Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

I Buddenbrook decadenza di una famiglia

scritto da Mann Thomas
  • Pubblicato nel 1901
  • Edito da Mondadori
  • 710 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 14 settembre 2015

Il titolo e lʼimpianto ottocentesco rimandano ad un grande romanzo sociale, che avrebbe al centro il tramonto di una famiglia dellʼalta borghesia mercantile.
Come succede spesso per i libri importantii, via via che ci si inoltra nella lettura (e immaginiamo che sia accaduto anche allʼautore nello scriverlo), emerge un altro tema: la forza inarrestabile che porta al dissolvimento, al disfacimento e alla morte.
Per esprimere il senso profondo del romanzo Mann ricorre genialmente alla musica.
Lʼadolescente Hanno, ultimo discendente di una dinastia imprenditoriale, suona al pianoforte "una delle sue improvvisazioni".
Esegue un motivo "semplicissimo, (...) unʼinvenzione di poco respiro, unʼinvenzione misera, la quale però acquistava un valore strano, misterioso e significativo".
Dapprima il motivo è di sottofondo, sommerso da "scale movimentate", vigorose, quasi che incitassero a "sforzi sempre nuovi".
Poi il primo "motivo tormentoso dolce e vagante, quel primo motivo misterioso", prende il sopravvento.
"Le fu addosso la marea della cacofonie affioranti che si condensarono minacciose, si spinsero avanti, si ritirarono, sʼarrampicarono, sprofondarono e tesero di nuovo verso una mèta ineffabile che doveva arrivare, arrivare subito, in quellʼistante, nel tremendo apogeo in cui il tormento anelante era diventato intollerabile.
E arrivò: non era più possibile fermarla, le convulsioni della nostalgia non si sarebbero più potute prolungare; venne come se un sipario si lacerasse, come se portoni si spalancassero (...) era il motivo, il primo motivo ! " Ciò che ha portato alla fine dei Buddenbrook non sono state le speculazioni rovinose, le dispersioni del patrimonio per matrimoni disastrosi, la concorrenza delle altre famiglie imprenditoriali; è stato un disfacimento intimo, una stanchezza, un lento ma inesorabile smarrimento della primitiva energia dei fondatori.
Siamo a Lubecca, città anseatica sul Mar Baltico, e la storia si svolge tra il 1835 e il 1877.
La ditta Johann Buddenbrook (fondata nel 1768), è allʼapice della ricchezza e del prestigio.
Il romanzo ha come protagonisti i fratelli Antoine e Thomas.
Le prime trecento pagine raccontano come la giovane Antoine, intelligente e irrequieta, rinunzi allʼamore per fedeltà alla "ditta", per contribuire con un matrimonio di interesse al buon nome e alla prosperità della famiglia.
Già promessa sposa ad un commerciante di Amburgo, si innamora di un giovane, ma, leggendo il grosso fascicolo dovʼè riassunta la genealogia dei Buddenbrook, sente "come un brivido, (...) come un anello in una catena aveva scritto il babbo.
Sì, appunto come un anello di quella catena lei aveva una grande importanza e responsabilità: era chiamata a collaborare con fatti e risoluzioni alla storia della famiglia".
Antoine si consacra ad essere senza incertezze la vestale della famiglia, la depositaria di un decoro alto borghese.
Emerge poi la figura di Thomas, il quale arriva al massimo della scala sociale, con lʼelezione al senato cittadino.
"Thomas Buddenbrook (...) dimostrava nel viso e nel portamento un pronunciato senso di dignità; ma era pallido e specialmente le sue mani (...) erano bianche come i polsini che gli sbucavano dalle maniche nere, di un pallore gelido che rivelava quanto fossero fredde e asciutte.
Quelle mani, le cui unghie ovali ben curate tendevano verso una tinta azzurrina, sapevano assumere in certi momenti, in certe posizioni di convulsa incoscienza, unʼespressione indescrivibile di sensibilità ostile e di ritegno quasi morboso, unʼespressione che fino allora era stata estranea e mal si adattava alle mani piuttosto larghe e borghesi, anche se ben modellate, dei Buddenbrook".
Sin dallʼaspetto è evidente lʼintima sofferenza di Thomas, per il quale farsi carico della ditta e della famiglia è un dovere, e non un piacere.
"Egli sentiva un vuoto nellʼanima.
(...) Ma il suo bisogno di agire, la sua insofferenza di riposo, la sua attività era stata fondamentalmente diversa dalla tenace e costante laboriosità dei suoi padri: una cosa artificiosa dunque, un bisogno dei nervi, un narcotico, (...) un martirio".
Ormai malato, Thomas confessa alla sorella come sempre più abbia imparato a voler bene al mare.
"Onde lunghe come vengono e sʼinfrangono, lʼuna dopo lʼaltra, senza fine, senza scopo, folli e deserte".
La sorella ammutolisce: "ma queste cose non si dicono ! pensò guardando lontano per non incontrare gli occhi del fratello".
E così quando nelle ultime pagine il romanzo discende con lunghe descrizioni della morte di Thomas e di Hanno, con tristi scene delle poche donne sopravvissute, inermi e sbigottite, alle tragedie che hanno distrutto i Buddenbrook, noi non ci stupiamo perché siamo ben consapevoli che sono venute meno le energie e il senso del sacrificio, lʼappartenenza ad una grande dinastia.

Lʼattesa della morte è al centro del mondo di Thomas Mann; e questo romanzo non fa eccezione.
Allʼinizio la morte sembra qualche cosa di lontano, perché la prosperità crea un clima di placida serenità borghese; solo le descrizioni dei personaggi e degli ambienti sono morbide, ambigue, decadenti.
Eppure siamo nellʼottocento trionfante ! Più che la trama è la scrittura che ci dà abilmente, soffusamente, il senso del disfacimento.
Poi, da un punto in poi, la narrazione diviene palese: i racconti delle agonie e delle malattie (persino delle visite dal dentista), sono puntigliose, attente ad ogni sofferenza fisica e morale; gli ambienti sono opachi, grigi, privi di gioia; i personaggi sono sempre più tristi.
Non è un romanzo sociale né psicologico; il contesto resta sempre sullo sfondo, i caratteri sono sviluppati tramite le sembianze fisiche, senza approfondimenti dei sentimenti e delle condizioni esistenziali: sono pennellati e non descritti.
È la scrittura a parlarci, a rendere lʼatmosfera, a trasmettere il senso complessivo del romanzo.

Perché leggerlo ? È lungo, talvolta ridondante ma bisogna lasciarsi portare dalle parole.

Altre recensioni che potrebbero interessarti

La morte a Venezia

Mann Thomas

Non avevo capito niente

De Silva Diego

The way home

Pelecanos George