Archivio Libri

The Tent (Microfiction)
RecensioneItaliano

The Tent (Microfiction)

Il libro è una raccolta di storie minime: da qui proviene il titolo Microfiction dellʼedizione italiana, il quale non dà tuttavia il senso complessivo dei racconti. Sin dallʼinizio la scrittrice dichiara che > sta lavorando alla storia della sua vita, (ma chi) volesse una linea narrativa avrebbe dovuto chiederlo prima. (...) Prima che scoprissi le virtù delle forbici, le virtù del mettere insieme . Le storie minime sono frammenti di vita, sono lʼespressione di una realtà che non può più essere ricomposta. Nel racconto «Versione di Orazio» Atwood prende le mosse dal dramma di Amleto per giungere ad una riflessione su se stessa come narratrice delle vicende umane. > Così andai indietro alle storie di singoli fatti. (...) La rivoluzione francese, il Terrore, il commercio degli schiavi, (...) Vietnam, il Medio Oriente, Cambogia, tu li nomini. Io ero là. Talvolta ero un venditore di mercanzie, talvolta una staffetta, talvolta uno spettatore, talvolta chi elargiva aiuti. (...) Ho parlato alle vittime della fame, agli orfani di guerra, a chi è sopravvissuto a massacri e stupri, a coloro che li hanno commessi, ogni sorta di gente, con le mani pulite e sporche. (...) Penso che sono pronta a parlare. Dire come le cose sono, adesso, in questo mondo. Finalmente, sono pronta ad iniziare . Ma cosa posso veramente dire? > Così dovresti ascoltare di fatti corporei, sanguinosi, e innaturali; di giudizi casuali, massacri senza senso; di morti perpetrate con la forza e lʼinganno; e, in sostanza, fini sbagliati, ideati dalle menti dei creatori. Tutto questo posso io veramente dare . Ma tutto ciò che avviene di terribile nel mondo non è altro che «uno specchio magico» della mente umana. > Guarda nel magico specchio, dolce lettore. Guarda nel profondo ed eterno desiderio del bene. Chiedi a te stesso. Ma Atwood, come lʼintera umanità, è persa in una «impenetrabile foresta» , nella quale si può trovare rifugio solo in una tenda, metafora dello scrivere. > Perché tu immagini questo tuo scrivere, questa grafomania in una fragile cava, questo scribacchiare di qua e di là, su e giù tra le pareti di ciò che sta cominciando a sembrare una prigione, non in grado di proteggere nessuno? È un illusione, la convinzione che il tuo scarabocchiare sia una sorta di corazza, quasi seducente, perché nessuno conosce meglio di te quanto sia fragile il tuo rifugio . Le storie minime non sono frammenti isolati, chicche stilistiche di una grande scrittrice, ma rappresentano una riflessione sul destino del genere umano e sulla funzione dellʼintellettuale, dello scrittore. Possiamo ancora rappresentare la nostra epoca mediante una grande narrazione? O, come i conflitti, le distruzioni, le morti si susseguono e si sovrappongono senza una ragione, senza poter essere nemmeno spiegate, così lo scrittore non può che rifugiarsi in una tenda, dove esprimere sprazzi di dolore e di razionalità. Non è neanche più possibile raccontare, si può solo evocare. Come succede spesso, i pregi sono anche i limiti. Atwood fa poesia con la sintassi e lo stile della prosa. Il confine tra i due generi letterari è labile, le suggestioni prevalgono sul discorso. Senza una struttura narrativa, che dia sintesi e ritmo, ogni racconto scivola nel paradosso, nelle parole ripetute, spesso senza che ne si comprenda il senso. Se si escludono alcuni sprazzi, come i bellissimi «Foresta Impenetrabile e»La Tenda", il tutto risulta prolisso e pesante. Perché non leggerlo? È noioso e intellettualistico.

Margaret AtwoodAnchor Books
Il testamento di Nobel
RecensioneItaliano

Il testamento di Nobel

Annika è una giornalista, sposata con un noioso e antipatico funzionario pubblico. Il loro matrimonio è in crisi. Casualmente Annika è lʼunica persona che ha intravisto lʼassassino, o meglio lʼassassina, della presidente del comitato che designa i vincitori dei Nobel. Da questo episodio dipartono numerosi filoni narrativi, forse anche troppi: le rivalità e i segreti della comunità scientifica svedese, una serie di delitti atroci perseguiti per liberarsi di possibili concorrenti al premio Nobel, i soprusi commessi dai governi europei per compiacere la Cia nella lotta al terrorismo, il tentativo di limitare le libertà personali rendendo legali le intercettazioni telefoniche, la crisi del giornalismo e della stampa, la fatica di una vita familiare tutta a carico della donna. In questo intreccio di vicende si inserisce anche il richiamo ad una storia del ʼ 500 ( una ragazza aveva atrocemente ucciso il padre che lʼabusava sessualmente): storia che aveva affascinato Alfred Nobel a suo tempo e che ha ispirato lʼassassino, un ambizioso e sadico scienziato. I diversi filoni narrativi si sovrappongono, senza giungere ad una vera conclusione, se si esclude la scoperta del colpevole, come in tutti i «noir» che si rispettano. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a dare ritmo alle vicende né a creare unʼ atmosfera di suspense. Le pagine scorrono noiose, talvolta anche ripetitive e i momenti migliori del romanzo si riducono alla prima scena, quella dellʼuccisione della presidente del comitato, e a quella conclusiva, nella quale la protagonista sfugge miracolosamente ad un incendio doloso. Perché non leggerlo? È lungo e sembra scritto più per aiutare il sonno che per avvincere i lettore.

Liza MarklundMarsilio
Tira fuori la lingua
RecensioneItaliano

Tira fuori la lingua

> Il cielo era talmente azzurro e trasparente che sembrava non esserci aria. (...) In lontananza, ai piedi di una montagna, vedevo il villaggio (...). Un centinaio di case di fango allineate lungo le pendici, e su ogni tetto una bandierina di preghiera. Più su, a metà strada dalla vetta, cʼera un piccolo tempio buddhista con i muri dipinti a righe rosse e bianche e una striscia di azzurro sotto le gronde. (...) Tutto ciò che si muoveva: nuvole, pecore, cani, bandiere di preghiera, donne con bambini in braccio e io, un cinese alla deriva appena arrivato da oriente, lo faceva al rallentatore . Il protagonista e narratore ha intrapreso il viaggio in Tibet nella speranza di ritrovare la voglia di vivere, una nuova energia spirituale. Ma > in questa terra sacra sembrava che Buddha non riuscisse a salvare se stesso, come potevo aspettarmi che salvasse me? Il Tibet si rivela un incubo, dove > la gente sopporta durezze che sono al di là della possibilità di comprensione del mondo moderno. Scrivo questa storia nella speranza di poter cominciare a dimenticarla . Il libro è un insieme di racconti, di una tale brutalità selvaggia da lasciare nel lettore «un rigurgito cattivo, acre, fino in bocca». Prendiamo lʼultimo racconto della raccolta: il nostro viaggiatore cinese narra la vicenda di una bambina che viene prescelta come il nuovo Buddha vivente. Siamo dinanzi alla massima spiritualità della religione tibetana. La bambina diviene adolescente nel monastero, dove studia e si prepara allʼalto incarico. Come tutte le ragazze sente i primi brividi dellʼamore, di un amore da fanciulla, romantico, pudico e fatto di sguardi, di pensieri e sensazioni. Ma giunge il momento dellʼiniziazione, della Cerimonia dei Pieni Poteri: in che cosa consiste? Prima viene violentata da un monaco dinanzi a tutta la comunità; poi, secondo il rituale, deve meditare nel ghiaccio per tre giorni prima che la sua natura di Buddha si manifesti. La ragazza muore la seconda notte nel fiume gelato e diviene > un corpo di ghiaccio adagiato sul ghiaccio. (...) Tutti guardavano gli organi che fluttuavano nel corpo trasparente. (...) Ora il teschio riposa sulla mia scrivania. (...) Accetterò qualsiasi offerta purché sufficiente a coprire le spese dei miei viaggi a nord - est . La censura è sempre da condannare: non si può proibire la pubblicazione di un libro, quali siano il contenuto e il valore artistico. Condivido, tuttavia, il giudizio delle autorità cinesi: il libro è «volgare e osceno». È vero che idealizzare i tibetani «equivale a negare la loro umanità», ma la descrizione dei costumi del Tibet da parte dellʼautore riflette in modo eccessivo il punto di vista di chi si crede superiore e non cerca di indagare le peculiarità di un popolo, soffermandosi soltanto sugli aspetti più brutali e incomprensibili. Perché non leggerlo? È inutile per la conoscenza del Tibet e giustifica implicitamente la soppressione di questa civiltà da parte dei cinesi. È un libro neo colonialista.

Jian MaFeltrinelli Editore
La treccia della nonna
RecensioneItaliano

La treccia della nonna

Il tema di questo romanzo é affine a quello di Domenico Starnone in «Vita mortale e immortale della bambina di Milano», recensito recentemente in questo sito. Come il racconto dello scrittore napoletano verte sulla figura della «nonna serva» e del suo amore, poi tradito, per il nipote, anche qui è una nonna al centro della narrazione: una nonna pronta a mettersi al servizio del piccolo orfano: fragile, malaticcio, un po' tonto, e per questo una palla al piede. > Quando arrivammo in Germania, per prima cosa la nonna mi portò dal pediatra. In realtà, mi spiegò per strada, era quello il vero motivo per cui eravamo emigrati: farmi finalmente curare da un medico come si deve, che magari potesse darci la speranza (...) che un giorno avrei raggiunto l'età adulta . Il nipote si adagia sotto l'ala materna della nonna, con la quale instaura una relazione d'amore, densa di un inconfessabile erotismo. Ed è per questo che è il piccolo, ancora bambino, ad accorgersi per primo che il nonno, il «bell'asiatico», si è innamorato di un'altra donna. Il romanzo inizia con questa scoperta. > Per me era già un vecchio bacucco (...) e il suo nuovo, tenero segreto mi travolse con un'ondata di ammirazione mista a gongolamento , cosi si esprime il ragazzo, narratore e protagonista insieme al personaggio della nonna. Se il racconto avesse indagato la relazione complessa e forse incestuosa tra una madre sovrabbondante (autoritaria, invadente e sovrastante) e una personalità che per crescere non poteva che emanciparsi, il romanzo sarebbe stato senza dubbio intrigante e da leggere. Invece l'autrice si concentra sul personaggio della nonna sino a renderla una figura caricaturale. Rinchiusa nel suo ruolo matriarcale, una volta che si accorge del tradimento del marito, la donna non si adira, non lo caccia né pare soffrirne: al «bell'asiatico» è permesso tutto, è nella sua natura. Va oltre. Si fa carico del bambino nato dalla relazione dell'uomo con una giovane donna, accoglie quest'ultima, caduta in una grave depressione; apre una scuola di ballo e assume la gestione della ditta del marito alla morte di quest'ultimo. E' troppo per essere verosimile. Dinanzi a tanta ridondanza l'emancipazione del nipote assume la forma del tradimento. Il ragazzo taglia la meravigliosa treccia della nonna. > Avvolgila nel giornale. Portala come ricordo. Tra poco te ne andrai. Fiuto i traditori a un chilometro di distanza controvento.(...) Avvicinò la faccia alla mia, tanto che distinsi il mio riflesso sulle sue pupille. Lo vedo, ripeté con veemenza e mi spinse via . Nonostante sia scritto bene, scorra fluido e leggero, delizioso e arguto (si pensi alla vergogna del nipote per la presenza della nonna a scuola), il romanzo è insignificante. L'autrice, per esempio, non approfondisce il tema della lingua: la nonna che continua a parlare russo nonostante viva in Germania, e il nipote che si emancipa anche tramite l'acquisizione del tedesco; tema identitario affascinante trattato da Starnone nel romanzo già citato, e da altri autori: vengono in mente «The Namesake» di Lahiri Jhumpa e lo splendido «We Need New Names» di Bulawayo Noviolet (due libri recensiti in questo sito). Al contrario, le implicazioni sociali, politiche e antropologiche della lingua sono sviluppate in questo romanzo in modo superficiale e banale. Perché non leggerlo? Insignificante.

Alina BronskyKeller Editore