Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

Racconti

scritto da Pavese Cesare
  • Pubblicato nel 1960
  • Edito da Oscar Mondadori
  • 514 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 16 luglio 2012

Il libro raccoglie i racconti di Cesare Pavese tra il 1936 e il 1946.
Molti di essi sono già stati pubblicati, principalmente nel volume Fiera dʼAgosto, altri invece sono inediti, talvolta incompiuti.
Sono gli anni del carcere e del confino dellʼautore, della guerra partigiana e dei primi anni del dopoguerra.
I primi racconti hanno la struttura di piccoli romanzi con unʼattenzione per i personaggi e il contesto, che non si ritrova, poi, nelle narrazioni del dopoguerra, che diventano più brevi, maggiormente riflessive, sempre più introspettive.
Già in " Terra dʼesilio", con il quale si apre la rassegna, il protagonista, " sbalzato per strane vicende di lavoro proprio in fondo allʼItalia", palesa uno dei filoni conduttori dei racconti: il senso di estraniamento e di attesa, che nasce dalla contemplazione della natura, del mare e della collina.
" Laggiù cʼera il mare.
Un mare remoto e slavato, che ancor oggi vaneggia dietro ogni mia malinconia.
Là finiva ogni terra su spiagge brulle e basse, unʼimmensità vaga....
avrei voluto tutto vuoto oltre quella balza disumana".
Lo stile è asciutto, eppure già simbolico.
Via via che si prosegue con i racconti, si può seguire lʼevolversi della scrittura e del mondo espressivo dellʼautore, sino al capolavoro della rassegna: " Villa in collina".
Il protagonista è stato invitato ad un ricevimento nella villa, che frequentava da ragazzo.
La narrazione ruota intorno ad un suo amore mai corrisposto, quello per Ginia, fatua, incantatrice e traditrice ad un tempo, ma mai colpevole.
Lʼincipit del racconto è magistrale.
" Risalivo la strada della collina e gli antichi scenari di verde e di muriccioli, via via che sorgevano alle svolte, mi parevano finti.
Tanto tempo ne ero vissuto lontano ripensandoci appena in certi istanti svagati, che la loro attualità mi faceva ora soltanto lʼeffetto di un simbolo del passato.
Ma non erano simboli la brezza della sera e lʼodore di quella terra.
Qui ritrovavo corporalmente lʼatmosfera della mia gioventù, perché queste cose non le avevo mai dimenticate, ma in lontane campagne o nei viali della città, tante volte avevo fiutato lʼaria riassaporando altri tempi".
Il ritorno al mondo della gioventù, così ricco di attese, si rivela una delusione, perché Ginia si muove ormai nellʼambito di una rete di relazioni a lui estranea.
Non gli resta che allontanarsi " senza ricordi, rispondendo appena ai discorsi, anelando allʼistante che sarei stato solo".
La memoria, la nostalgia, la ricerca della solitudine diventano, nei racconti successivi, una " dolce cattività " ( come dice Montale in Riviere), nella quale lʼautore resta imbrigliato in termini sempre più esistenziali.
Un bellissimo breve racconto, " Il campo di granturco", è lʼoccasione per lʼautore per una riflessione su sé stesso, perché spesso " certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali" Un giorno doveva aver incontrato questo campo di granturco, anche se non si ricordava, ma " ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata ....
cʼera in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia, seducente come le colline".
Ma se in questo racconto cʼè ancora il senso di un futuro, in uno degli ultimi subentra solo la disperazione.
In " Risveglio", il protagonista non risponde alla domanda dellʼamico su che cosa farà il giorno successivo.
Si limita soltanto a voltarsi e a camminare, abbondonato a sé stesso.
" Nulla poteva ormai abolire la realtà miserevole della mia esistenza ...
decisi allora di attendere il giorno per le strade ....
giacché tutta la città era deserta e il cigolio di qualche carro lontano non era cosa di città ma di campagna".

Come è stato notato da molti critici, i personaggi dei racconti sono dei " vinti", ai quali la sconfitta non impedisce, tuttavia, di conservarsi unʼidea mitica e smisurata della vita stessa.
Essa risiede nel paesaggio delle colline e nellʼattesa vagheggiata del mare, mentre il contesto sociale e i diversi personaggi svaniscono sempre più nel sottofondo, come comprimari dellʼunico colloquio realmente importante, quello tra lʼautore e la natura.
Lʼabilità stilistica di Pavese è di muoversi verso una dimensione lirica e figurativa, pur conservando una scrittura asciutta, apparentemente realista.

Perché leggerlo ? Non tutti i racconti sono ovviamente allo stesso livello, ma quelli riportati sono sufficienti per dedicare del tempo alla lettura.

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