Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

L'ultima provincia

scritto da Adorno Luisa
  • Pubblicato nel 1983
  • Edito da Sellerio
  • 170 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 01 novembre 2021
Luisa narra in prima persona l'ingresso nella famiglia del marito. Cosimo è figlio di un prefetto siciliano, che gira l'Italia con due tenaci principi: la nostalgia per la Sicilia, "quand'eravamo a Bosco Canniti...(...) un pezzetto di terra nera e fine come rena, accidentato da massi di lava, con balze, poggi, strapiombi improvvisi: (...) latifondo per la sua tenerezza";  avere una sede dove non ci sia "la mala pianta", ossia dove "la miseria e una maggioranza di destra imprimevano un lento respiro". Quando Cosimo dichiarò che avrebbe passato l'estate in prefettura presso la nuova sede del padre, "nacque in quel momento il mio interesse umano per lui", ma pure una curiosa ed affettuosa disponibilità a lasciarsi coinvolgere in una famiglia di provincia, così lontana dalla propria cultura ed estrazione sociale. Ed è qui il senso di questo lungo racconto. Luisa, cittadina, di sinistra e indipendente, non assume un atteggiamento di superiorità verso la famiglia del marito, anzi descrive con lieve ironia i tratti di un piccolo nucleo sociale (il Prefetto, la Prefettessa, la domestica Concetta e il cane), sempre caparbiamente siciliana malgrado i numerosi trasferimenti per l'Italia. Sono una serie di ritratti, che scandiscono una sorta di formazione della giovane donna, dapprima sconcertata e divertita e poi permeata dalla soffusa dolcezza della vita di provincia. Riportiamo alcuni esempi. La Prefettessa è malata e tra i deliri della febbre teme che la fedele domestica l'abbandoni, "Vero è che te ne vai con le mondine?, le chiese affannata. "Cu cui?, fece l'altra," e da quel momento diventò un'imprecazione usuale: "Cu' sti mondini". E la scoperta del pigiama a tavola? "Nel pigiama si annega, oltre l'attenzione al proprio vestiario, il controllo di sé, del proprio linguaggio. Di preferenza tacciono, paghi, con l'aria torbida di chi è appena uscito dal letto. Se parlano è solo in dialetto. Se gridano è "cacchio". Cacchio di femmina, di luce, di mosca a seconda dell'urto che li muove". Le cerimonie ufficiali sono incombenze che il Prefetto assolve con sofferta ma meticolosa sollecitudine. "Si era messo un paio di scarpe comode. (...) Era la festa di San Giuseppe (...) processione con schiere di convittori, di orfanelli....file grigie di aggiogate giovinette. (...) In aprile aveva seguito la processione del venerdì santo, in maggio quella del patrono....". Diventata mamma, con la bambina in fasce, le vacanze a Borgo Canniti sono per Luisa una  stupefacente scoperta. Sin dal traghetto sullo stretto, "altissimo e solitario su un orizzonte piano era apparso l'Etna, (...) Un bel pennacchio, ave!" esclamò il Prefetto. Nel piccolo podere "il caldo era senza riparo. (...) Indifferente all'abbagliante realtà il Prefetto si contentava di un cappello di paglia, il pigiama, un bastone, per percorrere, più volte ogni giorno, il podere". (...) Quando il sole spariva dietro la montagna e le casine si alzavano come un sipario a lasciare entrare l'aria della sera, le voci e i rumori sembravano spegnersi. (...) Dai mattoni saliva alle nostre gambe, e le avvolgeva, un tepore animale, che l'alito fresco del mare abbassava a poco a poco: il profumo dei gelsomini era così netto e preciso, che sembrava di udirlo" Alla bambina "Ce lo date 'u succu d'uva? chiedeva intanto la sorella della Prefettessa. (...) Nel giro di poche ore, davanti alla famiglia riunita, Concetta introduceva nella bocca della bimba il primo cucchiaio di succo".  

Il racconto è esile, senza una vera trama, vago e lieve come un dipinto abbozzato. A sorreggerlo opera una scrittura raffinata, suggestiva e piacevole, dove il ricorso al dialetto arricchisce la narrazione dando momenti di fantastica sospensione. E' come se un mondo ancestrale, magico e familiare, facesse capolino all'interno di un approccio stilistico colto e per questo distante: il dialetto dà vita ai personaggi e alle descrizioni degli ambienti. Troppo non è detto perché si possa dare un giudizio pienamente positivo.

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