Sconsiglio vivamente
e non lo rileggerei

Articolo 353 del codice penale

scritto da Viel Tanguy
  • Pubblicato nel 2017
  • Edito da Neri Pozza
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 23 maggio 2019

"Volgare caso di truffa, signor giudice, niente di più". Kermeur si trova dinanzi al giudice: ha confessato di avere ucciso un uomo d'affari, Antoine Lazenec. "Ce lo siamo visti spuntare come un fungo ai piedi di un albero", ma in un piccolo paese tranquillo, senza idee e senza lavoro, "quando arriva uno come lui con un'espressione così determinata sulla faccia, (...) c'è qualcosa in lui che sembra come una mano tesa per tirarci fuori anche l'anima, con tutte quelle idee di cambiamento, con tutti quei grandi progetti". La gente ci casca, a cominciare dal sindaco; il pensionato Kermeur investe la sua liquidazione, avvinto dai sogni di ricchezza dell'avventuriero Lazenec. Il bello è che il truffatore non lascia il paese dopo che è ormai evidente che i grandi progetti non diventeranno mai realtà, che i soldi se li è intascati lui, dopo che il sindaco si è suicidato; no, lui resta lì a mettere in mostra il suo dispendioso stile di vita, a propagare ottimismo e fandonie: "un tipo del genere, signor giudice, un tipo del genere, l'ho capito dopo: se non lo fai sparire tu, non sparirà mai. Tornerà". E' questa la motivazione dell'omicidio: un pover uomo, rovinato da un truffatore, si è caricato come "una pila elettrica" e alla fine è esploso, liberando sé stesso e tutto il paese di un vanaglorioso mascalzone. Che bisogno c'è di un lungo interrogatorio ? E' quello che ci chiediamo anche noi. In realtà il racconto è un lento soliloquio, in cui Kermeur, l'io narrante, parla con "l'io specchiante", impersonato da un laconico giudice.  E' come lo specchio sul caminetto, davanti al quale il protagonista è solito passare molte ore. "E non perché voglio vedere quello che ci si riflette sopra, ho detto al giudice, ma è più forte di me, a forza di guardarlo mi trovo come impigliato nello spessore del vetro, il cervello catturato dalla nebbia che si potrebbe confondere con qualunque mattino infernale quando il sole tenta inutilmente di rifletterci dentro, ma come impallidito o ingannato dalla grana opaca dello specchio". Veniamo così a conoscenza di tutta la vita del pensionato: l'abbandono della moglie, la crescita del figlio, da bambino sino ad essere un adolescente precocemente finito nei guai con la giustizia, la nostalgia del lavoro e i pochi amici, la passione per la pesca e il contesto di un paese sull'Atlantico, dove pareva che  "i pini e le felci e l'erba grassa delle dune (...) fossero a conoscenza di un segreto e sussurrassero contro di me, accanto a me, fieri di abitare nel loro mondo particolare, un mondo senza frasi e senza pensieri maligni". E' , insomma, il racconto di una depressione.

C'è niente di peggio di aspettarsi qualcosa e trovarsi dinanzi ad altro. Nel prendere in mano il libro si sperava in un intrigo poliziesco o  in una storia di provincia abilmente raccontata; ed invece siamo andati incontro ad una sbrodolata di parole, ben scritta bisogna dire, talvolta con riflessioni interessanti, come quando lo scrittore osserva come "un figlio non sia programmato per provare compassione per te", verità che noi genitori dovremmo avere ben presente ! E tuttavia non è lo stile brillante e brioso a salvarci, siamo ben lontani dal Dottor Zivago, caro Viel. Il susseguirsi delle frasi, la mancanza di azione, l'eccessiva introspezione, il troppo raccontarsi sono tutti elementi che rendono il romanzo estremamente noioso e pedante.

Perché non leggerlo ? E' insopportabile.

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