Gradimento Medio
e non lo rileggerei

Il treno dei bambini

scritto da Ardone Viola
  • Pubblicato nel 2019
  • Edito da Einaudi
  • 233 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 23 febbraio 2020
Tra il 1945 e il 1952 furono ospitati da famiglie contadine del Centro Nord circa 70.000 bambini, in gran parte del Sud; e ciò grazie al Partito Comunista, ai Comitati di Liberazione locali, all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, ai Comuni e alla popolazione. Fu una grande prova di solidarietà nazionale, che prese il nome di "Treni della Felicità". Come dice nel romanzo Maddalena, una combattente delle quattro giornate di Napoli, per convincere le mamme a lasciare andare i figli, "quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scesi in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate, e ci stavo pure io. Questa è come un'altra battaglia, ma contro i nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri!" Il tema sociale e politico di questa gloriosa esperienza, spesso dimenticata, resta  sullo sfondo e permette all'autrice di sviluppare un altro argomento. Verso la fine del racconto, il protagonista e narratore, esprime il senso complessivo della sua storia: "ho lasciato che il tempo passasse e adesso è tardi". Per comprendere questa frase dobbiamo ripercorrere la vicenda di Amerigo Speranza, figlio di Antonietta Speranza e di padre sconosciuto, ufficialmente andato in America a cercare fortuna. "Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri Spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe non ne ho avuto mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male". Amerigo vive come una cosa naturale la miseria dei bassi e l'apparente freddezza di Antonietta, troppo impegnata a sbarcare il lunario per dare affetto al figlio. Quando irrompe, non desiderato, il "Treno della Felicità". Con tanti altri bimbi Amerigo lascia Napoli per andare al Nord. "Mia mamma Antonietta resta in un angolo della stazione che diventa sempre più lontano, con le braccia incrociate sopra al mio cappotto. Come se mi tenesse stretto sotto i bombardamenti. (...) Guardo fuori dal finestrino, penso al mio posto nel letto di mamma. (...) Penso alle strade dove me ne andavo girando tutto il giorno a fare le pezze, col sole e con la pioggia. Penso alla Pachiochia, che a quest'ora si è coricata nel basso con l'immagine del re baffino sulla colonnetta. Penso alla Zabagliona e mi pare di sentire l'odore della sua frittata di cipolle. Penso ai vicoli dove abitavo io, più stretti e più corti di questo treno". Queste immagini sono troppo distanti dalla bella favola che aspetta Amerigo al Nord: una stanza tutta per sé, nuovi vestiti e tanto cibo, l'affetto di Derna, la donna che lo ha accolto, e soprattutto la scoperta del violino e della musica. "Ormai siamo spezzati in due metà". Per Amerigo è impossibile ricomporre le due metà perché Antonietta fa di tutto per annichilire tutto ciò che ha attinenza con la vita del Nord, sino al punto di vendere il violino. "fa una cosa che non ha mai fatto, si avvicina ancora di più e mi stringe con tutte e due le braccia. (...) Tu ti devi svegliare da quel sogno, Amerì, la vita tua sta qua. (...) io l'ho fatto per il bene tuo. (...) Mi libero dal suo abbraccio, mi alzo dal letto". Amerigo vorrebbe dire tante cose ma non riesce che a esprimere il rancore per la perdita del suo violino. "Sei una bugiarda" e fugge prendendo il treno verso il Nord. Molti anni dopo Amerigo torna a Napoli per il funerale della madre: ha un altro cognome, è un famoso musicista, è un estraneo alla madre e alla sua città.  O almeno vorrebbe perché "le grida dei mercati, le chiacchiere infinite delle comari sulle porte dei bassi, i bambini che si rincorrono per strada, e poi una voce conservata nel nocciolo più antico della memoria. Amerigo, Amerì! Scendi, fa' presto, va' a cercà due lire dalla Pachiochia..." Vorrebbe riprendersi la vita ma è troppo tardi. "Scomparsi. Distrutti da febbri spietate,/consunti da un male ignoto, lontani, non so./Né so se torneranno, né quando, né come/gli amici, i giorni, la più chiara stagione,/se tornerà la vita/perduta per disattenzione."(Luciano Erba "Lo svagato" da il nastro di Moebius).

La lettura lascia una sensazione singolare, quasi incomprensibile. Il romanzo tratta di un grande tema, la trama si sviluppa lineare, la scrittura è fluida, anche se a tratti banale. Eppure non si riesce a farsi coinvolgere come se i tanti argomenti (i Treni della Felicità, il rapporto con la madre, la napoletanità, il finale agro-dolce un po' piccolo borghese) si mescolassero in modo talmente superficiale da lasciare il lettore distante, freddo e pure sconcertato. La verità è che i protagonisti non hanno spessore psicologico così come gli ambienti, in particolare  il mondo contadino del Nord, appaiono letterari, costruiti a tavolino, non vissuti.

Perché leggerlo ? E' scritto bene.

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