Water
Nella tradizione indù una vedova > deve stare in lutto perpetuo... la testa viene rasata a zero. i suoi ornamenti rimossi... non deve mangiare cibi cotti al fine di raffreddare le energie sessuali, evitare occasioni mondane perché una vedova porta disgrazia (avendo causato la morte del marito), e deve restare casta, devota e fedele alla memoria del marito . Alla tradizione religiosa si aggiungono motivi economici. Con lʼ emarginazione delle vedove, rinchiuse in edifici dedicati, i familiari, della donna e del defunto, si liberano di una pretendente allʼeredità. Ma > la combinazione della morale indegnità e di innocenza dà (alle vedove) una irresistibile attrattiva erotica. E lʼerotismo è esaltato dalla loro vulnerabilità e disponibilità . La mancanza di mezzi economici (sono spesso abbandonate dai familiari), la solitudine ed esclusione sociale rendono le vedove facili vittime della prostituzione. Il libro tratta della vita e del destino delle vedove. Lo fa con la storia di una bambina. Chuyia non ha sei anni quando viene data in sposa ad un uomo molto più anziano di lei. Vive ancora con la sua famiglia in attesa di diventare donna, quando il marito muore. Viene cacciata senza pietà in una casa per vedove. Sradicata dal suo mondo, abbandonata e dimenticata dai genitori, la bambina si deve ricostruire un mondo di affetti. Lo ritrova in alcune compagne di sventura, più anziane di lei: la vecchia Bua, che ancora ricorda i dolci e le leccornie che furono servite al suo sfarzoso matrimonio, Shankuntala, che vive con profonda religiosità il suo destino di vedova e che si chiede se la sua vita non sia > unʼillusione che scoppiò come una bolla ed aprì in unʼaltra illusione nella quale lei era una vedova , e la splendida Kalyani, che proprio per la sua bellezza, è stata costretta a prostituirsi e ha imparato a «vivere come un loto, non corrotto dallʼacqua sporca». La vita di Kalyani è , infatti, una serie di episodi distinti, di scatole, che alcune apriva alla luce del sole, altre («le chiamate notturne») rimosse e nascoste a sé stessa. In qualche modo ciascuna delle vedove ha trovato un modus vivendi per rendere accettabile la vita, altrimenti insopportabile. E questo sarebbe il destino di Chuyia, quando sopraggiungono due fatti terribili: Kalyani si uccide, avendo appreso che il giovane, di cui si è innamorata, è figlio dellʼuomo al quale si prostituisce; Chuyia, non ancora compiuti nove anni, viene drogata e violentata, anche per essere, in questo modo, introdotta alla prostituzione. Come può la pia Shankuntala credere ancora in una religione, che giustifica questi destini crudeli e ingiusti? È proprio vero che Dio è la verità o non è vero ciò che dice Gandhi che è la Verità ad essere Dio? Ossia che noi dobbiamo operare secondo la coscienza di essere parte di un tutto, nel quale ogni essere ha la stessa dignità e diritto di vivere. Con questa consapevolezza, che la rende finalmente libera, Shakuntala decide di salvare almeno Chuyia, affidandola a Gandhi. Il lieto fine non è una sorpresa, peraltro gradita. È la conseguenza di una maturazione culturale e psicologica. È il segno di una liberazione. Il romanzo si sviluppa lentamente, con un ritmo che rispecchia lʼineluttabilità del destino delle vedove. La scena di avvio emana una serenità infantile, che precocemente si disperde. > Uccelli saltavano tra i rami degli alberi, facendo tremare le foglie e riempiendo la foresta di cinguettii... Tutti i sensi di Chuyia si acuivano nella selvaggia bellezza della foresta, la sua respirazione rallentava per conciliarsi con il profondo ritmo del mondo vegetale, e il suo cuore era in pace . È lʼimmagine di quella compenetrazione con il «tutto», con la Verità, il messaggio di Gandhi: compenetrazione spezzata dalle regole crudeli della società. Seguiamo, poi, la bambina nella casa delle vedove. Non ci sono facili moralismi o denunce sociali: è così ed è sempre stato così. È vero ci sono piccole scene di rivolta, ma domina una malinconica accettazione del proprio destino. Le donne tornano sempre ai ricordi, si concentrano nella preghiera e nel culto dei morti. Prevale una nostalgica dolcezza, che si riflette nella scrittura: ricca nei vocaboli, piena di aggettivi ricercati, tranquilla come devono essere le vedove. Il romanzo prende velocità nelle ultime pagine, quando, dinanzi allʼorrore di quanto è avvenuto, Shankuntala riprende in mano il proprio destino e prevalgono il tumulto della folla, le grida del popolo, il precipitarsi degli avvenimenti. Perché leggerlo? Descrive il mondo indiano, sospeso tra tradizioni ancestrali e rinnovamento. Descrive, anche, le assurde ed opprimenti regole di qualsiasi religione e tradizione.
White Fang
Zanna Bianca è il racconto della nascita dellʼamicizia tra il lupo e lʼuomo, ma anche la narrazione di una catarsi, di un passaggio dalla solitudine alla socievolezza. Il romanzo prende lʼavvio dal conflitto mortale tra le due specie animali. Due uomini, con i loro cani, sono inseguiti da un branco di lupi, disperatamente alla ricerca del cibo nel freddo inverno del Nord America. Pazientemente, con unʼazione lucida e spietata, i lupi eliminano progressivamente i diversi componenti del gruppo per dare lʼassalto finale allʼunico sopravvissuto. In questo momento fatale non cʼè più spazio per lʼarroganza della specie umana, per i suoi contorcimenti intellettuali, per la sua presunta supremazia. Lʼuomo > lanciava uno sguardo di terrore al cerchio di lupi che si sarebbe disegnato prevedibilmente intorno a lui, e improvvisamente lo colpì la consapevolezza che questo suo meraviglioso corpo, questa carne pulsante, era niente più che carne, ricerca di animali voraci, da essere lacerata e squarciata dalle zanne fameliche( dei lupi) per essere nutrimento per loro, così come il topo e il coniglio erano stati spesso nutrimento per lui . Al sopraggiungere di alcuni cacciatori, il branco di lupi si dà alla fuga, sciogliendosi. Una femmina e due maschi si allontano insieme. È questa la parte più bella del libro, nella quale London descrive efficacemente la natura selvaggia della foresta, la lotta dei due maschi per la femmina, lʼaccoppiamento e la nascita dei cuccioli, la scoperta da parte di questʼultimi del mondo circostante, la fame che distrugge la famiglia, tranne la lupa ed uno dei cuccioli, Zanna Bianca. La natura è affascinante ma brutale, tra le diverse specie cʼè una lotta senza quartiere per il cibo, nella quale vince il più forte e il più astuto. La visione competitiva dellʼOttocento, di una borghesia trionfante, emerge nelle pagine di London, insieme con un romanticismo che si alimenta della ricchezza e del mistero dellʼambiente. La madre di Zanna Bianca è un incrocio tra un lupo ed un cane. Lʼeredità genetica è per London un imprinting da cui nessun essere può sfuggire, > perché la vita raggiunge il suo culmine quando si realizza al massimo ciò per cui è equipaggiata per fare . Lʼincontro con una tribù di indiani fa riemergere nella madre di Zanna Bianca la sua natura di «cane», dipendente dallʼuomo. Il contatto con lʼuomo è per Zanna Bianca una prova estremamente dura, un continuo conflitto tra la sua natura indipendente e la devozione per la forza dellʼuomo, che nella sua psicologia animale è vissuto come un " dio > . Non cʼè affetto verso lʼuomo, cʼè invece in Zanna Bianca timore ed ammirazione. Insieme con gli uomini ci sono i cani. Solo contro tutti Zanna Bianca cresce duro, spietato, guerriero: non imparò mai a giocare con ( i cani), sapeva soltanto come combattere > . Diviene un freddo lottatore, ma anche un animale solitario e triste, perché non ha conosciuto lʼaffetto e il gioco degli altri cuccioli. Le sue qualità di lottatore gli saranno preziose quando, venduto ad un crudele uomo bianco, viene usato nei combattimenti tra cani, nei quali risulta sempre vincitore. Zanna Bianca conosce sino in fondo il mondo dellʼodio, da cui sa di potersi difendere solo con la forza e lʼastuzia: non ha amici e non li cerca. Ed è proprio in occasione di un combattimento che Zanna Bianca, gravemente ferito, viene salvato, curato e custodito da un ricco cacciatore dʼoro. Da qui in poi la storia diviene banale e scontata. Pian piano, giorno dopo giorno, Zanna Bianca scopre che è capace di affetto e di devozione verso lʼuomo, non è più solo, è circondato da un ambiente pieno di amore, scopre lʼamicizia e con essa la paternità: il cucciolo si stravaccò di fronte a lui. ( Zanna Bianca) sollevò le orecchie e lo guardò curiosamente. Poi i loro nasi si toccarono ed egli sentì la piccola calda lingua del cucciolo sulla mascella. La lingua di Zanna Bianca venne fuori, egli non capiva perché, e leccò il muso del cucciolo. Le prime due parti del libro sono splendide e chiare nel loro significato. Lʼattacco dei lupi contro gli uomini e la descrizione da esperto naturalista della foresta sono una evidente esaltazione della natura selvaggia, della forza indomita degli ambienti dove si combatte ad armi pari" per sopravvivere e non per divertirsi. Poi invece subentra la complessità dei rapporti umani: lʼodio, il divertimento sulla pelle degli innocenti ( gli animali), lʼambiguità dellʼaffetto umano, che vuole comunque fedeltà e ubbidienza. Zanna Bianca è in fondo una vittima dellʼuomo, come lo sono tutti gli animali. Il suo istinto deve piegarsi alle leggi dellʼuomo e solo nella paternità ritrova il suo destino di lupo. Sotto il profilo della scrittura, il pregio fondamentale di Jack London è il ritmo narrativo, ricco di azioni pur allʼinterno di una eccezionale compattezza della trama. Lʼautore non ha bisogno di ampliare il racconto, che invece è un continuo approfondimento dello stesso tema, affidato ad un uso ricco e multiforme di verbi ed aggettivi. Perché leggerlo? E un piacere lasciarsi trascinare dallʼamore di London per i lupi e la natura.
The White Tiger
Negli splendidi racconti di «Between the Assassinations» Arvind Adiga aveva sviluppato una cronaca pessimistica di un destino sociale immutabile, al quale si può sfuggire solo con una disperata scelta individuale. Lo scrittore indiano torna sul tema con questo romanzo, che narra la storia della ribellione di un uomo, contro la cristallizzazione delle caste, lo sfruttamento del ricco sul povero, la prigionia sociale costituita dalla tradizione e dai legami familiari. Non ci sono grandi idealità dietro la rivolta; cʼè banalmente il desiderio di avere > lʼopportunità di essere un uomo, e per questo, valeva la pena uccidere . Lʼautore immagina che il protagonista scriva al primo ministro cinese per spiegare come si diventi imprenditori di successo nellʼIndia moderna, «centro della tecnologia e dellʼoutsourcing». Non bisogna aver fatto lʼuniversità e vestire abiti eleganti: gli imprenditori sono fatti di «argilla mal riuscita», devono provenire dalla parte oscura della società ed avere la determinazione di chi non ha nulla da perdere, di chi sa che ci sono «solo due destini: mangiare o essere mangiati». Il protagonista ha il profilo giusto. È vero che nel povero villaggio, dove è nato e cresciuto, non gli hanno dato neanche un nome, ma lo chiamano soltanto Munna, ragazzo, ma, sin da bambino, sente che non è destinato a «restare uno schiavo». Solo che non è così facile «sputare il proprio passato». Bisogna liberarsi dalla «gabbia», nella quale si è stati rinchiusi fin dalla nascita. Per rappresentare questo stato sociale, e psicologico, lʼautore usa una efficace metafora: il macello del pollame. > Va nella vecchia Delhi e guarda come tengono i polli là nel mercato. Centinaia di pallide galline e di brillanti galli colorati, rinchiusi strettamente in gabbiette di metallo, addensati come vermi in uno stomaco (...). Su un tavolo di legno (...) siede un giovane macellaio, che sorride soddisfatto, mostrando la carne e gli organi di un pollo appena macellato (...). I galli vedono gli organi dei loro fratelli che giacciono intorno. Sanno che saranno i prossimi. Tuttavia non si ribellano. Non cercano di fuggire dalla gabbia.(...) Perché il desiderio di essere un servo è stato inseminato in me; scolpito nel mio cervello, chiodo dopo chiodo, e iniettato nel mio sangue, nello stesso modo in cui rifiuti e veleni industriali sono stati riversati nella Madre Gange. (...) I servi devono impedire gli altri servi dal divenire innovatori, sperimentatori o imprenditori. (...) La gabbia è conservata dallʼinterno . Il racconto è appunto la liberazione del protagonista da questa sottile ma indissolubile prigione. Per un caso, riesce a trasferirsi a Nuova Delhi come autista del fratello del boss del villaggio. È ancora un servo a tutti gli effetti, a disposizione per qualsiasi esigenza; ma guidare lʼauto gli permette di accedere a tutti gli aspetti della vita del suo padrone, da quelli intimi ai loschi affari. È una sorta di svelamento, di scoperta dei peccati e della vacuità dei ricchi. Lʼubbidienza e la soggezione inculcati per secoli lo avrebbero, tuttavia, mantenuto un servo fedele; al massimo, si sarebbe concesso qualche innocente piacere, come fanno gli altri autisti: urinare nelle piante dei padroni, schiaffeggiarli mentre dormono, battere i loro animali domestici. Un episodio contribuisce a fargli prendere coscienza. La moglie del padrone investe un povero e la famiglia del boss vuole che Munna si dichiari colpevole e vada in carcere. Gli stessi parenti del protagonista lo invitano a compiere questo sacrificio, come se fosse una cosa naturale. Per fortuna la polizia, opportunamente pagata, chiude lʼinchiesta e non ci sono, quindi, conseguenze; ma il protagonista capisce lʼinconsistenza dei tradizionali valori di fedeltà e lʼipocrisia del benevolo paternalismo mostrato dal padrone. Spesso deve condurre questʼultimo, con una borsa piena di contanti, a corrompere dei funzionari governativi. Decide di approfittarne: uccide il padrone e si appropria dei soldi, ponendo le basi per divenire imprenditore di successo. La caustica ironia della narrazione non deve ingannare: il romanzo è fortemente realista, un freddo resoconto sociale e una vigorosa denuncia politica. Lʼintera società indiana ne esce dissacrata e palesata nella sua vera natura, sia quella moderna (il mito della più grande democrazia del mondo, lo sviluppo economico impetuoso e risolutore) che quella tradizionale, che tanto affascina gli occidentali. Il protagonista è una figura stereotipata, freddo e cinico come il padrone che ha ucciso: una vera «tigre bianca», perché crudele e nel contempo rara. Munna raggiunge il successo, ma non è questo che consola il lettore. La speranza sta nel fatto che compie due atti di umanità: fuggendo dopo il delitto, rischia di essere catturato dalla polizia per salvare un cuginetto, che vive con lui; rimborsa la madre di un uomo che è stato investito da un suo autista. Piccole cenni di solidarietà, che non ci fanno dimenticare come il protagonista non abbia avvisato i parenti della vendetta della famiglia del boss, che infatti li truciderà tutti. Laddove ciò che è importante è «la dimensione della pancia», i soldi, cʼè poco spazio per essere «buoni»! Il pregio principale del romanzo è lo stile narrativo: una scrittura sobria ma ricca. Il difetto risiede nella trama, che non riesce a mantenere un intenso ritmo narrativo, rendendo il racconto spesso ripetitivo, con troppe parentesi di carattere sociologico e politico. Nello svolgimento lʼautote non mantiene le aspettative che nascono dallʼ intrigante espediente letterario della lettera al primo ministro cinese. Perché leggerlo? Una forte impronta realista, una efficace scrittura.


