Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

Di sangue e di ghiaccio

scritto da Conti Mattia
  • Pubblicato nel 2018
  • Edito da Solferino
  • 328 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 03 giugno 2019
Immaginiamo dei Promessi Sposi dove Renzo e Lucia siano due mentecatti o presunti tali, i luoghi siano una Lecco di fine ottocento, in bilico tra superstizioni, cialtronerie e positivismo, il centro della narrazione sia il manicomio e l'autore non sia Manzoni, ma uno scrittore al suo esordio. Dice all'amico Baldo Bandini, squattrinato teatrante, Antonio Ghislanzoni, l'unico personaggio realmente vissuto: "noi non siamo il Manzoni o Stoppani, siamo dei vecchi scapigliati stanchi, buoni solo a fare scherzi e prendere per i fondelli i borghesucci. (...) Moriremo magari prima che inizi il Novecento e dureremo ancora meno nella memoria e nella storia. Il Ranocchio, invece, io credo che il Ranocchio durerà. Non lui certo, capiscimi. La sua razza, però, non si può estinguere. E' la dinastia dei pazzi e dei diversi, di quelli che come casa hanno la strada e il lebbrosario, gli appestati che solo a vederli senti il campanello dei monatti". Ranocchio o meglio Ranocchia è il nomignolo di un ragazzo, balbuziente, strambo, abbandonato dai genitori, al quale fa da padre Bandini, perché "gli scemi vanno in coppia all'altro mondo". Trovato mezzo annegato e totalmente nudo, portato a casa da un Bandini disperato, il ragazzo continuò per giorni a produrre "bave verdastre, (...) cantare (...) canzoni in un dialetto che nemmeno ricordava, schiocchi di consonanti appese, ululati vaghi e indistinti a mezz'aria". Si decide di internarlo in manicomio. Ma cosa era successo ? "Buon Amico (scrisse Ghislanzoni al Bandini) la soluzione è semplice. Come accade spesso, la follia del nostro Ranocchio è delle peggiori. Si chiama amore e il contagio è di una donna". Ed è uno dei contagi peggiori perché la donna amata è Bianca la maestrina: algida, come se indossasse sempre un'armatura, aveva permesso a lui, il povero ed ignorante Ranocchio, "di violare la sua fortezza". "Quando la osservava da lontano camminare, nelle lunghe passeggiate serali con il suo bel crucco biondo (l'amante di Bianca è un ufficiale austriaco), Ranocchia avrebbe potuto giurare di vederla armata. Lo scudo e l'elmo scintillavano, la lancia era puntata: nemmeno insieme a quella faccia di macaco senza barba sapeva liberarsi dal fardello che si portava dentro. Eppure gli dava il braccio con lo sguardo un po' socchiuso dalle palpebre". Non poteva che sbocciare un innamoramento così intenso da indurre il ragazzo a simulare una pazzia, per farsi ricoverare in manicomio, dove la maestrina era stata mandata a seguito di un crollo nervoso dopo la partenza dell'amante, o per nascondere una gravidanza che avrebbe dato scandalo. Fino a questo punto il romanzo fila liscio, intrigante per i strani personaggi e per la descrizione di una Lecco e di un lago di un altro secolo certo, ma entrambi così vividi di colori e di luci da sembrare ritratti viventi: l'amore dei luoghi guida la penna dell'autore  favorendo un piccolo miracolo di scrittura. Poi, la storia si ingarbuglia e si banalizza. Le molte pagine dedicate al manicomio sono fredde, scontate, false, il luogo sembra più un lager nazista che  "una grande casa di risonanza" dove "il delirio diventa eco/l'anonimità misura", dove si trascorre un " tempo perduto in vorticosi pensieri/assiepati dietro le sbarre/ come rondini nude" (Alda Merini). La trama si sfilaccia ulteriormente quando l'autore passa a raccontare la fuga di Ranocchia, la disperata ricerca di Bianca, per sapere almeno se è viva dopo che è scappata dal manicomio, ed infine lo svelamento del mistero di Bianca, anche con l'aiuto di una strega e di un parroco che assomiglia maledettamente a Don Abbondio. Senza scoprire il finale possiamo dire che la maestrina è strana, introversa ed egocentrica, ma non è certo pazza, anzi è così savia da simulare una scomparsa per fuggire da una Lecco bigotta ed ottusa. E poiché non ci facciamo mancare nulla, nell'ultima parte abbiamo anche un po' di mistero esoterico, costituito da numeri incomprensibili, il cui segreto solo un bambino, anche lui scemino, riesce ad infrangere. Bisogna accettare che "il mondo in realtà è incerto e vago, come il cielo che si rannuvola ad agosto e non sai dire se pioverà o se girerà il vento": una conclusione degna di Manzoni, per il quale il popolo non deve alzare la testa ma affidarsi alla Divina Provvidenza.

Perché rovinare una bella idea, la descrizione del mondo degli Scemerelli, con così tante parole inutili ? Forse è questo il vero mistero del libro. Non dobbiamo però disperare: in questo romanzo d'esordio l'autore mostra una scrittura pulita ed elegante. Le frasi si susseguono in modo lineare, la punteggiatura è usata con maestria, meglio certo di quella di Manzoni, il ricorso agli aggettivi è parsimonioso ma efficace, parole inusuali e modi di dire abbelliscono la narrazione. Non parliamo poi delle descrizioni di Lecco e del lago, suggestive e naturalisticamente vive. Insomma bisogna che l'autore abbia più fiducia nella sua scrittura e semplifichi le storie, non affollando di situazioni e personaggi.

Perché leggerlo ?  Nella prima parte è intrigante; nel complesso è ben scritto.

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