, per chiamare Sevda e chiederle perdono. Se Huseyin può morire credendo ancora di essere amato e rispettato (ai suoi occhi è stato un giusto e buon padre e marito!), la moglie Emine dovrà porsi impietosamente dinanzi alle proprie colpe, dopo che la scrittrice narra le storie dei quattro figli. > La telefonata è arrivata di notte. Un grido. Umit lì per lì non capiva se quel grido fosse uscito da uno dei suoi sogni, che ultimamente lo svegliavano di continuo con un nodo in gola. Umit, ancora adolescente, ha appena compreso di essere innamorato di un coetaneo e le sedute dallo psicoanalista gli hanno svelato i lati oscuri di una famiglia apparentemente serena. > E allora d'improvviso, quasi dal nulla, inizi a parlare di quando ti facevi pipì a letto, (...) e poi di quei brutti litigi sottovoce dei tuoi genitori, (...) il mormorio infinito di tua madre che cerca di calmarsi recitando le sure del Corano e ti fa paura. Sevda, che è arrivata in Germania solo a tredici anni e non è andata a scuola, è stata costretta a sposarsi ancora adolescente; quando torna dai genitori e vuole separarsi, le parole del padre sono categoriche: > «è meglio che torni da Ihsan, Sevda». «Ma io non voglio». (...) «Viene a prenderti domani». Furono le ultime parole che Sevda scambiò con suo padre. Peri è la figlia che è andata all'Università, orgoglio dei suoi genitori benché non la comprendono. E d'altra parte come possono capire una figlia che studia Nietzsche e che ha conosciuto uno strano ragazzo curdo, Ciwan, al quale riesce a confessare che nella sua famiglia > da qualche parte si è formata una crepa e ora è avvolta nel silenzio , come se ci fossero dei segreti che non si vogliono rivelare, che i suoi genitori si tengono dentro, cominciando dalla lingua, il curdo, che possono parlare solo loro. E il maschio più grande, Hakan, perché decide di andare a Istanbul in auto? Forse non vuole assistere al funerale del padre, cui rinfaccia ancora di avergli proibito di presentarsi a un casting per un film? > Hakan non ha mai avuto un'opportunità e ora si arrangia come meglio può. Le storie ci portano all'ultimo capitolo del romanzo, in cui, in un drammatico colloquio tra Sevda e la madre, si svelano i segreti della famiglia, così apparentemente perfetta sotto la guida di Allah: è una sorta di catarsi in cui la voce che in noi, la coscienza, demistifica tutte le regole che ci sovrastano, le rappresentazioni che abbiamo di noi stessi, per farci capire chi siamo, finalmente. > Ti chiedi chi sono io? Non è importante, Emine. La vera domanda è chi sei tu. Perché io sono solo una parte di te. Emine. Sono l'abisso tra la tua fede e le tue azioni. Sono il contrasto tra l'immagine che hai di te e la faccia che mostri agli altri. Sono il divario tra ciò che ritieni giusto e sbagliato, la crepa sottile nella tua morale, lo scarto tra come sei e come dovresti essere. E nell'appartamento dove pensavi di vivere gli anni che ti restavano ritrovando l'amore per Huseyin, appartamento in macerie sotto il terremoto, immagini, Emine, di aprire la porta. > il tuo cuore esulta. Dici: Ciwan. Pure il mistero più grande della tua vita, la tua colpa più grave, si svela, > e potrai perdonare te stessa.  Sarebbe riduttivo leggere il romanzo solo nel suo contesto sociale e antropologico: una famiglia curdo-turca emigrata in Germania, risultato di un intreccio di storie, culture, lingue, e lacerazioni difficili da sanare. In tutti i personaggi, anche in quelli più istruiti e integrati come Peri, c'è l'idea di essere degli estranei, qualcuno che potrebbe essere cacciato in ogni momento; tanto più che la loro origine curda, nascosta con attenzione dai genitori, li rende dei possibili stranieri o persino nemici nella stessa Turchia. Certo c'è tutto questo; ma per apprezzare il romanzo bisogna volare più in alto, alle cose non dette all'interno di ogni famiglia, alla difficoltà di comunicare tra genitori e figli, alla pretesa dei primi di disegnare il destino dei secondi, al fatto che la casa è fragile come la tela del ragno e non la salviamo affidandoci a Dio, alle regole morali, al denaro e al consumo. La famiglia deve essere > il luogo in cui vi perdonerete sempre a vicenda. Perché solo il perdono può alleviare la nostra solitudine. Perché solo se perdoni sarai perdonata a tua volta , così parla la coscienza a Emine. Il romanzo è articolato in capitoli che corrispondono alla storia di ciascuno dei protagonisti. Dapprima, il lettore non si raccapezza e pensa a semplici biografie, legate tra loro solo dall'appartenenza dei protagonisti alla stessa famiglia. Solo alla fine, si capisce che c'è un filo conduttore, che ruota intorno a una tragedia, di abbandono e di rifiuto. La trama non conserva sempre lo stesso ritmo narrativo, in particolare nel capitolo dedicato a Hakan, un po' banale e fuori tono. La scrittura è fatta di dialoghi serrati e di approfondimenti psicologici, in alcuni casi molto efficaci, in particolare nella narrazione di Sevda, senza dubbio un personaggio centrale. E' interessante il passaggio dalla terza persona narrante al tu, usato abilmente quando la scrittrice tratta di Emine e di Huseyin, una forma letteraria che crea un misto di accusa e di comprensione, comunque sempre di vicinanza emotiva a queste due tragiche figure.   Perché leggerlo? Molto bello, quasi un capolavoro.

The Twelve Tribes of Hattie
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The Twelve Tribes of Hattie

> Il destino aveva portato Hattie fuori dalla Georgia a mettere al mondo undici figli e a farli vivere al Nord, ma lei stessa era soltanto una bambina, profondamente inadeguata al compito che le era stato dato . È una donna di colore, ha lasciato una terra di segregazione per ritrovarsi in una periferia degradata, povera, sola, emarginata, ma è determinata a non tornare al Sud e a far crescere i figli nonostante tutto, oltre le sue forze, oltre la sua stessa capacità di amare. Il racconto inizia nel 1928, quando Hattie, sedicenne, ha appena dato alla luce due gemelli. Il freddo, la denutrizione, la mancanza di cure mediche e di farmaci portano i bambini alla morte. > Oh, la loro pelle così soffice! Ella sentì la loro morte come una mutilazione nel suo corpo : una ferita che la rende come > un lago di ghiaccio, sottile e liscio, sotto il quale non si poteva vedere e conoscere niente o > un lungo pomeriggio di gennaio, gli alberi sono sempre spogli e non cʼè un fiore . Se Hattie fosse stata capace di amare di più, preoccupandosi meno di far sopravvivere i figli, la loro vita sarebbe stata migliore? Il romanzo ruota intorno a questa questione e lʼautrice lo fa con grande abilità raccontando momenti della vita degli undici figli, in un arco di tempo di cinquantʼanni, sino al 1980. Dopo il drammatico episodio della morte dei gemelli, la narrazione continua: Loyld, il maggiore dei figli, scopre la sua omosessualità, Six, un altro maschio, rimasto gravemente ustionato da ragazzo, trova il suo destino come reverendo in una chiesa protestante, ma si rivela un uomo falso e ipocrita. Si ritorna, poi, alla figura di Hattie, per parlarci dellʼunica figlia nata fuori dal matrimonio, frutto di una breve e infelice storia dʼamore, e di Ella, che Hattie decide di dare ad una sorella per offrirle una futuro migliore di quello dei fratelli. Nei capitoli successivi è il vuoto esistenziale di Alice al centro del racconto: ha fatto un buon matrimonio e vive in una ricca casa, ma è condannata ad una fragile sopravvivenza a causa della separazione da Billups, il fratello al quale è profondamente legata. Franklin, un altro figlio, è stato abbandonato dalla moglie e cerca in qualche modo la morte in Vietnam. Con gli ultimi episodi cresce la tensione narrativa. Unʼaltra figlia, Bell, non ha più rapporti con Hattie da quando questʼultima ha scoperto che è andata a letto con un suo vecchio amante; ma Bell lʼha fatto perché da bambina ha visto la madre insieme con quellʼuomo ed era così > bella e felice che un pomeriggio pieno di luce era pallido a confronto (...) mentre Hattie era stata sempre seria ed arrabbiata con Bell > . Solo nel letto di ospedale, dove Bell è ricoverata per tubercolosi, madre e figlia si ritrovano, ma anche in questa circostanza, Hattie aveva la stessa espressione seria, nella quale Bell vide la tenerezza, la tenerezza di Hattie, che era sempre dura > . Infine assistiamo alla pazzia dellʼultima figlia, Cassie. Hattie e il marito, ormai anziani e deboli, sono costretti a farla rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Nel momento di portarla via, Hattie vede nello specchietto retrovisore la nipote, la figlia di Cassie, correre dietro lʼauto, chiamando e cercando di fermarli. Sapeva che Cassie non avrebbe voluto essere vista da sua figlia nei suoi peggiori momenti. Questa era la gentilezza di Hattie. Con dolore separò la figlia dalla nipote." Le vite dei figli di Hattie sono tutte in frantumi e lo sono andate perché non hanno ricevuto quellʼamore materno del quale avevano disperato bisogno. Dʼaltra parte è limitata la quantità di amore che un genitore può dare; nel caso di Hattie troppo misera era la sua condizione sociale per darle ancora energie da dedicare ai figli, al di là di quelle impegnate a farli sopravvivere e ad evitare che morissero come i gemelli. La troppa sofferenza può essere affrontata solo rendendosi duri e forti! Il romanzo ha un forte connotato sociale, ma assume una valenza universale, al di là della specifica situazione della gente afroamericana. Lʼautrice parla delle relazioni tra genitori e figli, della difficoltà dei primi di capire come il benessere materiale non sia sufficiente, ma come ci sia qualcosa di più che si debba dare: lʼattenzione e lʼaffetto. Il limite della tribù di Hattie, e dei figli in generale, è di non sapere apprezzare la dedizione dei genitori, la tenerezza e lʼamore che spesso questi non sanno o non possono esprimere. Il libro è scritto molto bene, ha un intenso ritmo narrativo e i personaggi sono tratteggiati molto bene. Nella sua fatale infelicità Hattie è una figura da tragedia greca, una Medea afroamericana, dura e protettiva, difficile da dimenticare. Lʼautrice si dichiara debitrice a Tony Morrison, ma lo stile di Mathis è più semplice di quello della grande scrittrice afroamericana, così come i personaggi sono maggiormente ancorati alla loro specifica condizione sociale. Si riscontrano nel romanzo un chiaro realismo narrativo, un vocabolario ricco ma non gergale ed una sintassi classica, quasi scolastica. Perché leggerlo? Drammatico, coinvolge profondamente..

Ayana MathisHutchinson