Gradimento Medio
e non lo rileggerei

Spaccanapoli

scritto da Rea Domenico
  • Pubblicato nel 1947
  • Edito da Rusconi
  • 135 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 06 dicembre 2021
Il libro è una raccolta di racconti scritti tra il 1943 e il 1947 ed esprime lo sforzo dell'autore di fare i conti con la realtà, con l'umanità rigogliosa, carnale, amorale e scaltra di quella "babele della storia", che è Napoli: da qui probabilmente il titolo di Spaccanapoli, l'arteria dove gravita da sempre la vita della città. Diciamo subito che i conti con la realtà non sono riusciti pienamente ed infatti la narrazione è impregnata di una speranza sognatrice e malinconica.  Nel primo racconto ("La figlia di Casimiro Clarus"), in un paesino dell'Italia del nord, "dove gli uomini sono cortesi e vivono di poche parole", ormai anziano, il narratore crede di intravedere la donna amata da giovane e la chiama: nella fantasia la vorrebbe di nuovo ma non c'è, si è sbagliato. "Portava sempre un cappello giallo, a larghe falle, con le viole nel nastro. "Subito dicevo, Katy, sei qua? No, non ci sono, rispondeva. Allora rincorrevo quella farfalla". Se ci si può permettere di scrivere ancora di tiepidi amori prima della guerra, dopo Rea "sentii il bisogno di usare un sistema linguistico più aderente alla nuova realtà". I racconti successivi sono bozzetti della società napoletana, dove il cinico istinto di sopravvivenza prevale e permette ai personaggi di tirare avanti. Si prenda "L'Americano". Un povero garzone di fornaio approfitta delle attenzioni della moglie del padrone, invaghisce di sé la duchessina  e infine, montatosi la testa, fa venire da Taranto una prostituta con la quale crea scandalo e invidia insieme. Avendo ucciso il fidanzato della duchessina fugge in America dove diviene un ganghesterro, ingravida una misera prostituta, fa i soldi e torna in Italia, abbandonando la ragazza al suo destino. "Sbarcato mi recai dalla Madonna di Pompei. (...) Ché io diventi un vecchio che pare un fanciullo, perché io non ho fatto male a nessuno, ve lo dico come un figlio. (...) Io vi compro gli scarpini di brillanti. (...) Io sono un buon' uomo. (...) 'Vai, fece la Madonna con un dito". Pare di leggere una novella di Boccaccio. L'influenza del grande scrittore del trecento si intravede in un altro racconto, "L'interregno". L'avvio della narrazione ha il timbro della peste descritta da Boccaccio. "Nel nostro mite paese, la guerra era giunta per fama". Si temeva il ritorno della pace, perché "era anche quello della legalità commerciale e delle tasse sui profitti di guerra. (...) Molti sfaccendati dovevano all'oscurità il fiorire dei loro commerci clandestini. (...) Gli appartenenti alla mezza classe ne smaniarono. Ma essi eran pochi per numero e altresì ligi alla correttezza e alla continenza, in sacrificio delle fiere apparenze". Ma poi irrompe la guerra, la povera gente corre nelle cantine a rifugiarsi, i ricchi, "i più lesti ad accorgersi allo specchio d'aver la coscienza maculata, attraverso porticine segrete, subito la portarono ad arieggiare in campagna". La vita dei rifugiati è tratteggiata con pennellate forti ed incisive, senza trascurare le vicende personali del protagonista,  brav'uomo con una astuta abilità di cogliere le opportunità che gli si presentano, che sia esse di amore che di soldi. 

Il tratto peculiare dei racconti è la scrittura, talvolta lineare ma più delle volte in bilico tra prosa e poesia, con accenti stilistici tipici di Boccaccio. Si prenda come esempio questo passaggio di un altro racconto, "I capricci della febbre". Il protagonista è stato ricoverato in ospedale per vaiolo e lì incontra un'infermiera. "Palpitarono i muscoli delle mie cosce a un nuovo soffio d'aria. Ma lei c'intese un richiamo d'amore: (...) e, a braccia levate, come si arrendesse, cadde in ginocchio, con grande rumore, davanti alla mia vergogna, che guardò esterrefatta. (...) Io sono 'na povera figliola. Io ho paura di uscire in mezzo 'a via a far peccato. Con voi lo facevo per puro amore. (...) Non riuscivo più a star fermo con la memoria: un'altra Nina, quella chiamata nel delirio, si confondeva in questa viva: incredibile ai miei occhi". Ed è proprio l'analisi di questo fugace rapporto d'amore che individua la differenza tra Rea e Boccaccio: nel primo la narrazione si sviluppa in uno stato di vagheggiata realtà (la donna ritrovata, la cinica autogiustificazione, la fantastica vita sotto le bombe), in Boccaccio la narrazione ha la stessa voluttà di linguaggio ma è sviluppata dal punto di vista di un monello, che scherza e non si lascia coinvolgere dagli avvenimenti e dai personaggi.

Perché leggerlo? Suggestivo anche se spesso difficile da decifrare


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