Fedor M. Dostoevskij
Il saggio è una breve biografia di Dostoevskij, accompagnata da un approfondimento di una serie di fatti, personaggi e opere letterarie che hanno avuto un impatto significativo sulla vita dello scrittore. Si tratta di una «sorta di bignami» che può servire per chi deve studiare l’autore e avere un inquadramento generale dei rapporti tra la sua vita, il contesto e la produzione letteraria.
La Ferocia
Il libro ha vinto il premio Strega 2015 ed è stato presentato da molte recensioni come una sorta di Buddenbrook allʼitaliana: ci si aspetterebbe un bel romanzo con un forte connotato sociale. Niente di tutto questo. È un pessimo romanzo, scritto male, intimistico - esistenziale, che riflette una percezione della realtà tipica degli anniʼ90. Annoiato dalla trama, disgustato dello stile narrativo, ho interrotto la lettura a pagina 237 e posso quindi raccontare la trama sino ad un certo punto. Inizia con il suicidio di Clara, viziata ed eccentrica rampolla di una arrampicatrice famiglia imprenditoriale di Bari: un padre affarista e avido, tipico costruttore edile del Sud; una madre assente, serenamente soddisfatta dellʼagiatezza raggiunta, e tre fratelli; un medico affermato, una ventenne sulla buona strada per diventare altrettanto viziata come la sorella, e Michele, il figlio di unʼamante del padre, morta durante il parto. Il legame tra Clara e Michele è particolarmente intenso, anche per la fragilità del ragazzo, il quale trova nella sorella, così sicura di sé, un punto di appoggio e forse un oggetto dʼamore. Il romanzo vuole scavare soprattutto questa relazione e lo fa con continui salti temporali, dal presente (Clara morta) al passato, con la giovane suicida ancora nei panni di una vivace ragazza, dalla sfrenata vita sessuale. Intorno a Clara e Michele, nelle diverse dimensioni temporali, ruotano gli altri familiari, tutti apparentemente indifferenti alla terribile disgrazia accaduta o ai contenuti sempre più morbosi dei rapporti tra i due giovani. Forse perché > noi non siamo noi, (...) siamo guidati da forze di cui non siamo consapevoli, agiamo senza sapere perché, diciamo cose il cui movente è ignoto, crimini senza colpa e morti senza causa apparente . La nostra vita si ripete secondo il ciclo delle stagioni, con una fatalità che noi vorremmo propria della natura, ma è anche nostra. > Impaurita dalla moto, la lucertola si tuffò nei fili dʼerba. Scomparve tra i rami lacerando nella fuga la tela del ragno salticida, il quale, ricomposta lʼimmagine del rettile attraverso i suoi otto occhi, era riuscito ad evitare lʼimpatto. Il ragno zampettò. Il terreno secco e arido registrò lʼinformazione sovrapponendola allʼalfabeto delle formiche che si incrociavano spezzando e biforcando e poi ricomponendo una linea che non era mai la stessa. La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile, riceveva nuovi impulsi dalle profondità del formicaio, poi più lontano, dalla tremenda forza che cambia volto alle stagioni . Non è certo un romanzo sociale né un racconto psicologico, che vuole approfondire i sentimenti e le motivazioni. Lʼautore si muove su un piano metafisico, nella convinzione, profondamente meridionale, dellʼimmutabilità dellʼessere umano e del contesto sociale e politico. Da qui forse viene il titolo: la Ferocia. Si poteva dare comunque un ritmo narrativo! Una trama comprensibile! A peggiorare il risultato letterario è lʼimpronta minimalista, che si riflette nellʼesagerato ricorso al punto e alla quasi completa assenza del punto e virgola e dei due punti. È difficile in questo modo non spezzettare il discorso, rendendolo pesante e incomprensibile. Un esempio: > Michele tornò in camera sua. Fece per stendersi a letto. Si arrestò. Da destra verso sinistra. Il comodino. Lʼarmadio. Guardò intorno con aria preoccupata. La finestra mezza aperta. Il battito cardiaco accelerò. Rimani calmo. Non può essere saltata già dalla finestra. Si sedette sul bordo del letto. E così continuando, adesso si capisce perché non ho più continuato a leggere. Perché non leggerlo? È un romanzo brutto, noioso e vecchio.
Figlie di una nuova era
Rudi, l'ingenuo e sognante marito di Kathe, una delle protagoniste, sintetizza con una poesia il senso complessivo del romanzo: > ho visto in controluce/che il ponte è caduto/e la debole luce/ormai ho perduto/e mi abbandono/alla corrente che mi conduce . Quattro giovani donne sono amiche per la vita, si innamorano, si sposano, alcune di esse diventano madri, restano vedove o divorziano, insomma conducono una vita apparentemente normale nella Germania tra 1919 e il 1945; attraversano la crisi economica e sociale del primo dopoguerra, l'inflazione iperbolica, la turbolenza politica della repubblica di Weimar (con la repressione dei comunisti da parte dei socialdemocratici), l'ascesa del nazismo, le leggi per la purezza della razza (con la segnalazione dei bambini nati con malformazioni), la graduale ma inesorabile emarginazione degli ebrei sino alla Shoah, la catastrofe della seconda guerra mondiale. Come è possibile avere una vita normale dinanzi a così drammatici avvenimenti? > Ma adesso cosa restava da fare, se non ritirarsi nella sfera del privato? il mondo non era più un posto affascinante . (pensa Bunge, il padre spendaccione di Ida, un'altra protagonista). Ed infatti il romanzo sviluppa le storie di Henny, Kathe, Lina e Ida in un'ottica profondamente intimistica, lambita solo esteriormente dalle terribili vicende che hanno interessato il popolo tedesco. Henny e Kathe sono amiche dall'infanzia e decidono di comune accordo di intraprendere la professione dell'ostetrica, di mettere al mondo bambini proprio quando non si sa cosa attendersi dal futuro (una metafora?). Mentre Henny persegue l'idea della famiglia, Kathe fa altre scelte. La prima si sposa ancora giovane perché rimane incinta, ha una figlia, perde il marito e ne sposa un altro, dal quale avrà un altro figlio, per scoprire che il secondo marito è stato un delatore per i nazisti, Kathe non vuole avere figli, è comunista e spinge il marito a impegnarsi politicamente, travolgendo in tal modo la vita di entrambi. Ida, invece, è nata e cresciuta nel lusso, il padre, ormai sull'orlo della bancarotta, la dà in moglie ad un ricco e potente banchiere, destinandola all'infelicità, solo in parte ripagata da una lunga storia d'amore con un bel cinese. Lina scopre presto di essere lesbica e va a vivere insieme con la sua compagna, in una situazione sempre più precaria perché l'omosessualità è condannata dal nazismo. Ci sono molti altri personaggi, ma già da questa breve esposizione delle protagoniste si può dedurre la fragilità dell'intero racconto. E' vero che la guerra irrompe nella pace e fino in fondo si cerca di vivere nell'indifferenza, non ci si aspetta «Guerra e Pace», ma si poteva attendere una trama ed un'analisi dei personaggi che cogliesse le profonde ferite dell'animo umano dinanzi al pericolo e agli orrori. La pace in attesa della guerra crea una sorta di sospensione e si cerca disperatamente di stare aggrappati al privato, ai pallidi sentimenti, alle consuetudini, alle amicizie e agli affetti familiari. Due splendidi romanzi vengono subito in mente: «Nessuno torna indietro» di Alba De Cespedes, con le sue ragazze rinchiuse e nel contempo difese dentro un collegio, e «Neve sottile» del giapponese Tanizaki, racconto nel quale la descrizione minuta della famiglia giapponese degli anni'30 vuole essere una critica al familismo inerte e, ad un tempo, all'imperialismo guerrafondaio ed aggressivo, così lontano dal sentire comune della gente. Niente c'è di tutto questo nel nostro romanzo, tanto che le drammatiche vicende della Germania paiono essere solo l'occasione per dare brio ad una trama troppo piatta e banale se calata in un contesto di normalità. E' l'inizio di una trilogia, che lasciamo ad altri lettori. A indurre ad un giudizio negativo sono pure la struttura narrativa e la scrittura. Le storie delle quattro giovani donne sono portate avanti in parallelo con brevi paragrafi all'interno di una articolazione dei capitoli di carattere cronologico. Di conseguenza la narrazione è confusa, è difficile al lettore recuperare il racconto complessivo, e la trama risulta in definitiva prolissa e ripetitiva. I troppi personaggi contribuiscono a compromettere la chiarezza complessiva. La scrittura, a sua volta, è piatta, basata su brevi frasi e su dialoghi, mancano le descrizioni dell'ambiente (Amburgo) e del contesto sociale e politico. Perché non leggerlo? Inutile, mal scritto e sgradevole, se si pensa a quanto è successo in Germania fra le due guerre.
Il figlio del Mare
Immaginiamo che in un mondo, il nostro, imprigionato in una struttura sociale cristallizzata, avvenga un fatto straordinario che sconvolge gli assetti precostituiti permettendo al povero di ascendere la scala sociale. Forse, solo a seguito di una guerra o di una catastrofe naturale, è possibile una rivoluzione. Con una storia esile, questo romanzo introduce il tema del cambiamento, e lo fa in un'epoca lontana da noi: il 452 dopo Cristo quando gli Unni invasero l'Italia. Siamo a Atesis, l'attuale Este, città allora lambita dal fiume Adige, che cambiò il suo corso nel 589 a seguito di una disastrosa alluvione. E' una pigra città, controllata da una potente famiglia romana e dai maggiorenti, i così detti curiali. Pietro è un ragazzone dai capelli rossi e fa il guardiano di maiali; un quattordicenne grande e grosso, timido, chiuso, analfabeta, nato da una notte d'amore della madre con un barbaro «che veniva da mar, dalle terre che stanno di là della grande acqua». Essersi prestato stupidamente alle curiosità di Giustina, la graziosa e irrequieta figlia del padrone, porta Pietro a subire una sonora bastonatura, giusta punizione per aver osato parlare con la ragazza: guardiano dei maiali sei e devi restare, piuttosto accompagnati alla prosperosa Galla, anche lei del basso popolo! Tutto muta quando arrivano gli Unni, accolti con terrore perché guerrieri feroci e invincibili: > sembravano molto alti e robusti, fisici compatti (...), i loro destrieri avevano la bocca schiumante di bava e gli occhi pieni di follia . In realtà con Pietro e Giustina, che si ritrovano insieme prigionieri, non si comportano male come ci si potrebbe aspettare: gli concedono salva la vita, ne permettano il rientro a casa dove Pietro parteciperà valorosamente all'epica e inutile battaglia per la salvezza di Atesis. La città è saccheggiata, la campagna è attraversata dai barbari e dai banditi, non c'è più cibo e riparo; non resta che fuggire per trovare rifugio nelle lagune dove gli Unni non vogliono andare per timore delle pestilenze. Iniziano un viaggio pieno d'insidie, soli, brutalizzati dalla paura e dalla fame, due adolescenti, Pietro e Tito, una ragazzina abituata alle comodità e alle difese di una ricca casa, Giustina, e una vecchia cavallina nera. E' inutile seguirli lungo le pianure e i canali che portano alle lagune venete: la storia è banale, precorre le «Avventure di Tom Sawyer», senza averne il ritmo e la suspense, riducendosi pian piano a un racconto melenso, con molti aspetti inverosimili, e avulso dall'ambiente storico e naturale. «Non c'è viaggio più lungo di quello che ti riporta a casa», dichiara l'autore nei Ringraziamenti. Dopo tanti romanzi ambientati in giro per il mondo, Morosinotto vuole parlare della sua terra, avviando una saga che, si suppone, vorrebbe seguire le vicende di Pietro e di Giustina, e dei loro eredi?, nella costruzione della futura e splendida Venezia. Ebbene, avrebbe potuto metterci più impegno, non affidandosi a banalità adolescenziali senza tempo (siamo sicuri che le ragazze e i ragazzi del 500 dopo Cristo fossero come i nostri?) e cercando di creare un'atmosfera che partisse dall'ambiente vallivo delle lagune. Bisogna ammettere, a malincuore, che la guerra è un bell'espediente per dare ritmo al racconto: la difesa di Atesis, con i suoi combattimenti e colpi di scena, attrae il lettore, gli ricorda l'Iliade in breve. La scrittura fluisce leggera e facile, senza asprezze: piacevole da leggere ma contribuisce a dare quel senso di superficialità frettolosa che contraddistingue il romanzo. Sottolineo una particolarità: in quasi quattrocento pagine la punteggiatura è costituita solo da punti e virgole, c'è un solo due punti, non ci sono punti e virgola; virtuosismo alla Cesare Pavese, o stilo giornalistico tanto di moda, oppure compiacimento verso un lettore adolescente, che si presume poco abituato a una sintassi articolata? Perché non leggerlo? E' banale e noioso.
La fortezza della solitudine
Il romanzo è ambientato nei quartieri «negri» di New York. Lo stile narrativo è portato avanti «per saltelli» rendendo pesante la lettura. È difficile esprimere un giudizio perché non riesco ad avere la giusta concentrazione per seguire una trama apparentemente inesistente e una scrittura difficile, anche tradotta in italiano.
Fuoco su Napoli
Lʼoggetto del romanzo è Napoli: «un cadavere in avanzato stato di decomposizione». Diego Ventre è un avvocato brillante e raffinato, ma in realtà un camorrista. Viene a sapere da un vulcanologo che una eruzione distruggerà gran parte della città. Diego vede in questa catastrofe la possibilità di rinnovare Napoli, di interromperne il declino, ma anche capisce che si possono fare dei grandi affari. Tiene nascosta la notizia e inizia una serie di operazioni speculative. Nel frattempo si innamora di Luce, figlia di una grande famiglia di aristocratici. Inizia un corteggiamento, con il quale Diego può esprimere tutta la sua cultura classica e i suoi gusti raffinati. Ciò non gli impedisce di continuare la sua azione criminale, a tessere trame affaristiche, a corrompere e a minacciare. Napoli viene distrutta dalla furia della natura, Diego e Luce si sposano, ma proprio nel giorno del matrimonio Luce scopre di aver sposato un mafioso e un violento. Fugge, viene catturata dal nemico di Diego, violentata più volte come sfregio, ma proprio nel momento dello stupro arriva Diego che uccide il nemico e poi punta la pistola al petto della ragazza. La vuole uccidere secondo un codice mafioso, che non può accettare che la propria donna sia stata di un altro uomo, o è solo un gesto protettivo? Non lo sapremo mai perché in quel momento Diego viene ucciso dal fratello. Lʼautore riprende uno spunto di Curzio Malaparte nella Pelle (lʼeruzione del Vesuvio come distruzione e creazione di una nuova Napoli) ma questa idea resta solo sullo sfondo. In realtà, tutto il romanzo sviluppa intorno a Diego, eroe negativo ma ammirato in fondo e mezzo per un compiacimento estetizzante del bello e del brutto di Napoli. La debolezza della trama, la povertà di analisi dei personaggi, i continui richiami ad una città irreale, perché fatta solo di monumenti, i soliloqui del protagonista, pedanti e inconcludenti, sono tutti fattori che riducono il racconto ad una serie di immagini, di bozzetti. Come ha scritto lʼautore riferendosi a Napoli, > è un romanzo senza storia, un romanzo senza capitoli. Le parole sembrano montate a caso, senza un vero prima e senza la speranza di un dopo . Perché non leggerlo? È inutile.





