Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

the Shadow King (il Re Ombra)

scritto da Mengiste Maaza
  • Pubblicato nel 2020
  • Edito da Canongate Books
  • 429 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 12 agosto 2021
Il romanzo è ambientato in Etiopia durante l'occupazione italiana (1935-1941). La prima parte, intitolata "Invasione", parla della guerra, tra l'ottobre 1935 e il maggio 1936, che condusse alla conquista di Addis Adeba da parte delle armate italiane e alla fuga di Hailè Selassiè; le altre due parti, "Resistenza" e "Ritorno", raccontano la sanguinosa guerra partigiana, che minò profondamente le velleità italiane di colonizzazione dell'Etiopia. Infine, un breve epilogo si svolge nel 1975 quando Menghistu destituì e imprigionò Hailè Selassiè. Oltre alla ricerca storica, in particolare quella di Angelo del Boca ("Gli italiani in Africa orientale", volumi I e II), l'autrice ha attinto alla documentazione fotografica, pure di fonte italiana. Ed è proprio dalla "foto come memoria", che prende le mosse la narrazione, sin dalla presentazione della protagonista: la serva Hirut.  Un fotografo francese visita nel 1935 la casa di un feudatario etiope e gli viene chiesto un ritratto della servitù. "Questa è Hirut. Questo è il suo largo viso amichevole con uno sguardo curioso. Gli occhi pieni di luce sono sospettosi ma tranquilli, (...) una ragazza graziosa con un collo sottile e attraente e spalle leggermente curve. (...) Guarda lontano dall'obiettivo, e cerca di non socchiudere gli occhi, il viso rivolto al sole accecante. (...) Nessun'altro modo per ricordare il corpo incontaminato che una volta portò con la leggerezza di una bambina". La descrizione della società feudale etiope e della condizione femminile è impietoso: sfruttamento bestiale dei contadini, sottomissione totale della donna, anche quella appartenente alla casta feudale, violenze e abusi sessuali. Hirut è una giovane orgogliosa,  conserva la spada lasciata dal padre, per affetto e per affermare il rango al quale ritiene di appartenere; l'arma le viene tolta dal padrone perché alle donne non è concesso combattere. Le continue disubbidienze di Hirut vengono represse violentandola e le altre donne, invece di esprimerle solidarietà, la condannano all'emarginazione. Il suo destino non è poi così diverso da quello della sua padrona: l'aristocratica Aster, anch'ella costretta a riconoscere la superiorità del marito, umiliandosi. Quando Aster chiede di combattere riceve un netto rifiuto. "Torna indietro qui con le tue donne. (...) Lei lo guarda a lungo, un tempo sufficiente a far sì che il risentimento scompaia dal viso. Lascia che scivoli tra loro come un sipario calato su un palcoscenico. Poi annuisce e va via." La condizione femminile cambia radicalmente quando, dopo la sconfitta, inizia la resistenza e il ruolo delle donne è fondamentale per una lotta che richiede il coinvolgimento di tutta la popolazione. Sappiamo da Angelo del Boca che ci furono numerose e famose donne partigiane; stiamo parlando di protagonisti realmente vissuti, anche se trasfigurati dall'immaginazione. L'esilio di Hailè Selassiè scoraggia il popolo etiope nella lotta contro gli italiani;  si ricorre ad un stratagemma: si sfrutta la somiglianza di un mendicante con il Negus per diffondere la voce che il sovrano sia tornato. L'uomo deve farsi vedere tra i villaggi; ad accompagnarlo è una splendida amazzone: Hirut. Da serva umiliata e sottomessa la giovane diviene una combattente, essenziale per dare verosimiglianza all'inganno, ma lei stessa è un'eroina per gli atti di valore e di coraggio A questo punto irrompe nel racconto un nuovo personaggio: Ettore, un fotografo italiano di origine ebrea, il quale, per paura di essere denunciato e perché è un pusillanime, si presta a fotografare i più orrendi crimini commessi dagli italiani. Siamo a pagine drammatiche e di alta qualità narrativa. L'autrice attinge alle foto di questo dimenticato soldato  per documentare la ferocia dei nostri connazionali. Vengono condotti continui rastrellamenti e le persone catturate, generalmente vecchi, donne e bambini, vengono gettati in un burrone e, mentre volano nel vuoto, urlano i loro nomi, per dire che hanno avuto una vita, erano esseri umani. " Ciò non può essere annientato: che ripeta il suo nome fino a quella caduta finale, (...) e l'eco della sua voce è il lamento funebre del mondo, la terra maledicendo questa crudeltà. (...) Aveva trovato il modo di non ascoltare le loro preghiere e maledizioni quando si agitavano, con l'eleganza di una danza, sul crinale del precipizio per quell'ultima fotografia. (...) Ogni fotografia è divenuta un giuramento non mantenuto con sé stesso, una rottura nelle difese che si è creato per ignorare ciò che egli realmente é: l'archivista di oscenità, il raccoglitore del terrore, una testimonianza di tutto ciò che ci penetra e dissolve la nostra autostima e lascia morti gli esseri umani." Il lungo romanzo ha raggiunto il suo apice, drammaticamente epico; poi, spossato da tante immagini orrende e disumane, si ripiega su sé stesso in un inverosimile legame tra la virile e determinata Hirut e il fragile e ipocrita Ettore.

Liberiamoci di un possibile equivoco: il romanzo non è un atto d'accusa contro il nostro Paese. L'autrice narra un destino delle donne: ad esse vengono riconosciute indipendenza e prestigio solo quando danno un contributo alla lotta per la liberazione, in questo caso contro l'italiano invasore. Hirut si conquista un ruolo combattendo e rischiando di essere torturata, violentata e uccisa; in questo modo si riscatta dello stupro subito, quasi che questo fosse una sua colpa. C'è in lei una forza che ci affascina, in particolare perché si contrappone alla debolezza caratteriale e valoriale di Ettore. Nel contempo l'autrice desidera raccontare la tragedia dell'Etiopia, aggredita, sconfitta perché avvelenata dall'uso criminale di gas nervini (con decine di migliaia, forse centinaia, di morti tra la popolazione civile), soggetta poi ad una repressione che non risparmiò nessuno. Purtroppo, Maaza Mengiste non è Chimamanda Ngozi Adichie ( si veda su questo sito "half of a yellow sun"): non riesce a muovere dai personaggi per narrare una storia di popolo; i protagonisti restano stereotipi sui quali, tuttavia, l'autrice scarica troppi temi esistenziali (si pensi alla relazione tra Ettore e suo padre); la tragedia dell'Etiopia è un poema epico, anche per il ricorso ad alcuni espedienti, come il coro e i momenti di sospensione su Hailè Selassiè, sinceramente ridondanti. I due livelli restano separati, è evidente che  l'autrice si trovi maggiormente a suo agio quando assume toni lirici e drammatici.

Sotto il profilo della scrittura il romanzo si avvia un po' stentato; poi la scrittrice assume sicurezza e crescente capacità stilistica, con un ricco lessico e con forme sintattiche sempre più espressive. L'eccessiva lunghezza non aiuta l'efficacia complessiva della narrazione e si fa fatica ad arrivare alla fine

Perché leggerlo? Per noi italiani è indispensabile fare i conti con il colonialismo.







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