Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

I ventitre giorni della città di Alba

scritto da Fenoglio Beppe
  • Pubblicato nel 1952
  • Edito da Einaudi
  • 138 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 07 giugno 2015

"Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce nʼera per cento carnevali.
(...) Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare - Ahi, povera Italia ! - perché queste ragazze avevano delle facce e unʼandatura che i cittadini presero tutti a strizzar lʼocchio".
La conquista di Alba da parte dei partigiani durò neanche un mese e Fenoglio ne traccia una cronistoria realistica, senza retorica; al centro è la contradditoria natura dellʼuomo.
"Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e benzina.
Non senza litigare tra loro con lʼarmi fuor di sicura, scovarono e si presero una quantità dʼautomobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di guida nel viale della circonvallazione".
Ma perché si diviene partigiani ? Per comprendere la risposta di Fenoglio a questa domanda è necessario rovesciare la successione dei racconti, partendo dagli ultimi, apparentemente lontani dalle vicende della guerra di liberazione.
In "Pioggia e la Sposa" un bambino viene trascinato dalla zia ad un matrimonio, malgrado la pioggia torrenziale, che lo costringe (lui "bambino vestito da città") a coprirsi con il cappello del cugino prete.
Capiamo che il bambino è senza la mamma, è solo e la zia, severa e scorbutica, è lʼunico affetto: "vidi che gli occhi di lei insieme con la sua mano sfioravano i miei capelli fradici, e la sua mano era distesa e tenera stavolta come sempre la mano di mia madre, e pure gli occhi mi apparivano straordinariamente buoni per me, e meno neri".
La solitudine diviene attesa della morte in "Lʼodore della morte": il protagonista, ormai uomo, sʼimbatte in una ragazza e comincia a seguirla, così per passare il tempo.
Viene aggredito dal fidanzato ma nella lotta sentì "quellʼodore (...) già dovunque dentro, passato per le narici la bocca e i pori, inarrestabile come la potenza stessa che lo distillava, doveva già avergli avviluppato il cervello perché si sentiva pazzo".
Negli altri racconti che non parlano di lotta partigiana, la solitudine, la prosaicità e inutilità della vita sono temi ricorrenti; la fuga, lʼaccettazione di un destino infelice, in certi casi anche il suicidio sembrano essere gli unici possibili sbocchi della condizione umana.
Ma allora la scelta partigiana non è frutto di ideali, è invece una rivolta contro una esistenza senza prospettive.
Nel racconto "Un altro muro" Max è stato catturato dai fascisti, sogna "la faccia del suo cadavere" e al compagno di cella urla: "tu te la senti di morire per lʼidea ? Io no.
E poi che idea ? Se ti cerchi dentro, tu te la trovi lʼidea ? Io no.
E nemmeno tu".
In quel momento "odiava i suoi amici e compagni, li vedeva in quella notte girare per le alte colline liberi e padroni della loro vita, armati tranquilli e superbi, vedeva le colline illuminate come a giorno per via del lume della luna sulla neve gelata, sentiva il vento arrivare dal mare passando per il grande varco tra gli Appennini e le Alpi".
Non sono gli ideali di Giustizia e di Libertà a muovere i partigiani, ma è il desiderio di una libertà primordiale, un miscuglio indecifrabile di energia troppo repressa, di voglia di cambiare, di stare con gli altri dalla parte giusta.
Ma la vita partigiana non risolve i problemi esistenziali: o perché la morte arriva troppo presto o perché la guerra porta con sé altra violenza e distruzione.
E alla fine, a liberazione avvenuta, non si è più capaci di ritornare ad una vita normale e, come in "Ettore va al lavoro", si sa solo abbracciare di nuovo la pistola e andare a derubare gli ex fascisti.

Tutti i racconti sono molto belli, ma uno lo è in modo particolare: "Gli inizi del partigiano Raoul".
"Aveva in mente di mettersi nome di battaglia Raoul.
Per una strada tutta deserta camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare".
Lʼirruente coraggio si tramuta presto in repulsione per la vita che lo aspetta: "a cosa mi serve aver studiato ? Qui per resistere bisogna diventare una bestia ! E io non me la sento, io sono buono ! O mamma, mamma ! Ripensò allʼalba di quello stesso giorno, possibile che si trattasse di sole otto ore fa ? "Di notte riprende confidenza facendo la sentinella, ma quando finisce il suo turno di guardia e si ritrova in uno stanzone lurido, sopraggiunge di nuovo il senso di miseria e poi la paura.
"Come facevano gli altri a dormire con quellʼabbandono ? Erano sicuri dʼarrivare a vedere il mattino ? (...) La porta della stalla si spalancava con un colpo rimbombante e il vano si riempiva dʼuomini tutti neri come mascherati dalla testa ai piedi.
(...) I fasci di luce finivano in circoletti bianchi simili a tante piccolissime lune e centravano una per una le facce di tutti i partigiani.
Fosse quella luce artificiale o altro, eran già tutte facce di cadaveri, con le palpebre immote e gli occhi sbarrati.
(...) Delio gli domandò - Dormito bene per la prima volta.
Cʼera un poʼ di malignità nella sua voce...." È lʼincubo di un semplice ragazzo, non di un eroe.

La scrittura di Fenoglio è perfetta, ormai matura e sicura.
Perde alcuni tratti originali, come la ricchezza delle espressioni e la ricerca di neologismi.
A tratti pare di leggere Cesare Pavese.

Perché leggerlo ? Bellissimi racconti: specchio della condizione umana.

Altre recensioni che potrebbero interessarti

Il partigiano Johnny

Fenoglio Beppe

Primavera di bellezza

Fenoglio Beppe

Una questione privata

Fenoglio Beppe