D'amore e ombre
Il romanzo è ambientato in Cile a dieci anni dal colpo di stato che portò al potere Pinochet e la giunta militare, instaurando una crudele dittatura: il Cile, > una macchia sulla carta geografica, immerso in un vasto e prodigioso continente dove il progresso arriva con secoli di ritardo, (...) un territorio nel cui humus eterno si trascinano animali mitologici e vivono esseri umani immutabili dall'origine del mondo , dove un élite dorata e potente convive con una massa emarginata e silenziosa. Francisco fa parte di una famiglia fuggita dalla Spagna a seguito dell'avvento del franchismo; lavora come fotografo, s'impegna nel sociale e aiuta di nascosto l'espatrio dei numerosi perseguitati dal regime militare. Ed è proprio cercando un impiego che conosce Irene: > dalla strana chioma scarruffata sulle spalle,(...) indossava una sottana troppo lunga di stoffa artigianale, camicetta di colore grezzo, (...) con anelli a tutte le dita e una sonagliera di braccialetti di bronzo e d'argento al polso, (...) con un sorriso civettuolo, ultimo requisito per concludere che quella giovane poteva rubargli ogni pensiero, perché l'aveva vista così com'era nelle sue letture dell'infanzia e nei sogni dell'adolescenza. La ragazza appartiene però a quell'élite che vive protetta da «porte sorvegliate fino al segnale del coprifuoco». Francisco percepisce che li separano tante cose, dallo stato sociale ai legami familiari sino alla cultura, e non vuole mettere in pericolo la loro amicizia dichiarando il proprio amore, preferisce che l'amore «la ricolmasse dolcemente, così com' era accaduto a lui». Un episodio straordinario provoca un cambiamento radicale nelle loro vite, in particolare in quella di Irene. Si sparge la voce che una ragazza possiede poteri miracolosi nei momenti di tranche e molta gente corre a chiedere miracoli e aiuti alla giovane; l'affollamento e la curiosità inducono i militari a intervenire, ma la ragazza, dotata di una forza prodigiosa quando è nel suo stato di estasi, scaglia l'ufficiale, l'arrogante e criminale Ramirez, in una porcilaia dove l'uomo sprofonda nel lerciume, dinanzi agli occhi sbigottiti dei suoi soldati, della gente e di un maiale. E' un'offesa che non può non essere vendicata; dopo alcuni giorni la ragazza viene prelevata e scompare nel nulla. Irene non si accontenta delle versioni ufficiali, inizia a investigare e in tal modo prende coscienza della realtà in cui vive, ed insieme del suo amore per Francisco. Dinanzi alle salme tumefatte e irriconoscibili, nell'orrida scoperta di una cava dove vengono nascosti i corpi martoriati delle vittime della violenza dei militari, Irene non si rassegna e rivela, lentamente ma inesorabilmente, il suo carattere deciso a conoscere e denunciare l'orrore indicibile della violenza. Irene non è più la stravagante e variopinta rampolla della buona borghesia, la crisalide si è fatta dolorosa e consapevole combattente. Il principale filone narrativo, la storia d'amore e di ombre di Francisco ed Irene, è immerso in un racconto corale di un popolo, in un intreccio di vicende, personaggi, situazioni e contesti, narrati in un'atmosfera fantastica e quasi surreale, sia quando si parla di microcosmi, sia quando ci si inoltra nella violenza, senza pudori e sotterfugi, ma in modo esplicito, perché il lettore deve impallidire come è successo a Irene. Pervade un senso soffuso di rassegnazione come se non sia possibile liberare l'America Latina dal sopruso e dalla violenza, e non resti che la fuga o perdersi negli splendidi paesaggi, tra le grandi cime della cordigliera, o più semplicemente nell'esplosione di chiasso e di colore dei mercati: > pile di frutta di stagione, pesche, meloni, angurie, (...) banchi di speroni, staffe, selle e cappelli di paglia, sfilze di stoviglie rosse e nere, gabbie di galline e di conigli, in mezzo a un bailamme di grida e di mercanteggiamenti . La scrittura scorre fluida, con quel discorrere ricco di incisi e digressioni tipico della letteratura sudamericana; talvolta ci si perde, è forse un po' banale nella seconda parte, si allunga troppo, ma è sempre attraente e suggestivo. Perché leggerlo? Affronta la violenza dal punto di vista dell'amore.
Dracula
La figura di Dracula ha dato origine a una produzione letteraria e cinematografica che ne ha esaltato gli aspetti legati all'orrore travisando il tal modo la complessità del romanzo di Stoker. L'avvio della narrazione rispecchia l'idea che abbiamo della storia di Dracula. Jonathan Harker, un giovane agente immobiliare, va nei Carpazi per concludere la vendita di un immobile al conte Dracula, il quale intende trasferirsi a Londra. Come in Cuore di Tenebra di Conrad il viaggio fra queste montagne in gran parte sconosciute è un'immersione nell'ignoto della coscienza umana, che il giovane Jonathan stenta ad accettare. Basti pensare alla descrizione fisiognomica, come piaceva agli antropologi dell'Ottocento, del viso di Dracula: > aveva una marcata, molto marcata, faccia aquilina, con un naso sottile e fortemente sporgente e narici particolarmente arcate. (...) Le sopracciglia erano eccezionalmente larghe così quasi da essere sopra il naso.(...) La bocca, per quanto la potevo vedere sotto i folti baffi, era penetrante e piuttosto crudele alla vista, con denti particolarmente bianchi e aguzzi . Con crescente paura il giovane Jonathan si rende conto di trovarsi in un incubo, in un castello nel quale è prigioniero e dove potrebbe essere preda del bisogno di sangue di Dracula e di quattro vampire. Jonathan riesce miracolosamente a salvarsi (non è chiaro come faccia e lacune di questo tipo sono frequenti nel romanzo). Il racconto si sposta in Inghilterra con un inizio alla Jane Austen. Mina, la futura sposa di Jonathan, incontra Lucy, la quale «appariva più dolce e deliziosa che mai»: segue una descrizione paradisiaca della campagna inglese. Il lettore rimane un attimo sconcertato, ma poi abilmente Stoker ci prepara all'arrivo di Dracula su un veliero fantasma e alla trasformazione della graziosa Lucy. E' difficile capire cosa stia accadendo, è qualcosa di inspiegabile per una mentalità imbevuta di scientismo e razionalismo. Svelerà il mistero uno scienziato olandese chiamato in soccorso da un suo discepolo psichiatra, amico di Lucy. Lentamente ma ostinatamente il professore capisce che il conte Dracula ha bisogno di sangue per assicurarsi l'immortalità ed è venuto a Londra per creare nuovi vampiri, conquistando in tal modo il mondo. Il professore capisce anche i punti di debolezza di Dracula e dei vampiri in genere: la loro forza è solo di notte, di giorno giacciono in una bara, e si ritraggono dinanzi alla Croce e all'ostia. Per liberarsi dei vampiri bisogna spaccare il cuore e decapitarli. Il gruppo tenta di salvare Lucy. In una scena drammatica, che da sola merita la lettura del libro, di notte, con in braccio un bambino a cui ha succhiato il sangue, Lucy cerca riparo nella sua tomba, non prima di aver tentato di sedurre il fidanzato così da trasformarlo anche lui in vampiro. Sarà il professore a fermarla e sarà il fidanzato, prima incredulo poi sconvolto, a spaccarle il cuore, salvando l'anima della ragazza. Il messaggio è chiaro: il vero amore vuole un atto estremo e ciò che conta è lo spirito, il Bene da salvaguardare dal Male. Da questo momento è una lotta tra il coeso gruppo di amici, guidati dal professore, e il conte Dracula. Protagonista di questo scontro è Mina, la moglie di Jonathan, anch'essa preda di Dracula e che corre il rischio di divenire una vampira, come l'amica. Sarà la determinazione di Mina, insieme con la sua ferma visione razionale, a condurre il gruppo alla scontata vittoria, per ora. Si legge il romanzo tutto di un fiato, gli episodi si susseguono con un ritmo non sempre incalzante perché intercalati da lunghe dissertazioni del professore, figura fondamentale nella trama, ma troppo scontata nella sua sapienza. Il lettore è affascinato dall'atmosfera tenebrosa e dai personaggi minori ma in realtà centrali per la storia, in particolare Mina. Via via che si prosegue nel racconto Dracula è sempre più nello sfondo, mostro spaventoso, ma «infantile» nei ragionamenti e quindi facilmente prevedibile nei comportamenti (nonostante tutto noi europei siamo superiori sotto il profilo etico e razionale). Si possono individuare tre filoni narrativi: l'impronta gotica tipica del romanzo inglese dell'Ottocento, amante dell'esotico, del mistero e del sangue; la riflessione su una scienza che deve essere pronta ad accettare l'incomprensibile e sappia fare i conti con la religione, ed infine l'amicizia e l'amore, non solo in chiave romantica ma come forze che riescono a spingere gli esseri umani a lottare e a sacrificarsi. Occorre accennare alla struttura narrativa. Questa è basata sul racconto dei diversi protagonisti, tramite diari e lettere. I 'io narrativo cambia di continuo permettendo così di comprendere i diversi punti di vista: l'amico psichiatra che stenta a credere a quanto sta accadendo e per molta parte del romanzo accetta gli avvenimenti in ossequio al professore; Jonathan che riesce a lasciare testimonianza del suo viaggio nei Carpazi ed esprime poi il suo amore per Mina controllandola nei suoi impulsi vampireschi e rendendosi pronto all'estremo sacrificio, ossia di spaccarle il cuore; ed infine Mina, che lotta disperatamente per non divenire vampira, aiuta il gruppo accettando come donna un ruolo subalterno (dattilografa i diari del marito rendendoli disponibili al gruppo), sempre preoccupata di non essere un inconsapevole veicolo di informazioni per Dracula. Sottile è il ragionare di Mina (stupefacente per una donna dice il professore!): valuta le diverse alternative di percorso di Dracula per tornare al suo castello dove trovare rifugio; in tal modo individua ciò che farà il mostro: splendido esempio di pensiero strategico! Come succede spesso la narrazione a più mani appesantisce il ritmo narrativo, rendendolo talvolta ripetitivo e ridondante. Perché leggerlo? Affascinante e suggestivo.
Il Duca
> Erano ormai dieci anni che vivevo quassù a Vallorgàna da solo, nella villa dei miei avi. (...) Io ero certo di trovarmi nella sorte migliore che potessi desiderare. Nulla di importante avveniva nelle mie giornate. Nulla di complesso ingarbugliava il mio sguardo. Nessuno strappo nella quotidianità. Nessuna decisione a intralciare il passo . E' questo l'incipit del racconto di colui che conosceremo solo come il Duca. Erede di una antica famiglia nobiliare, i conti Cimamonte, il Duca appartiene alla cultura dei pochi, > quella di chi, per mezzi e tradizioni, vive in un mondo di pensieri dal quale i più sono esclusi . Il Duca vive, o vorrebbe vivere, in un'isola, costituita dalla sua villa e da Vallorgàna. A disintegrare questo isolamento «spaventoso» sopravvengono due fatti. Mario Fastrèda, capo riconosciuto della piccola comunità, fa tagliare gli alberi di un bosco di proprietà del Duca; è un piccolo sopruso, che potrebbe essere lasciato passare, se non fosse che il Duca scopre un antico codice che narra la storia dei Cimamonte. Leggendo le gesta dei suoi avi, la cronaca delle prepotenze e violenze dei Cimamonte, si rende conto che le faide erano «fatue e pretenziose», ma per un nobile erano invece «obblighi di rispetto», degni della più grande attenzione. Ed è come se un drago, dormiente da secoli, > venisse su dalla terra, da radici che si stessero tendendo, da pietrame che si stesse sgretolando, da croste che si stessero spezzando . Inizia una guerra tra il Duca e Fastrèda; la impone «un passato profondissimo, (...) frutto dell'antico ordine del sopra e del sotto». Per lunghe pagine l'autore ripercorre le vicende di questa faida insensata, incomprensibile dal punto di vista razionale, ma che affonda le radici in un odio ancestrale. E' il contesto a dare fascino al racconto: la Montagna che sovrasta il paese come un monolite sacro, i boschi, incombenti e minacciosi, che avanzano a scapito dei prati, la piccola comunità, sempre più vecchia e disperatamente ancorata alle tradizioni, ai rancori e alle leggende, ed infine misteriosi ed antichi presagi, come il volo di una cornacchia dalle ali bianche. Non siamo dinanzi al bosco magico di Dino Buzzati (si veda «Il segreto del bosco vecchio» recensito in questo sito); Melchiorre è uno storico degli alberi e della loro terra e sa bene che non è vero che «i boschi e le montagne siano specchio di virtù», come vorrebbe l'ingenua mitologia naturalistica. A interrompere, per fortuna, la narrazione della faida arriva Maria, contro l'odio sopraggiunge l'amore. «Era una malia di natura straordinariamente fisica tutta rivolta al corpo:»trascinante e diversissima, indocile, lunatica, irriguardosa e con un che, per altro, d'inspiegabilmente selvatico«. Ma Maria è la nipote di Fastrèda, il nemico. Il vento d' autunno,»danzando e bisbigliando mi mostrò nel suo specchio brandelli di me stesso e frammenti di altre cose e infine, abbracciando un ceppo di faggio, diede una frustata e inizio a bisbigliare con più insistenza. Mi chiese se Maria volessi perderla o conservarla. (...) Se fossi inebriato dal suo corpo soltanto o se in lei avessi colto l'inesprimibile > . E' un dilemma che probabilmente il Duca non sarebbe riuscito a risolvere da solo. Prima una potente bufera lo caccia da Vallorgàna, creando in lui un disincanto verso il passato, la storia incombente degli avi; non vorrebbe più tornare al paese, vorrebbe abbandonare la villa allo sfacelo. Ritorna per fare l'inventario delle cose da vendere, incontra Maria e tramite gli occhi bruni di lei scopre questo luogo raro e comunque crudo e comunque chiuso, che può aprirsi soltanto aggredendo erte e salite, aggirando scogliere di boschi.... > Capisce di appartenere a Vallorgàna non per volontà dei suoi avi, ma perché questo è il suo luogo, la cui storia sovrasta e supera quella delle persone. Quando lo dice a Maria, l'affascinante Maria risponde: può darsi > . Ma perché tante elucubrazioni, non bastava dirle che restava perché l'amava? Estraniazione, furia, amore, disincanto e incanto sono le cadenze di un grande romanzo, che si sviluppa in un ambiente ristretto, sul quale incombe la storia degli uomini e della natura, storia che da passato remoto«rischia continuamente di diventare»passato presente". Alla fine sarà il presente a vincere, ma a questa attesa conclusione si arriva dopo tante pagine, numerose riflessioni filosofiche e molti incisi. La trama perde di ritmo, talvolta pare uno zibaldone nel quale l'autore ha voluto dire troppo del suo mondo a scapito della narrazione e dei personaggi. A dare piacere alla lettura è la scrittura, ricca di aggettivi che non compromettono il fluido scorrere delle parole dando anzi un senso piacevole di barocco. Perché leggerlo? Piacevole, accattivante, anche se lungo.


