Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

Il paese di cuccagna

scritto da Serao Matilde
  • Pubblicato nel 1891
  • Edito da Vallecchi
  • 565 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 22 maggio 2015

Una folla composita, senza distinzione di sesso, censo e condizione sociale, si raccoglie in attesa dellʼestrazione del lotto.
Quella mattina non sentono "il bisogno di mangiare, di bere, di fumare, nutrendosi vividamente delle visioni di cuccagna nella fantasia, sognando (...) tutta una spanciata di pranzi grassi e ricchi, divorati in immaginazione".
Mentre il popolo napoletano, trepidante, sovreccitato, illuso, segue lʼestrazione con voci sempre più irose sino "ad un ultimo soffio di collera", una giovane cucitrice, delicata e infaticabile, continua a lavorare; "ella sembrava così lontana, così schiva, così assorta, in un mondo assolutamente staccato, diverso, che la fantasia poteva supporla più una immagine che una realtà, più una figura ideale che una persona vivente".
Il romanzo intende mostrare e deprecare gli effetti devastanti del vizio del gioco sulle condizioni materiali e spirituali di Napoli, malgrado ci siano le forze e le virtù per rendere prosperosa questa grande città.
Vorrebbe essere severa e realista Matilde Serao ! Ma dinanzi allʼimpetuosa e gioconda vita napoletana la sua indignazione si stempera e si corrompe in una vivida immaginazione, con la quale non si riesce più a distinguere tra fantasia e realtà.
Si prenda, per esempio, il secondo capitolo del romanzo: "Il battesimo dʼAgnesina Fragalà, bella figlia di papà".
Due giovani sposi, felici bottegai in via Toledo, danno una festa in onore della loro bambina: è un caleidoscopio di colori seducenti, un tintinnare di piattini, di cucchiarini, di bicchieri, un "unione di cose belle allʼocchio, buone al palato, deliziose allʼolfatto".
Ci si lascia trascinare dallʼesperta descrizione dei zuccherosi dolci napoletani, quando, con un colpo di scena, compare "lʼassistito" dagli spiriti, "un convulsionario pallido, che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che parla per enigmi" (da Il Ventre di Napoli).
E subito gli invitati, anche il ricco strozzino, si affollano intorno a questo triste personaggio, tutti convinti che una frase banale pronunziata dallʼimbroglione indichi un numero fortunato, da giocare alla prossima estrazione del lotto.
Per tutta la prima parte del romanzo Matilde Serao crea mirabili bozzetti di vita napoletana, sino alla narrazione del momento più sacro del "grande immaginario paese di cuccagna": il miracolo di San Gennaro.
Forse è utile un consiglio: gustarsi fino in fondo le pagine senza pretendere di essere dinanzi ad un Emile Zola italiano o voler rintracciare il verismo di Verga.
"Ma come in fondo a tutte le allegre cose del paese di cuccagna, vi è una vena sempre fluente di amarezza, questo carnevale che travolgeva in buffonerie e mascherate tutte le cose e le persone più gravi della città, questo carnevale era una pietosa cosa".
Matilde Serao, nel suo "cuore di napoletana", non si può compiacere cinicamente delle scene pur suggestive del presepe napoletano, da lei stessa creato.
Lʼintento pedagogico e moralistico prende il sopravvento.
La seconda parte descrive la triste fine alla quale vanno incontro i vari personaggi del romanzo, i responsabili del disastro come le loro vittime, ma tutti "così deboli, così miseri, così infinitamente infelici".
Tale è lo scoramento che, come lʼautrice, veniamo presi dal "delirio di fuggire, di fuggire, per non vedere più, per non udire più, per non avere più lo spettacolo della più amara delusione".

Il libro è un grande affresco sociale, ma ci sono pure vicende e personaggi, dai quali è possibile cogliere anche altri temi di fondo, oltre a quello prevalente della raffigurazione del paese di cuccagna.
Innanzitutto i personaggi femminili sono generalmente le figure positive, anche se non mancano tra di loro usuraie ed imbroglione.
Le donne sono solide, concrete, estranee o non totalmente coinvolte nella diffusa follia per il gioco.
Ciò che le perde è la fedeltà, oltre ogni limite, verso la figura maschile, fidanzato, marito o padre.
Si intravede una critica di Serao verso le donne, troppo spesso incapaci di ribellarsi, di prendere in mano il proprio destino sino in fondo.
I personaggi maschili ne escono male, anche quando, come Antonio Amati, si ha una personalità forte, sana, razionale.
Medico e scienziato potrebbe salvare la povera Bianca Maria, vittima di un padre pazzo e crudele, ma non lo fa.
Dinanzi alla testarda devozione della figlia verso lʼautorità paterna lʼabbandona al suo destino, offeso ed umiliato perché a lui viene anteposto il padre; troppo forte è in Bianca Maria lʼobbedienza filiale.
"Ogni compassione era sparita dal suo cuore, egli provava tutto lʼimplacabile egoismo delle immense sofferenze".
Lʼamore era fragile, più debole dellʼorgoglio, figlio della pietà e non invece dellʼaffetto.
E in questo la donna era ancora vittima.

La prima parte del romanzo è un capolavoro.
Nelle scene di vita napoletana la scrittura ricca ed elegante di Serao trova il suo contesto ideale per esprimersi al meglio.
Certo, i personaggi non sono approfonditi, la trama non è organica, sono come tanti racconti, che sembrano non far parte di unʼunica narrazione.
Nella seconda parte, lʼautrice vorrebbe riprendere il filo complessivo, ma non ci riesce e il tutto resta frammentario.
Inoltre prevalgono i toni melodrammatici e moralistici, che compromettono la tensione e la drammaticità delle tragedie umane, rendendole scontate e patetiche.
Anche il racconto della morte di Bianca Maria, che chiude il romanzo, è talmente lento e lacrimevole da lasciare unʼ impressione di pietismo stucchevole.

Perché leggerlo ? La prima parte è un capolavoro.

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