Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

Una primavera di fuoco

scritto da Khalifah Sahar
  • Pubblicato nel 2004
  • Edito da Giunti
  • 329 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 10 aprile 2013

Nel conflitto tra israeliani e palestinesi gli avvenimenti tra il 2000 e il 2002 costituiscono uno spartiacque fondamentale.
Prima del settembre 2000, data di inizio della così detta seconda Intifada, vigeva in Palestina " un ordine imposto da unʼoccupazione che durava da anni e da generazioni, che era diventato unʼabitudine, anzi, una routine, uno stile di vita, eppure la farfalla continuava a dibattersi, poteva prender fuoco, poteva esplodere e farlo vacillare".
E quando la visita di Ariel Sharon, allora leader del Likud e poi premier di Israele, provocò il sentimento religioso dei palestinesi pregando sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, scoppiò unʼondata di violenze che portò alla reazione militare di Israele, allʼassedio di Arafat e alla successiva occupazione dei territori palestinesi da parte degli israeliani.
Il romanzo vorrebbe narrare queste drammatiche vicende dal punto di vista di due fratelli, Magid e Ahmad, e della loro amica, Suʼad.
Il racconto è diviso in due parti.
Nella prima, senza dubbio la più suggestiva e meglio strutturata, il tema di fondo è costituito dai sogni in tempo di guerra, da un famoso verso di Mahmud Darwish: " lasciatemi stare, lasciatemi andare là dove voglio andare".
Magid è uno splendido ragazzo, che sogna di diventare un famoso cantante.
Ahmad è ancora un bambino timido, introverso, solitario e sensibile.
Stringe unʼamicizia segreta con una bambina israeliana, con la quale comunica, con poche parole e soprattutto con gesti, attraverso il filo spinato che divide i territori dei coloni da quello dei palestinesi.
Ma i sogni sono pieni di speranze menzognere ! Il caso trascina i due ragazzi nella realtà drammatica che attanaglia la loro società.
Magid viene accusato, malgrado sia innocente, dellʼassassinio di un importante esponente del governo palestinese, odiato in quanto considerato un collaborazionista.
Costretto a fuggire, entra nella resistenza.
La vicenda di Ahmad è paradossale.
Per riprendersi la gatta adorata, che era stata inconsapevolmente presa dallʼamichetta israeliana, viene sorpreso nella colonia e tradotto in carcere, in quanto sospettato di essere, lui ancora bambino, un terrorista.
Nella seconda parte il romanzo cambia di prospettiva.
Da un lato lʼautrice porta avanti una riflessione politica sul ruolo dellʼAutorità palestinese.
Sono più le domande che le risposte.
Dinanzi a dirigenti che sembrano preferire la carriera e la visibilità al compimento delle speranze del proprio popolo lʼautrice si chiede se " non è la Causa come una trama dʼamore, che inizia dolce, forte e travolgente, e poi con il tempo appassisce, muore e decade ?" Dallʼaltro lato emerge la prospettiva femminile.
Diviene Suʼad la protagonista, che ama Magid ma lo vede trasformarsi in un uomo elegante, in giacca e cravatta.
" Svaniti lʼartista e il rivoluzionario, non resta che lʼarrivista che progetta la scalata al potere...
È così che il potere riduce un ragazzo di belle promesse ? ....
E noi donne ? Cosa ne sappiamo, cosa proviamo, cosa facciamo ? Non un granché, per loro noi siamo di contorno, non di più ".
Le donne sono quindi sole, ma in loro si compendiano tutti i problemi di un popolo in guerra.
" Assedi interiori, assedi esterni, lʼassedio della società e quello di Israele; gli uomini ne conoscono uno solo.
Lei, invece, li subiva tutti insieme" .
Ed allora solo la donna può esclamare: " Palestina, pezzo di cielo, il tuo nome sulle mie labbra è una preghiera....
una sorta di azzurra preghiera estesa quanto lʼorizzonte".

Il dramma del popolo palestinese va di pari passo con lʼinaridirsi e il dissolversi dei sentimenti dellʼadolescenza e della giovinezza.
Il libro è una narrazione elegiaca, in certi momenti epica, della distruzione di una patria, dalla quale non si salva il mondo interiore, quello degli affetti intimi.
" Corri, corri.
Scalzi, svestiti, in pantofole e in ciabatte, con i bambini, senza i bambini.
Anziani, vecchi e feriti che passavano sopra le macerie, le pietre, i vetri, gli incendi, la spazzatura sparsa dovunque.
E cadaveri.
E feriti con lesioni di ogni genere e gravità, chi alla mano, chi al piede, chi accecato dalle vampate di calore, chi ammutolito e incapace di articolare verbo.
E urla." Non resta che la mortificazione per le proprie lacrime e lʼumiliazione per una vita consumata da un destino avverso.

Il vero limite del romanzo è la trama narrativa.
Nella prima parte riesce a mantenere una sua logica, la quale, tuttavia, si sminuzza nelle pagine successive, con un susseguirsi confuso e disordinato di eventi: la descrizione epica dellʼassalto al palazzo presidenziale di Arafat e della fuga dei palestinesi sotto lʼaggressione militare, le meditazioni e le delusioni di Suʼad, che diviene talvolta narratrice ( disorientando ulteriormente il lettore), le riflessioni politiche dellʼautrice, spesso vagamente accennate e quindi incomprensibili per chi non conosce gli avvenimenti, gli intermezzi elegiaci sul dolore e sulla disperazione del popolo palestinese, talvolta retorici e ripetitivi.
È come se unʼondata di pensieri sommergesse lʼautrice, e tutto ciò a danno dei personaggi e della storia.
Il frequente ricorso alle interrogative retoriche contribuisce ad appesantire la lettura, non chiudendo mai fino in fondo il ragionamento e la narrazione.

Perché non leggerlo ? Dopo un inizio accattivante la lettura diviene man mano più frammentaria, spesso ridondante e noiosa.

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