Il ragazzo selvatico: quaderno di montagna
E' difficile non lasciarsi influenzare dalla notizia della grave depressione che ha colpito Cognetti (si veda il sito del Corriere della Sera 20 dicembre 2024). Il lungo «quaderno di montagna», (sottotitolo del racconto) pare annunciare quella «sindrome bipolare con fasi maniacali», che ha richiesto un trattamento sanitario obbligatorio. O invece di lasciare la città, andare a vivere in una baita isolata, è stato l'ultimo illusorio tentativo di superare un vuoto che > non avevo mai sperimentato?. Il racconto è scritto in forma di diario, che segue il ciclo delle stagioni, a ognuna delle quali corrisponde uno stato d’animo di Cognetti: l’inverno la solitudine, la primavera la compagnia degli altri, l’estate l’esplorazione e la fine dell’avventura, l’autunno il rientro in città. La prima tappa di questo viaggio salvifico è la solitudine, in una casa nel bosco, lontano dai rumori degli altri esseri umani. Vennero poi dei vicini, i pastori e le bestie degli alpeggi, > così avevo qualcosa da osservare, oltre alle nuvole che portavano piogge interminabili. (...) Se mi svegliavo presto la mattina potevo spiare il pastore anziano che spostava i confini del pascolo, avanzando i paletti di qualche metro al giorno in modo da razionare l'erba. (...) E allora sette vitelli e una trentina di mucche adulte si precipitavano giù, verso la nuova striscia di erba alta. (...) Ma il cambiamento più grande, nella mia vita quotidiana, fu provocato dai cani, (...) avevano un campanello appeso al collo grazie a cui li sentivo arrivare da lontano. (...) Dopo quasi due mesi alla baita, insieme alla primavera stava per finire la mia stagione di solitudine. Questi vicini, i pastori, i cani, le capre, e le «baracche», ossia le mucche, sono descritte in modo minuzioso ma senza che si crei una qualsiasi atmosfera, paiono corpi estranei alla psicologia dell'autore narratore, dei comprimari inutili di un dramma interiore. Infatti, con l'estate Cognetti fa un passo ulteriore. > Volevo spingermi più in là della zona che conoscevo, scoprire che cosa c'era a due e tre giorni di cammino. Partivo bello carico, eppure chiudendomi la porta alle spalle mi sembrò di liberarmi di un peso. (...) Da che altro scappiamo se scappiamo da casa? Addio, disse il ragazzo selvatico al domestico, poi gli girò le spalle e prese di nuovo il sentiero che saliva. Ecco ancora la trappola della montagna! Immaginare che ci sia qualcosa di magico là in alto, che ci possa liberare dal mistero che è in noi. Non è così! Il lago vagheggiato a 2.700 metri di altezza è solo un banale specchio d'acqua, > potevi pure passare senza accorgerti di lui. (...) Fu allora che sentii un groppo salirmi in gola, gli occhi che si appannavano. E piangi, pensai, non ti vede nessuno. Mi misi a singhiozzare sdraiato su quel sasso perché ero stanco, mi mancavano tutti quanti e non sapevo più dov'ero. (...) Più che a una capanna nel bosco; la solitudine assomigliava a una casa degli specchi: dovunque guardassi trovavo la mia immagine riflessa, distorta, grottesca, moltiplicata infinite volte. Perché è così diffusa l'idea che la montagna elevi lo spirito umano e dia equilibrio e serenità? I pascoli, i laghi alpini, i sentieri tra i boschi, le alte cime sono solo dei luoghi che noi mitizziamo per romanticismo, o perché siamo disperati, immersi come siamo nel chiacchiericcio della città, o più banalmente perché ci muove uno spirito competitivo, di esaltazione della nostra potenza. Cognetti narra il fallimento di questo miraggio, non c'è pace se non lavorando su se stessi. La scrittura è piana, facile e fluida. Sono pregi indiscutibili che tuttavia non sono in grado di scavare il mondo interiore dell'autore né riescono a stimolare l'immaginazione del lettore. Si va avanti per inerzia, senza essere coinvolti. Perché non leggerlo? E' inutile.
Le relazioni lontane
Il romanzo è ambientato a Parigi e racconta la strana storia parallela di due famiglie omonime: uno strano personaggio messicano che vive in Francia in una villa solitaria e il giovane e antipatico figlio di un amico di chi racconta. Si tratta di una vicenda surreale che si sviluppa in modo noioso e prolisso. Non sono riuscito a finire il romanzo.
Il responsabile delle risorse umane
Il romanzo ruota attorno alle vicende del responsabile delle risorse umane di una grande azienda. Una dipendente viene uccisa in un attentato e il direttore del personale viene incaricato di interessarsi dell’identificazione della salma e del suo trasporto al paese natio: una nazione dell’ex Unione Sovietica. Inizia un viaggio che costituisce in qualche modo un percorso di purificazione e nel contempo di evasione da una situazione di guerra, quale quella in cui si trova Israele. Si realizza una rinascita del protagonista rispetto a un stato esistenziale, privato e collettivo, di incertezza e di ansia: si riprende la sicurezza nella vita e nelle proprie capacità. Come al solito, il romanzo è scritto molto bene ma è molto debole sotto il profilo dei contenuti e del ritmo narrativo tanto da risultare noioso e insulso.
Rigenesi
Il romanzo è imperniato sul racconto da parte della figlia della vicenda dei propri genitori, del loro amore e di come quest’ultimo si sia dissolto nell’incomunicabilità. Non ho finito il libro perchè lʼho trovato noioso e di difficile comprensione. Secondo l’Enciclopedia: > Madsen ha centrato la sua ricerca sulla sperimentazione letteraria e sul problema esasperato dell’identità, dell’incomunicabilità e dell’inseguimento vano della realtà; si colloca bene nell’ambito di una letteratura, quella danese, che sembra molto focalizzata sui temi esistenziali di una società in crisi .
Rosso come una sposa
Il libro è di una scrittrice albanese, che scrive in italiano. Nella prima parte del romanzo, la scrittrice ripercorre le vicende della sua famiglia in un piccolo villaggio sulle montagne. È una storia di personaggi femminili, ed in particolare della nonna della scrittrice: Saba. > È una vita incastrata nel reticolo di silenzio senza confine della montagna. Disturbata soltanto dal brusio degli alberi mossi dal vento. La gente si occupava delle faccende di sempre. Si occupava di storie passate che continuamente tornavano a rivivere come fossero accadute la sera prima . In questo mondo immobile e senza tempo, i dolori e il peso della vita sono a carico delle donne: coraggiose, dure, determinate a difendere la propria famiglia, ma anche spietate con le altre donne, quando alcune di esse non rispettano le rigide regole della comunità. In questo mondo, «che inizia e finisce qui», il destino delle donne è inesorabile ed ad esse non è concesso di vivere lʼamore. Solo la morte crea un legame forte tra gli uomini e le donne. Dinanzi al marito morente, che non ha mai saputo amarla, Saba > piange così, per il tempo giusto o sbagliato che è passato... si corica vicino a lui, prende il suo viso tra le mani. Accarezza le sue rughe, accarezza gli anni perduti senza amore . La prima parte del romanzo è senza dubbio la più efficace anche perchè la scrittrice non lʼha vissuta direttamente e quindi il ricordo dà fiato alla fantasia e ad uno stile lirico, molto evocativo. La seconda parte è più autobiografica e racconta della dissoluzione della vecchia Albania, di come un paese di forti tradizioni perda la propria identità al contatto con la società occidentale, in particolare con quella italiana. La perdita della lingua madre, lʼalbanese, a favore dellʼitaliano sintetizza questo dissolvimento e rende impossibile dialogare con il passato. La scrittrice vorrebbe parlare con Saba, la nonna amata, ma non ci riesce più. > Io parlo un idioma a lei sconosciuto e così ci rincorriamo da una parte allʼaltra. Ma la sua lingua, azzurra, verde, gialla, come le stagioni dei suoi campi, quella che vorrebbe sentire da me, non è più la mia . È un romanzo fatto di tanti bozzetti, spesso molto belli, ma che vanno a scapito del racconto complessivo. La ricerca, anche stilistica, dei singoli frammenti fa perdere il senso del romanzo. Mentre nella prima parte, il lettore è affascinato dalle singole storie, dalle forti emozioni che scaturiscono dalla descrizione di una società dura ed atavica, nella seconda parte del libro le vicende risultano scontate, talvolta banali e non si capiscono le profonde trasformazioni sociali e personali che hanno caratterizzato la società albanese. In fondo cʼè un salto, anche nellʼefficacia del racconto, tra un mondo contadino, ormai lontano e offuscato dalla nostalgia, e la nuova vita urbana ed industriale, che non può che essere italiana. Perché non leggerlo? Alcuni frammenti del racconto sono molto belli. In generale, tuttavia, il racconto non riesce a creare interesse proprio quando si passa a descrivere i cambiamenti della società albanese verso la società occidentale: come risultato anche la rappresentazione del mondo contadino rimane sospesa, ricondotta ad una sorta di antropologia folcloristica.
Il rumore del mondo
Il romanzo è ambientato tra il 1838 e il 1848 nella Torino sabauda, in bilico tra restaurazione e valori risorgimentali, tra conservazione e desiderio di cambiamento, anche economico. In quegli anni la Gran Bretagna, in particolare Londra, era un punto di riferimento, per le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo del commercio e della manifattura, e per la diffusione di nuove idee, che coinvolgevano anche la condizione femminile. L'autrice immagina che Anne, giovane figlia di un ricco mercante di stoffe, vada in sposa a Prospero, nobiluomo piemontese, allevato all'interno delle più rigide e tradizionali regole sabaude: disciplina militare, ottusa fedeltà alla corona e alle convenzioni sociali, disprezzo per le questioni economiche, per lo stesso patrimonio terriero, dal quale ricava peraltro ricche rendite. E' un matrimonio improbabile, diremmo noi; permette all'autrice di investigare come «riconoscere qualcosa di sé in un paese che non è il proprio», come essere sé stessi pur essendo costretti ad adattarsi ad altre consuetudini e a lingue così diverse dall'inglese, l'italiano e il dialetto piemontese. Anne, tra l'altro, è cresciuta frequentando magazzini e negozi, abituata a riconoscere la qualità di prodotti tessili provenienti da tutto il mondo, a parlare di stoffe, di innovazioni e di commercio. Sono valori moderni, esaltati da un nonno con idee giacobine e da una governante che lascia la massima libertà di idee alle sue pupille, Anne e sua sorella, spiriti indipendenti ed aperti al nuovo. La prima domanda del padre di Anne a Prsopero fu la seguente. > Allora ditemi, vi interessa la seta? (...) Nello sguardo di Prospero si affacciò un'espressione di sdegno. Se di commercio non s'intendeva affatto, s'intendeva però di educazione e non sapeva come prendere la volgarità del suocero. (...) A Torino, pensò, i fornitori entrano dalla porta di servizio e attendono in anticamera . Non è il vaiolo, quindi, che colpisce Anne nel viaggio verso Torino e le compromette la pelle, a rovinare il matrimonio; sono le differenze culturali tra lei, costretta ad adattarsi, e Prospero, ottuso e distante. In una lettera alla sorella, Anne confessa che > sono dovuti passare alcuni mesi perché io arrivassi a comprendere che il viaggio che mi avrebbe consegnata a Prospero non era un avvicinarsi ma un allontanarsi, sia da quello che avevo immensamente caro sia dalla persona che ero stata fino a quel momento. Nessuno si separa volentieri da ciò che ama e conosce, per cui puoi immaginarti il mio stato d'animo adesso che ho compreso che la persona che mi accingevo ad abbandonare definitivamente ero io stessa. Separarsi da sé è il dolore più profondo . Eppure, nel Piemonte degli anni' 40, attraversato da una ricerca di innovazioni in campo agricolo e manifatturiero, Anne, concreta, tenace, esperta di cose economiche e immensamente ricca, potrebbe trovare la sua strada; e per un momento ci speriamo, quando intreccia un'amicizia con Enrico, un avventuroso imprenditore, e quando l'ottuso Prospero muore sul campo di battaglia nel 1948. Ed invece l'esile e troppo fedele Anne > da quando è arrivata in Piemonte ha avuto un solo desiderio: essere lasciata tranquilla, sbiadire. Come accade alle amarezze, generosamente stemperate dal tempo . Anne appartiene alla folla di personaggi che hanno contraddistinto il passaggio dalla restaurazione alla nuova Italia: > le loro opinioni, le loro speranze spesso ingenuamente grandi, i loro desideri e i loro fallimenti appartengono a quella terra di penombre che è la letteratura . Il libro presenta numerosi difetti, di contenuto e di struttura narrativa, che ne hanno compromesso la qualità, pur partendo da un'idea interessante e da un personaggio potenzialmente intrigante. L'autrice ha voluto dire troppo: dare un affresco del Piemonte degli anni'40, ricostruire il fascino dell'Italia nell'immaginazione degli inglesi, introducendo il tema del «Grand Tour», sviluppare le differenze tra Londra e il Piemonte con un minuzioso dettaglio che fa perdere il senso complessivo, infittire di personaggi, i quali sovrastano la protagonista, rigidamente immobile nel suo triste destino. La struttura narrativa non ha ritmo: si sviluppa lenta e prolissa, frammentata da continui salti nel tempo e nello spazio, e soprattutto appesantita dal ricorso eccessivo all'espediente letterario della corrispondenza, non solo della protagonista ma pure degli altri personaggi. Alla fine il tutto diviene ridondante; il romanzo andrebbe riscritto con grandi forbiciate. Perché non leggerlo? Lo spunto è interessante, la struttura narrativa lo rende prolisso e noioso.





