Acqua sporca
> Neela in Italia aveva un lavoro, una figlia, una casa -- in quest'ordine, ma senza che nessuna delle tre cose le appartenesse davvero. (...) Si era applicata con inesausta costanza per costruirsi un guscio nuovo, certe cose non si apprendono con gli occhi, ma con lo stomaco. Dietro quella colata di cerone, Neela si sentiva abitata da un sottomondo mostruoso che premeva per emergere e che sempre ricacciava indietro. Dopo tanti anni in Italia, dopo una vita di fatica, aveva un po' di soldi, che a Ceylon, il suo paese natale, le davano una solida posizione economica. Decide, allora, di tornare a casa. Questa scelta pare incomprensibile ai parenti di Ceylon, un Paese devastato dalla guerra civile, dalla repressione militare, dalla crescente povertà e dagli effetti del cambiamento climatico: Paese ben diverso da quello lasciato da Neela, ormai trasformato da modelli di consumo occidentali e da nuove credenze e costumi. Alla scrittrice non interessa il futuro di Neela, la cui vita pare determinata dal destino immutabile dell'emigrata. Il tema del romanzo è l'impatto di questa partenza su Ayesha, la figlia di Neela, "l'acqua sporca", perché ormai italianizzata, e nel contempo alla ricerca di un legame con il passato, il suo e della sua famiglia. Questi due lati esistenziali non sono affrontati in una scontata chiave sociologica, che ruoti intorno al tema dell'identità. Con grande abilità narrativa la scrittrice racconta in parallelo la storia della famiglia di Neela e quella di Ayesha; a differenza della madre, Ayesha non può tornare, diversamente dalle zie e dalle cugine, non può affidarsi ad antichi rimedi, alla saggezza di un mondo magico, ancora abitato da spiriti e pratiche buddiste, o affidarsi a ideologie anti colonialiste e rivoluzionarie. Dove sono le radici di un' "acqua sporca", che deve sopravvivere all'interno di una società post capitalista? Amante delle metafore, la scrittrice ricorre all'immagine di alberi tropicali, che crescono da semi > che si insinuano nelle crepe delle cortecce di altri alberi, soffocando l'ospite con le proprie radici. (...) Il rapporto che intessevo con la mia vita altrove era così: un'esistenza che cresceva su un'altra come un parassita. Mentre una cercava di prendere il sopravvento, portandosi appresso le radici, esposte come carne viva, l'altra, quella sottostante, continuava a sopravvivere al limite del marciume. Mi sentivo una Persefone che divideva il suo tempo tra due mondi. Lei si era venduta per sei chicchi di melograno, per che cosa mi ero venduta io? Sorge spesso il dubbio se Uyangoda stia parlando dell'Italia, usando Ceylon come Montesquieu scriveva della Francia immaginandosi una Persia che esisteva solo nelle sue "Lettere Persiane". La stessa impressione si trae leggendo Igiaba Scego, in particolare l'ultimo libro recensito in questo sito: "Cassandra a Mogadiscio". È vero che la parte più affascinante del romanzo sono i capitoli dedicati a Ceylon, ma sempre l'autrice ci riporta con crudezza al dramma esistenziale e psicologico di Ayesha, una donna così vicina a noi, eppure tanto lontana perché è un "acqua sporca". Ed è proprio in questo "andare e tornare", tra un'isola vagheggiata e la nostra alienazione quotidiana, che risiede l'importanza del romanzo sotto il profilo dei contenuti. La struttura narrativa è ben costruita, con il ricorso all' io quando si parla di Ayesha, passando invece alla terza persona quando si raccontano le storie familiari: questo approccio crea una strana alternanza tra il soggettivismo tipico del romanzo contemporaneo, e l'oggettivismo che deriva dal voler parlare del mondo e delle esistenze "universali”: La scrittura è fluida ma densa, si percepisce un'impronta filosofica, in particolare in alcuni passaggi spesso ricchi di meditazioni e astrazioni. Tutto ciò accresce il fascino della lettura. La trama non può che essere fragile, visto che tutto è stato già detto dalle prime frasi del libro. Perché leggerlo? romanzo difficile, ma affascinante.
Non dire notte
«Su tutto è steso un sorriso fiacco sbiadito dolente». Questo verso di Ezra Zussman «in una poesia sulle sere autunnali» può sintetizzare il significato di questo libro, denso, grigio e apparentemente banale. Theo e Noa vivono una convivenza normale, fatta di piccole abitudini, di silenzi e di amori fugaci. Entrambi hanno avuto una vita solitaria e difficile. Incontratisi per caso, si sono rifugiati, alla ricerca di una fragile serenità, in una cittadina nel deserto israeliano, dove sembrava che > i massi pallidi, il pendio, le alture a oriente, persino lʼaspro lucore delle stelle, tutto fosse in attesa di un cambiamento. Imminente, fra un istante, quando tutto sarà chiaro . Ad incrinare la loro uggiosa quotidianità irrompe la morte per overdose di un alunno di Noa e la volontà del padre del ragazzo di affidarle la realizzazione di un centro per il recupero dalla tossicodipendenza. Noa si getta nel progetto con entusiasmo: trova finalmente uno scopo alla vita e soprattutto afferma in questo modo la sua indipendenza da Theo, più anziano ed esperto di lei. Ad animarla è anche un sentimento di rimorso per non aver colto i segnali di aiuto che in qualche modo le aveva mandato il ragazzo. La città è diffidente ed ostile al progetto. Theo la vorrebbe mettere in guardia, ma capisce che > lʼunica via per aiutarla è non cercare di aiutarla... Sto in agguato, fermo, la fisso nel buio con gli occhi pietrificati, in attesa che crolli sfinita? Allora potrò piegarmi e prendermi cura di lei come allʼinizio. Sin dallʼinizio. Cʼè in Theo un sentimento protettivo, quasi paterno, che, tuttavia, rinchiude Noa in una sorta di crisalide, dalla quale non riesce ad uscire: è troppo fragile, troppo forte è il bisogno di sentirsi difesa e di correre a stringersi > nella grotta buia dei peli del petto ( di Theo) come fosse stato gravido di me . E, > come acqua che lenta scorre sul fronte interno delle palpebre chiuse per la stanchezza , il progetto finisce nel nulla. Noa stessa si stanca di perseguirlo e il tutto scivola nella prosaica vita quotidiana, in > un sogno silenzioso, beato, lontani da se stessi, lontani dal dolore e dalla sofferenza, intenti ad ascoltare le raffiche del vento che soffia da sud e smette e di nuovo agita le fronde dei pini sciancati nel giardino del rudere e di lì prosegue travolgendo tutta la città e fino a tastare da fuori le persiane che abbiamo chiuso.... fra due settimane e mezzo finiscono le vacanze estive . Non è la storia al centro del racconto, il quale è tutto giocato intorno al mondo esistenziale dei personaggi. Lo scrittore non ha, tuttavia, un intento psicologico, anzi i sentimenti restano tratteggiati, raffigurati in modo leggero e quindi misteriosi. Anche lʼespediente letterario della doppia narrazione ( Theo e Noa sono i narratori degli stessi episodi) non conduce ad una interpretazione delle vicende dai due differenti punti di vista. Tuttʼaltro, ciascun capitolo sembra fine a se stesso tantʼè vero che il lettore quasi non si accorge di leggere la stessa storia, vista da differenti angolazioni. Il vero tema è esistenziale, cosmico e filosofico. Il vero protagonista è il deserto, sempre uguale a sé stesso e sempre diverso, travolto da un vento impetuoso e caratterizzato da un ambiente arido, dove a fatica riesce ad insediarsi la vegetazione. La città stessa è fatta di ampi spazi vuoti, come «strisce di deserto», una idea mal riuscita di città giardino > macchiettata di rottami e qualche arbusto che ha varcato la linea di confine fra vegetali e minerali . Lʼelemento distintivo del romanzo risiede nellʼattenzione alla dimensione urbanistica dellʼesistenza umana. Spesso ci dimentichiamo che le strade, lʼarchitettura degli edifici, i monumenti, le zone di verde e lʼambiente esterno alla zona urbana ( dove le forze della natura riprendono il sopravvento) plasmano la nostra esistenza, ci danno il carattere che siamo. Ed allora lʼirrompere di un cambiamento ( un centro di tossicodipendenza, diventare periferia di una grande città e così via) non solo dissolve un fragile tessuto urbano, ma travolge anche, snaturandola, la nostra essenza. E non è rinchiudendoci nella «quiete normalità» delle pareti domestiche che possiamo difenderci dal disfacimento sociale e dallʼatomizzazione esistenziale, che deriva anche dalla caduta di senso del contesto nel quale viviamo. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: essenziale e poetica ad un tempo. Frasi brevi accompagnate da lunghi periodi, una punteggiatura tal volta ridondante e in altri casi inesistente, un uso parsimonioso ed attento degli aggettivi contribuiscono in misura determinante a creare un clima narrativo denso, difficile ma affascinante, dove prevalgono i colori grigi ed opachi: unʼatmosfera di dolce melanconia. Perché leggerlo? Anche se ambientato in Israele, è un romanzo che rispecchia molto bene lo stato dʼanimo degli italiani in questo momento.
Norwegian Wood
Sono passati diciottʼanni. Lo scrittore ricorda un grande amore,quello per Naoko. Il romanzo è la ricerca della sua memoria, ma anche un percorso di liberazione da una persona che ha dominato la sua vita. La figura di Naoko è scomparsa dalla memoria, ma poi pian piano riaffiorano le sue sembianze: > le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, i lobi delle orecchie morbidi e rotondi con sotto un piccolo neo... la voce che a volte tremava per qualche ragione (era come se parlasse su una collina dove soffiava un vento fortissimo) . È questo lʼavvio del romanzo e già sin dallʼinizio è chiara la delicatezza dello stile, impalpabile e dotato di una notevole potenzialità simbolica: un approccio narrativo che rispecchia molto bene la fragilità e la sensibilità del protagonista: Watanabe. Watanabe, Naoko e il fidanzato di questa, Kisuki, sono tre grandi amici. Ma Kisuki si uccide e il rapporto si interrompe momentaneamente. Watanabe va a studiare a Tokio e vive in collegio, conducendo una vita solitaria, con pochi amici e con la grande passione per la letteratura. Un giorno, incontra nuovamente Naoko e si accende lʼamore: i due ragazzi fanno lunghe passeggiate, in silenzio, Naoko davanti e Watanabe dietro, > guardando la sua schiena e i capelli lisci e neri, trattenuti da un grande fermaglio marrone in modo che quando si girava da un lato lasciavano intravvedere il suo piccolo orecchio bianco . Nel frattempo Watanabe conosce Midori, una ragazza piena di vita ma anchʼessa oppressa dalla morte, in quanto ha perso la mamma e deve curare un padre morente. Anche con Midori, Watanabe intreccia un rapporto che è fatto soprattutto di disponibilità e di ascolto da parte del ragazzo: rapporto sempre in bilico tra amicizia, attrazione sessuale ed amore. Naoko scompare ma poi si scopre che è stata ricoverata in una casa di cura per malattie psichiatriche. Watanabe trascorre alcuni giorni in questa casa di cura, tra le montagne, dove riallaccia la relazione con Naoko e sente crescere un forte amore per la ragazza. Watanabe vive «in una palude» tra la forte amicizia per Midori e lʼamore vagheggiato per Naoko: il ragazzo vive come in una terra di nessuno, sempre disponibile verso gli altri ma mai capace di vivere fino in fondo la propria vita. Il suicidio di Naoko lo trascina nella disperazione, da cui esce solo quando si rende conto che deve vivere anche per sé stesso. Scena centrale di questo passaggio dalla disponibilità alla consapevolezza, dallʼadolescenza allo stato adulto è lʼincontro con un pescatore che, per aiutarlo, gli racconta della morte di sua madre: > ma cosa sta dicendo? pensai. E a un tratto fui assalito da una rabbia insensata che avrei voluto mettergli le mani al collo e strozzarlo. Io ho perso Naoko! Quel suo corpo meraviglioso non esiste più, e tu mi vieni a parlare di tua madre! Il romanzo può essere interpretato come un racconto adolescenziale: un ragazzo diviene adulto attraverso la sofferenza. In realtà ci sono altri due aspetti importanti: il tema della morte, che, come dice lʼautore, è parte integrante della vita ma da cui si esce solo con la sofferenza; il tema della letteratura e quello della musica, come momenti di accompagnamento della vita. La morte, il suicidio di Hisuki, incombe sul racconto, da cui i protagonisti non riescono a liberarsi: è un passato di dolore dal quale si può uscire solo con la sofferenza. Non è un caso, poi, che nella prima parte del romanzo Watanabe legga, e rilegga, il Grande Gatsby, un personaggio eroico e solitario, mentre nella seconda parte del libro, quando Watanabe si deve misurare con la morte e con la sofferenza, la lettura è la Montagna Incantata, il racconto dellʼuomo che attende la morte come destino fatale. Perché leggerlo? La delicatezza dello stile, la bellezza dei personaggi e soprattutto del protagonista, i temi esistenziali trattati sono tutti motivi per leggerlo. È un libro che si legge con estremo piacere.


