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L'eredità Ferramonti
RecensioneItaliano

L'eredità Ferramonti

Chelli è un autore «minore» dellʼottocento, dimenticato e collocato ai margini della letteratura italiana. Solo Benedetto Croce lo ricordò nella sua Letteratura della Nuova Italia, storpiando per altro il cognome (lo chiamò Ghelli) e citandolo come un cronista della borghesia di Roma capitale. Chelli è invece un ottimo scrittore, per la tecnica narrativa e per il modo originale di trattare il sistema dei personaggi. Il contesto storico è la Roma della seconda metà dellʼottocento, in profonda trasformazione urbanistica e sociale da quando è diventata capitale di un grande Stato. Lʼambiente sociale è costituito dalla borghesia bottegaia e impiegatizia, i valori dominanti sono il «dio denaro» e lʼascesa sociale a tutti costi. > Da Piazza di Ponte a Campo dei Fiori, padron Gregorio Ferramonti godeva la notorietà e la considerazione di un uomo, che si ritiene quasi milionario. Aveva costruito da sé la propria fortuna . È vero che la sua ricchezza era molto chiacchierata, ma Ferramonti, > come tutti i miserabili arricchiti, navigando in acque poco limpide, conosceva gli uomini, non li stimava, e soprattutto ne diffidava . Il disprezzo include anche i figli, i due maschi Mario e Pippo e la femmina Teta. Il primo è uno scialacquone dei soldi del padre, il secondo è ignorante e rozzo, mentre la figlia ha la grave colpa di aver sposato un modesto impiegatuccio ministeriale, persino squattrinato. Padron Ferramonti rompe i rapporti con i figli, i quali sono pieni di rancore verso il padre e soprattutto temono di essere diseredati. Tuttavia, sono così superficiali, così privi di energia e di ambizione che ben difficilmente potrebbero lottare con successo per lʼeredità Ferramonti. Si assumerà questo obiettivo Irene. > Lei portava... una nota di eleganza, un fascino di sorriso ed uno splendore di bellezza, un fremito, una gioia, una ebbrezza sottile che penetravano uomini e cose, (ma) sentiva nei suoi nervi, nel suo sangue e nel suo cervello qualche cosa, che non sapeva definire: una febbre di tutta se stessa, che lʼavvertiva dʼesser nata per la ricchezza e pel dominio . Lʼeredità Ferramonti doveva essere sua! Doveva sovvertire un destino che la voleva > nata povera, tra bottegai, fra gente che lʼavrebbe creduta pazza da legare se avesse potuto conoscerla per quello che era realmente . Per raggiungere il suo obiettivo, Irene sposa Pippo, fa in modo di conciliare i tre fratelli, diviene amante di Mario, per partecipare al «gran giro» della borghesia romana ed approfittare delle fortunate speculazioni finanziarie del cognato. Ed infine attacca il suocero, il padron Gregorio, conquistandolo con la sua grazia, > con le sue mille carezze da gattina amorosa...con gentili chiacchierate, che lo crogiolavano in una ineffabile beatitudine . Quando il vecchio muore per attacco apoplettico, dovuto alle tante leccornie che gli dava la nuora così affettuosa, Irene si ritrova con una carta, che la renderebbe erede di gran parte del patrimonio. Noi lettori la seguiamo incuriositi e sbalorditi nella realizzazione del suo ambizioso e coraggioso disegno; e Chelli è così abile che non ci accorgiamo di dove vuole parare, del perché di tante mosse imprevedibili. Siamo convinti della sua vittoria perché troppo evidente è il dislivello psicologico tra Irene e gli altri personaggi. Ed invece la nostra «eroina» perde clamorosamente. Perché? Il raggiro, la spregiudicatezza, la bramosia di denaro, lʼadulterio ben celato sono tutte cose accettabili alla borghesia romana, ma non il pubblico scandalo. > Ella era infelice. Non rammentava un giorno della propria esistenza, che segnasse una tregua alla rivolta segreta contro il proprio destino, onde aveva il cuore avvelenato... (ed allora si abbandonava) alle sue audacie di donna che sfida il mondo, dopo averlo voluto ingannare collʼipocrisia . Ostenta la sua relazione con il cognato (Mario è un noto libertino), accetta di vestirsi in modo scandaloso e provocante, facendosi vedere camminare > con un molleggiar canagliesco dei fianchi, che lasciava apparire istantaneamente dallʼapertura della gonna la gamba sinistra, come nuda sotto la maglia carnicina, la giarrettiera scarlatta sulla calza bianca ed i piedini arcuati nelle scarpette di raso, allora fu unʼesplosione: era un prodigio! non sʼera visto mai nulla di simile! E dire chʼella a principio aveva voluto rifiutarsi!.. Insomma il desiderio di piacere, di sentirsi seguita da > unʼonda di pensieri osceni, come un dilagamento di sogghigni equivoci e di occhiate imprudenti , prende il sopravvento sulla fredda calcolatrice e la rovina. La sua fragilità la tradisce. È facile per gli avvocati argomentare che Irene ha abbindolato il vecchio Gregorio con le turpi arti della meretrice e, quindi, il testamento è stato carpito con lʼinganno. A vincere è proprio il disprezzato ma accorto impiegatuccio ministeriale, che si ritroverà erede di un ingente fortuna, dopo che Pippo e Mario sono morti tragicamente, disperati perché abbandonati dalla donna amata, Irene. La prudente ed opaca condotta borghese ha la meglio sul coraggio, anche trasgressivo, di chi vuol ribaltare la gerarchia sociale: un triste presagio per la nuova Italia. Dietro una trama apparentemente semplice cʼè una tecnica narrativa sofisticata. E come se ci trovassimo dinanzi ad un film, nel quale la macchina da presa cambia continuamente di prospettiva, senza concentrarsi su un solo personaggio od ambiente. Ciascuno dei protagonisti è via via il riferimento del racconto, così ciascuno sembra potersi muovere liberamente e dare alla storia uno sviluppo diverso rispetto a quello che effettivamente si realizza. Solo a tratti emerge lʼangolo di visuale di Irene e il lettore capisce, sorpreso, che tutto lo svolgimento è parte di un disegno complessivo della donna. Ma proprio quando la macchina da presa si concentra sulla donna, emerge, contro ogni aspettativa, che ella non è,forse, una perfida ordinatrice di inganni. È anche una donna, sola e debole, con i suoi dubbi e le sue debolezze. Lʼautore si comporta come un regista che lascia che gli attori recitino a soggetto. Senza uno psicologo onnisciente, > vengono meno i ritratti ufficiali degli attori o le spiegazioni dei processi interiori del loro agire; ognuno è descritto e comprensibile solo in quanto oggetto dellʼanalisi propria o altrui, e la persuasività di queste diverse ottiche è in rapporto diretto con la perspicacia dellʼosservatore , ossia del lettore (Roberto Bigazzi prefazione allʼedizione Einaudi 1972). Perché leggerlo? Sofisticato affresco della borghesia romana, splendida figura di donna, arrampicatrice e trasgressiva.

Gaetano Carlo ChelliGiulio Einaudi
Ettore Fieramosca
RecensioneItaliano

Ettore Fieramosca

> Il padre di Fieramosca, invecchiato nelle guerre che lacerarono lʼItalia durante il secolo XV, non poté dare ad Ettore altro che una spada; e questi da giovanetto credette il mestier dellʼarme il solo degno di sé, né poté per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva, nei quali la forza dellʼarmi non si impegnava che ad accrescere la riputazione e lʼavere. Ma crebbe il senno col crescer dellʼetà; e neʼ brevi momenti che si restava dal guerreggiare, invece di spender lʼozio in caccie, in giostre ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per se stesso il mestier dellʼarme, se a guisa di masnadiere si faccia col solo fine di arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per virtuosa cagione di difendere sé ed i suoi dalle straniere aggressioni . Questa lunga citazione, con la quale DʼAzeglio sintetizza la formazione del protagonista, rende bene lo stile e il senso del romanzo: storia di un duello in riscatto dellʼoffeso onore italiano, ma anche specchio di un grande personaggio del nostro Risorgimento, quale è stato Massimo DʼAzeglio. Letterato, pittore, scrittore, uomo dʼarmi, patriota ed infine primo ministro e mentore di Vittorio Emanuele II nei burrascosi anni, che seguirono la sconfitta della prima guerra dʼindipendenza. Con questo romanzo DʼAzeglio arricchisce con la fantasia un fatto storico effettivamente avvenuto nel 1503: la disfida di Barletta. Alcuni cavalieri italiani, che militavano al servizio della Spagna, vennero gravemente insultati da un barone francese, il quale aveva posto in dubbio il valore e la lealtà dei nostri combattenti. Ne nacque una sfida nella quale risultarono vincitori gli italiani. Lʼavvenimento storico è tuttavia di sfondo ad una intensa e sfortunata storia dʼamore. Ettore Fieramosca, > perfetto nelle forme del corpo, (che) mostrava... con un vestire stretto alla carne , è innamorato di Ginevra. La giovane è oggetto dei depravati desideri di Cesare Borgia. Ettore riesce fortunosamente a salvare Ginevra, nascondendola in un convento vicino a Barletta. Non è solo la passione amorosa, peraltro casta, a legare i due giovani. Anche Ginevra è una fervente patriota. Quando Ettore la informa della sfida, > il respiro di Ginevra diveniva più frequente; il seno, come fa una vela investita dai soffi dʼun vento che incalza, si alzava e sʼabbassava gonfio di affetti impetuosi, discordi, ma però tutti degni di lei; gli occhi, che parevano temperarsi a seconda delle parole del giovane, sʼaccendevano, gettavan faville. Quanta ardita sensualità nelle parole di DʼAzeglio! È inutile aspettarsi un lieto fine. Siamo nellʼottocento e le storie dʼamore devono finire tragicamente. Ginevra muore, rapita e profanata nella sua virtù dal crudele Borgia. Ettore, ignaro della perdita della donna amata, vince la sfida, ma, quando sa la verità, scompare senza lasciare traccia. I montanari del Gargano parlarono per molti anni > dʼun cavaliere armato sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare . Le avventure di ardimento e di amore, gli intrighi e i tradimenti si succedono con una agilità e una maestria sorprendente e in qualche modo unica per la letteratura italiana dellʼottocento. DʼAzeglio è un precursore di Salgari. La ricchezza di episodi e di personaggi appesantisce, tuttavia, la trama, rendendo spesso difficile ritornare al filone principale. In molti casi il racconto sembra essere lʼoccasione di grandi affreschi. DʼAzeglio, da ottimo pittore, descrive con minuzia e con colori vivaci le feste, i ricevimenti e i duelli di un secolo, che amava divertirsi, pur guerreggiando continuamente. E lʼautore ricorda che lʼarte della cucina era ben difficile ai quei tempi, perché > tutti i piatti dovevano non solo piacere al palato, ma dilettare eziandio lʼocchio dei commensali... i piatti dei confetti erano formati, ora come monticelli sui quali crescevano piante cariche di frutti canditi, ora ad immagine di laghetti dʼacque stillate, neʼ quali galleggiavano barchette di zucchetto lavorato, piene di dolci: alcuni figuravano unʼalpestre montagna con un vulcano in cima, ed il fumo che nʼusciva era di gratissmi profumi . È difficile trovare il romanzo in forma integrale, in quanto lʼitaliano di DʼAzeglio è spesso arcaico, anche ampolloso. Non bisogna arrendersi. Proprio la sua scrittura dà quel senso di immaginifico e di irreale che é il fascino del libro. Perché leggerlo? È piacevole perdersi nellʼardore e nella fantasia di DʼAzeglio.