Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

Il figlio del Corsaro Rosso

scritto da Salgari Emilio
  • Pubblicato nel 1908
  • Edito da RBA Italia
  • 376 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 18 ottobre 2015

Il figlio del Corsaro Rosso "era un bellissimo giovane, (...) di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima".
Ci si attenderebbe un nuovo Corsaro Nero.
Ma così non è: innanzitutto perché il figlio del Corsaro Rosso prende spesso le distanze dai pirati, al punto di pagarli di tasca propria per evitare che saccheggino le città conquistate, confermando unʼidea diffusa tra i filibustieri, che i conti di Ventimiglia (il Corsaro Nero, il Rosso e il Verde) siano sempre stati "corsari dilettanti"; in secondo luogo perché il figlio del Corsaro Rosso non cerca la vendetta, ma vuole solo ritrovare la sorella, anche se ella è custodita dal marchese di Montelimar, colui che ha ucciso il Corsaro Rosso e che ora tiene prigioniera la figlia.
Manca lʼodio inesorabile del Corsaro Nero.
Ed è per questo che le imprese del figlio del Corsaro Rosso non hanno la stessa tensione dei grandi romanzi del ciclo dei Caraibi: il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero.
Sono presenti i classici ingredienti della struttura narrativa di Salgari: i duelli, la foresta equatoriale, i combattimenti navali, gli assedi alle fortezze spagnole.
Non cʼè il senso di queste avventure, lʼattesa di qualche cosa di tenebroso, la fonte del soprendente ritmo narrativo dello scrittore.
La peculiarità del libro è unʼaltra.
In Salgari abbiamo sempre dei personaggi che fanno da spalla al protagonista, spesso contribuendo a renderlo più umano, ad introdurre elementi di leggerezza.
In questo caso il sistema è rovesciato: il figlio del Corsaro Rosso resta sullo sfondo mentre predominano figure apparentemente comprimarie.
La prima parte del romanzo si svolge nellʼisola di San Domingo.
I nostri amici sono inseguiti dagli spagnoli e da cani "ferocissimi".
Lʼambiente è spaventoso e meraviglioso ad un tempo: macchie di vegetazioni, paludi, mortali sabbie mobili si alternano ad isolotti, con "splendidi cespi di rododendri, alti più di dieci metri, (...) grappoli di fiori porporiti, (...) superbe palme coronate da parasoli di lunghissime foglie palmate, ricadenti elegantemente con spate dʼun violetto iridescente listato di porpora, e fiocchi di frutta che sembravano mele verdi".
In questa natura irreale, descritta con qualche errore grammaticale (parasole è una parola invariabile) il figlio del Corsaro Rosso si imbatte in un bucaniere, allʼapparenza un selvaggio.
Vive di caccia, ha una "miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche".
Aiutato dal vino e dalla conversazione con un gentiluomo europeo, il bucaniere rivela, "con gli occhi dilatati, il viso bagnato di sudore", il suo terribile segreto: "bisogna che affoghi i ricordi lontani ! Ah, la triste sorte che mi ha colpito ! (...) Eh, la vita terribile è così, se si è preda dʼun genio maligno".
Veniamo così a sapere che il bucaniere era un nobile di Francia, che ha macchiato il blasone dei suoi avi ed è fuggito in America.
Può il conte di Ventimiglia riportarlo allʼantico rango ? Non è più possibile, "tutto è passato, tutto è stato dimenticato.
Ho ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi ...
è il mio mestiere." Il bucaniere conduce in salvo il figlio del Corsaro Rosso, il quale scopre che la sorella è stata portata a Panama.
Ci spostiamo nelle ricche città spagnole della costa occidentale dellʼ America Centrale.
Gli inseguimenti, gli scontri e gli assedi sono ripetitivi, quasi scontati.
Fa eccezione il duello tra il figlio del Corsaro Rosso e un sicario, un abile spadaccino, che dovrebbe uccidere il conte di Ventimiglia.
Illuso !! Il bandito "si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su sé stesso".
Era la sua mossa segreta: il colpo dalle cento pistole.
La spada del conte lo colpì alla gola, affondandosi dentro per parecchi centimetri.
" Rimase un momento quasi diritto, colle bracce aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando : sono finito".
Anche in questa parte del romanzo il vero protagonista è un personaggio di "spalla": un guascone, ubbriacone, chiacchierone, pronto sempre a menare le mani, ma capace di risolvere le situazioni più difficili con la sua astuzia, e la sua sfrontatezza.
Il gruppo di filibustieri sta per essere catturato dagli spagnoli nella città di Panama.
Ed allora il guascone, invece di fuggire, si fa avanti, racconta alle guardie che era lì per fare la serenata alla sua "splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e....
una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor presidente dellʼUdienza reale".
In unʼaltra occasione diviene un nobile castigliano, il conte dʼAlcalà, dai tanti titoli e dai tanti nomi, e riesce pure a farsi dare cavalli, viveri e fucili, ovviamente per scappare.
È una delle poche volte in cui Salgari abbandona la narrazione avventurosa, immaginifica o tenebrosa, per inventarsi un personaggio divertente, arguto, una sorta di Arlecchino.

La storia ha chiaramente un lieto fine, ma fiacco e frettoloso.
Pur non conoscendolo la sorella, ancora fanciulla, abbraccia il fratello e fugge con lui.
Ma non lʼaveva mai visto prima ! Sente il richiamo del legame di sangue: un poʼ superficiale come spiegazione.
Ma ancor di più lo è un altro fatto: è lo stesso marchese di Montelimar, catturato il figlio del Corsaro Rosso, a condurlo dalla sorella.
Un vero gentiluomo ! Che cosa nʼè della lugubre storia del Corsaro Nero: ben poco, solo la forma ! Alla fine del lungo romanzo Salgari sembra più preoccupato a convincere il lettore che quanto racconta è vero, non è inventato, che a dare ritmo al racconto.
Si sfilaccia lʼintera storia, lo stesso scrittore si accorge di averla portata troppo avanti e troppo a lungo.


Perché non leggerlo ? È noioso e ciò è sorprendente per Salgari.

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